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CNEL: un ente ancora utile? field_506ffb1d3dbe2

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 CNEL

Il dibattito pubblico sulla riforma delle istituzioni repubblicane, ampiamente concentrato sulle sorti del Senato, ha recentemente investito anche i destini di un altro organo costituzionale, il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL).

Il CNEL è un organo di rilievo costituzionale, che la nostra Costituzione regolamenta all’articolo 99: «Il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro è composto, nei modi stabiliti dalla legge, di esperti e di rappresentanti delle categorie produttive, in misura che tenga conto della loro importanza numerica e qualitativa. È organo di consulenza delle Camere e del Governo per le materie e secondo le funzioni che gli sono attribuite dalla legge. Ha l’iniziativa legislativa e può contribuire alla elaborazione della legislazione economica e sociale secondo i principi ed entro i limiti stabiliti dalla legge». Le attribuzioni di quest’organo sono state disciplinate dalla legge 33 del 1957 e successive modifiche e integrazioni. Poiché, tuttavia, negli anni le potenzialità del CNEL sono di fatto rimaste inespresse, è intervenuta la legge 15 del 2009 attribuendo ulteriori competenze all’organo costituzionale nel tentativo di valorizzarlo maggiormente e ciò anche in considerazione del rango costituzionale dello stesso. Eppure, ancor oggi l’attività del CNEL sembra del tutto insignificante. Stando a quanto riportato dal sito web del CNEL, il bilancio di oltre 50 anni di attività è così riassunto: «970 documenti, così raggruppati per tipologia: 96 Pareri; 350 testi di Osservazioni e Proposte; 14 Disegni di legge; 270 Rapporti e Studi; 90 Relazioni;130 Dossier che raccolgono gli atti di convegni ospitati al CNEL; 20 Protocolli e Collaborazioni istituzionali».

Accanto alle critiche per la scarsa attività istituzionale e il carattere ininfluente della documentazione normativa prodotta, si sono aggiunti recentemente anche duri attacchi per lo spreco di denaro pubblico imputabile a quest’organo, oggetto di specifica indagine da parte della Corte dei Conti.
Nel mese di ottobre 2013 Matteo Renzi, oggi Presidente del Consiglio, scriveva nella sua newsletter «Il CNEL non serve a nulla. Però sta in Costituzione. Già che hanno deciso di cambiare la Costituzione, ci fanno la cortesia di abolire anche il CNEL».

Oggi il tema dell’abolizione del CNEL è stato riproposto dal gruppo parlamentare Nuovo Centro Destra (NCD), che ha presentato in data 30 gennaio 2014 al Senato un disegno di legge per la “Abrogazione dell’articolo 99 della Costituzione e soppressione del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro”, a firma del senatore Andrea Augello. Peraltro, proprio negli stessi giorni in cui NCD provvedeva al deposito del disegno di legge, anche il Partito Democratico (PD), in persona del deputato Dario Nardella annunciava l’intenzione di presentare una proposta di legge per l’abolizione del CNEL.
Le proposte di abolizione del CNEL sembrano peraltro andare incontro all‘orientamento prevalente tra l’opinione pubblica.

Stefano Livadiotti su ‘L’Espresso’ il 3 maggio 2011 pubblicava un articolo dal titolo “CNEL, il cimitero degli elefanti” in cui sentenziava con durezza: «il Consiglio, il cui presidente sarebbe secondo alcune ardite interpretazioni la quarta carica dello Stato, non conta un fico secco e detiene da anni un’incontrastata leadership sull’affollato mercato nazionale dell’aria fritta».
Su ‘L’Unità’, in un articolo del 31 gennaio 2014 a firma di Vittorio Emiliani dal titolo “Una missione impossibile da 60 anni: abolire il Cnel”, si fa riferimento alle dichiarazioni del costituzionalista Roberto Zaccaria il quale parla di un istituto «ben lungi dall’avere una giustificazione».

Seppur non orientato per l’abolizione, ma per il suo mantenimento, anche Giuseppe Pennisi, consigliere del CNEL, è costretto ad ammettere la necessità di un ripensamento di questo organismo, in un’intervista del 6 novembre 2013 a Paolo Falliro di ‘Formiche’: «A mio avviso, anche sulla base dell’esperienza di questi anni, tuttavia, il Cnel dovrebbe cambiare. Perché il mondo è cambiato».

‘L’Indro’ ha interpellato sull’argomento Gian Luca Clementi, Associate Professor della New York University e collaboratore di ‘NoisefromAmerika’, il blog a cura di alcuni studiosi italiani che, vivendo negli Stati Uniti, osservano da fuori i principali accadimenti politici ed economici del proprio paese natale (l’Italia appunto).
Gian Luca Clementi, già nel 2008, proprio dalle pagine di ‘NoisefromAmerika’ si occupava del Cnel con un articolo il cui titolo ben riassume l’opinione dello studioso: “Il CNEL, uno spreco di rilevanza costituzionale”. Il giudizio che a suo tempo lo studioso formulava nel suo post era molto netto: «CNEL è il baraccone clientelare per antonomasia. Nient’altro che comode sedie, presumibilmente ben pagate, su cui far accomodare ben 122 persone, più personale amministrativo vario, ovviamente. SI DEVE CHIUDERE. E SUBITO. Vista la rilevanza costituzionale, per farlo sarà necessaria una legge costituzionale. In attesa di questa, si potrebbe modificare rapidamente la legge attuativa, diminuendo il numero di consiglieri, per esempio, a tre, e il personale ausiliario a zero. Dubito fortemente che succederà».
Cerchiamo dunque di approfondire ulteriormente le ragioni favorevoli all’abolizione del CNEL.

In questi ultimi mesi sia NCD sia il PD hanno posto il tema dell’abolizione del CNEL. Ritiene in linea di principio giusta la proposta di abolizione?

La proposta di abolizione del CNEL è sacrosanta. Il CNEL non svolge essenzialmente alcuna attività di pubblica utilità ed assorbe risorse al ritmo di circa 20 milioni di Euro l’anno.Tra i cittadini, immagino pochi sappiano veramente che cosa sia il CNEL.

Può spiegare, dunque, in poche parole ai nostri lettori cos’è il CNEL?

Il Consiglio Nazionale Economia e Lavoro, è un organo costituzionale (il che complica la sua abolizione) i cui compiti precipui consistono nel fornire pareri in materia economica a Governo e Parlamento e nel presentare proprie proposte di legge sulle stesse materie.

Quale è, secondo Lei, il valore aggiunto che il CNEL ha, in tutti questi anni dato all’attività legislativa?

Il valore aggiunto è stato essenzialmente nullo. A detta dello stesso presidente Marzano, nei suoi primi 50 anni di vita (1958-2008) il CNEL ha presentato 14 proposte di legge. Non credo che nessuna sia stata approvata, ma questo è un dato da verificare.
Secondo lo stesso Marzano, i pareri – che in parte potrebbero avere un effetto migliorativo sull’attività legislativa – sono stati 800… poco più di uno al mese nel corso di 50 anni di attività.
Scorrendo i documenti disponibili presso il sito web del Consiglio, ci si imbatte perlopiù in brevissime e semplicistiche digressioni senza alcuna base fattuale, corredate da proposte altisonanti e generiche. I soggetti destinatari di questi pareri potrebbero ottenere ben più probanti raccomandazioni sollecitando audizioni o commissionando studi a centri privati di ricerca economica.

In un Suo contributo apparso su ‘NoiseFromAmerika’, titolava “Il CNEL, spreco di rilevanza costituzionale”. Vuole dettagliare meglio in che cosa consiste questo “spreco”?

Lo spreco cui alludevo, pari alla spesa dell’ente, è quantificabile per l’anno solare 2013 in circa 20 milioni di Euro. Si veda a proposito lo stanziamento definitivo disponibile sul sito del CNEL – Il consuntivo non è ancora disponibile. Tali risorse coprono le indennità e prebende di presidente, vice-presidenti, e consiglieri, le spese per il personale, nonché il mantenimento della bellissima sede di Palazzo Lubin e le consulenze affidate a terzi. Le sole indennità costano 1,9 milioni. Scorrendo i curriculum dei consiglieri, si scopre che si tratta perlopiù di ex sindacalisti e membri di organizzazioni professionali e imprenditoriali – già in pensione o prossimi alla quiescenza. Secondo la norme attuative del dettato costituzionale, dieci consiglieri dovrebbero essere esperti, “scelti fra qualificati esponenti della cultura economica, sociale e giuridica”. In passato, la lista degli esperti ha annoverato uno studioso del pensiero politico italiano dei primi decenni del novecento, un primario di anatomia patologica, un insegnante di storia negli negli istituti tecnici superiori. L’evidenza fattuale circa l’operato del CNEL e lo sostanziale mancanza di requisiti di molti tra i consiglieri porta alla facile conclusione che i 20 milioni di cui sopra siano del tutto sprecati. Si noti che nel 2012, su iniziativa del governo Monti, il numero dei consiglieri è stato ridotto da 121 a 64 e la struttura organizzativa è stata fortemente semplificata. Il CNEL ha fortemente osteggiato la risorsa, proponendo anche ricorso avverso presso la Corte Costituzionale. Il risparmio conseguito dalla riforma è quantificabile in circa 6 milioni di Euro (rispetto al 2011).

Attualmente in Italia si parla anche di riformare il Senato. Sarebbe sensato, secondo lei, ipotizzare la soppressione del CNEL e il trasferimento di alcuni compiti al Senato o viceversa? In poche parole, avrebbe senso proporre una seconda Camera composta solo da esperti che danno un giudizio di qualità e congruenza delle leggi, garantiscano cioè che siano applicabili, finanziate e coerenti?

Non ritengo che vi sia alcun compito, tra quelli attualmente assegnati al CNEL, che sia opportuno trasferire ad altro organo di rilevanza costituzionale. Coerentemente con quanto succede negli altri paesi economicamente socialmente avanzati, l’organo legislativo dovrebbe essere semplicemente tenuto a richiedere pareri preventivi sui provvedimenti a esperti e parti in causa attraverso audizioni – pubbliche o private a seconda della natura della materia in oggetto. Per garantire la corretta programmazione e la rigorosa gestione delle risorse pubbliche, si può semmai pensare ad un uso più assiduo ed efficiente di un organo tecnico quale la Ragioneria Generale dello Stato.
Visto il dettato costituzionale – in particolare il requisito che i consiglieri siano rappresentativi della moltitudine di corporazioni che affollano il Paese, sindacati e associazioni imprenditoriali in primis – il CNEL appare come la riproposizione del Consiglio Nazionale delle Corporazioni, voluto da Mussolini nel 1926. Nel disegno di alcuni padri costituenti, il CNEL doveva costituire lo squarcio attraverso il quale il corporativismo, maledizione storica del paese, avrebbe fatto capolino nell’Italia Repubblicana. Nonostante l’assoluta inefficacia del CNEL, il corporativismo ha continuato ad affliggere il Paese, contribuendone seriamente al declino. Gli strumenti sono stati la concertazione e la contiguità estrema tra partiti e le cosiddette parti sociali. In una società corporativa, le attività di rent-seeking, tra cui la richiesta allo Stato di trasferimenti pecuniari e di ostacoli alla concorrenza, sono istituzionalizzate e quindi fortemente agevolate. Per le organizzazioni imprenditoriali, tali ostacoli consistono di barriere all’entrata di nuovi operatori,sia nazionali che stranieri. I sindacati, invece, sono soliti invocare legislazione a protezione dei loro associati (quelli che un posto ce l’hanno), a discapito di coloro (tra cui i giovani) che un lavoro non ce l’hanno. Mi auguro fortemente che la riforma costituzionale eviti di riproporre qualsiasi appiglio costituzionale ai sostenitori del corporativismo.

Nella sua ultima risposta, auspica un uso diverso e più intelligente della Ragioneria di Stato. Vuole chiarire?

Al momento, la Ragioneria Generale dello Stato fornisce supporto a Parlamento e Governo nelle politiche, nei processi e negli adempimenti di bilancio, valutando preventivamente la fattibilità e la rilevanza economico-finanziaria dei provvedimenti. Credo che il Parlamento beneficerebbe di un maggiore supporto, in particolare su questioni economiche. La Ragioneria Generale, o altra struttura a questo preposta, dovrebbe essere in grado di analizzare gli effetti dei provvedimenti non solo sulla finanza pubblica, ma anche su tutti i gli altri soggetti coinvolti, sia al momento dell’approvazione che in futuro. Il modello che ho in mente è quello del Congressional Budget Office, che è chiamato dal Congresso americano a individuare e quantificare, quando possibile, l’impatto di ogni provvedimento in discussione. Tra gli ultimi esempi di tale lavoro è la disamina degli effetti della riforma sanitaria, nota come Obamacare. Tale disamina si è spinta, tra l’altro, fino a stimare l’impatto sull’offerta di lavoro.

 

 

 

 

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