martedì, Ottobre 19

La Cina e le riforme verso il futuro L' intervista a Paolo De Nardis, docente ordinario di Sociologia presso Sapienza-Università di Roma e Presidente dell’Istituto di Studi Politici ‘S.Pio V’, e Alberto Bradanini, già Ambasciatore a Pechino e Presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea.

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“A questo punto, però, più che cimentarci nell’esercizio di rimarcare la differenza con le democrazie liberali, conviene chiedersi il perché di questo lungo ‘regno’: la risposta è insita nell’attuale transizione (politica, economica, culturale e sociale) che la Cina sta attraversando, ben consapevole di come – dal punto di vista dell’economia – il ruolo di ‘fabbrica low cost’ del mondo intero non sia più praticabile e di come, per quanto concerne la politica estera, l’approccio noto come ‘I cinque principi di coesistenza pacifica’ (cioè il rispetto reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale, la non aggressione reciproca, la reciproca non ingerenza in tutti gli affari interni, l’uguaglianza formale tra i Paesi e la loro coesistenza reciproca) sia ormai riduttivo”, dichiara De Nardis. Adesso la Cina mira a diventare un player importante della diplomazia mondiale, senza accontentarsi di stipulare accordi commerciali che la rendano ‘invisibile’ dal punto di vista politico. Una svolta del genere si unisce ai necessari cambiamenti all’interno dell’economia e della società cinese, nel tentativo ambizioso di cambiare le linee della divisione del lavoro assicurando un generalizzato aumento del reddito medio. “Già nel suo numero dello scorso 8 febbraio la «BeijingReview» (la rivista che rappresenta la ‘vetrina’ della Cina verso il mondo estero, soprattutto verso gli USA) ricordava il goal, per il governo cinese, di arrivare a 12.700 dollari di Pil pro capite entro il 2025. Attualmente la media è di 9.000 dollari. Erano solo 150 dollari nel 1978! Xi ci riuscirà? Chi può dirlo?! Le variabili da considerare sono tante e molte esulano da Pechino e dintorni”, aggiunge Paolo De Nardis. Secondo il sociologo, due commenti paiono certi. In primis, la stabilità interna, favorita da una qualità della vita più elevata, è una precondizione per incidere a livello internazionale; e  il combinato disposto tra la sfida economica ‘domestica’ e il sogno di grandeur diplomatica così intenso da non lasciare spazio alla democrazia interna.

Oltre che da problemi interni la svolta autoritaria di Xi nasce all’interno di un contesto internazionale che la favorisce: quello in cui si creano delle leadership forti (es. Russia, Turchia) in tempi difficili. Alberto Bradanini afferma che non vede similitudini tra contesti così diversi. La Cina, sotto la guida rafforzata di Xi Jinping, intende ampliare la sua presenza quale player revisionista pacifico, tenendo conto tuttavia dei rapporti di forza, che la vedono ancora debole su svariati fronti, e dei suoi interessi. Non mancherà tuttavia, come ha già cominciato a fare, di cercare di modulare il sistema economico internazionale alla luce dei suoi interessi, disegnando percorsi nuovi, come la nuova Banca dei Brics e la Aiib (Asian Infratsructural Investment Bank), quando percepisce l’impossibilità di trovare lo spazio che reputa di meritare in quelle strutture – come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale – oggi dominate dagli americani”.

De Nardis fa notare che, a ben vedere, però, anche le democrazie liberali talvolta derogano dai principi della competitività politica e dell’alternanza partitica, in casi di transizione del Paese o di difficile congiuntura economica. “Come ben ricordato, in una recente intervista sul «Corriere della Sera», dal mio collega (inteso come docente universitario) Oliviero Diliberto, forse gli Stati Uniti non si affidarono negli anni critici a cavallo della crisi del 1929 e del secondo conflitto mondiale a Franklin Delano Roosevelt per ben quattro mandati, che sarebbero diventati cinque, se questi non fosse morto? Si narra che un magnate dell’acciaio abbia detto: ‹‹Roosevelt dimostrò che la Presidenza può essere un mestiere da esercitarsi vita natural durante››. Parlava della Presidenza degli Stati Uniti d’America, non di quella della Cina socialista!”.

Secondo Alberto Bradanini, le profonde riforme istituzionali approvate nel corso del Congresso Nazionale del Partito (CNP)  si riveleranno importanti per segnare il passo dell’evoluzione delle strutture economiche e delle nuove esigenze della Cina, ma non metteranno in discussione la strategia fondamentale che il Partito ha da tempo scelto per lo sviluppo del Paese: una strategia basata su un forte controllo pubblico delle leve economiche, esattamente il contrario di quello che l’Europa cerca di imporre all’Italia.

 

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