sabato, Luglio 31

Clinton-Trump: cosa cambia dopo le convention

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Con la chiusura delle convention di partito, la corsa per le elezioni presidenziali del prossimo novembre è entrata nel vivo. Oltre a garantire l’investitura ufficiale dei due sfidanti, i meeting di Cleveland e di Philadelphia hanno permesso, infatti, di chiarire alcuni aspetti-chiave della competizione, in primo luogo quello degli apparentamenti (‘ticket’) con cui Hillary Clinton e Donald Trump si presenteranno all’appuntamento elettorale. In entrambi i casi, la scelta ha riservato qualche sorpresa. I nomi di Mike Pence, Governatore dell’Indiana (in casa repubblicana), e di Tim Kaine, Senatore della Virginia (in casa democratica) sono saliti alla ribalta nei giorni appena precedenti le rispettive convention, in un caso e nell’altro imponendosi su avversari ritenuti dagli osservatori come più solidi e/o più qualificati. Su queste scelte sono state dati giudizi assai diversi. Mentre Kaine – già Presidente del Comitato nazionale democratico – è considerato da molti la migliore opzione per il successo della corsa di Hillary Clinton, intorno a Pence continuano a esistere riserve, legate da una parte a quello che è visto come il suo basso profilo politico, dall’altra ai problemi già emersi nel coordinamento della sua posizione con quella di Trump.

Altri segnali sono, tuttavia, giunti da questi appuntamenti; segnali che confermano le difficoltà che, in entrambi i partiti, i rispettivi candidati incontrano nell’affermare la propria leadership. A Cleveland, il mancato endorsement di Donald Trump da parte di Ted Cruz ha reso chiara la profondità della frattura che esiste all’interno del partito e i problemi che la destra evangelica (della quale il Senatore del Texas si propone come il principale rappresentante) ha avuto nel digerire la scelta di una figura ‘di centro’ come candidato alla vicepresidenza, per non parlare di quella di un candidato alla presidenza come Donald Trump che palesemente sfida tutte le ortodossie del Grand Old Party. Il dubbio che Pence rappresenti una sorta di ‘seconda scelta’ e che il suo nome sia stato scelto come ‘running mate’ solo in seguito al rifiuto opposto da altre, più solide opzioni (un’ipotesi, questa, sostenuta fra l’altro dall’influente New York Times) costituisce un ulteriore elemento di debolezza. In questo senso, il timore è che da una parte gli sforzi della squadra di Trump per raccogliere consenso intorno al proprio candidato siano stati solo in parte efficaci, dall’altro che la strategia di ‘convergenza al centro’ su cui si basa la scelta di Pence si dimostri, a conti fatti, più costosa che redditizia.

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