giovedì, Maggio 13

Clinton-Sanders, i tanti dubbi del Partito democratico

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Al contrario, è proprio intorno la dimensione della discontinuità che si gioca la sfida fra i due odierni candidati. La scelta centrista fatta nel campo dell’offerta politica qualifica Hillary Clinton come espressione della continuità più ancora che il ruolo centrale svolto nella prima amministrazione Obama. Di contro, la scelta di proporsi come portavoce di ciò che lui stesso definisce l’‘altra America’ è l’elemento che identifica Bernie Sanders come il paladino di un cambiamento che degli anni di Barack Obama è presentato come la vera promessa non mantenuta. Dati questi presupporti, appare difficile individuare un punto di convergenza fra le due posizioni che permetta di incorporare il consenso di cui lo sconfitto è portatore all’interno della piattaforma politica del candidato vincente. Nel 2008, al contrario, la possibilità (e la capacità) di ‘cooptare’ la sconfitta Hillary Clinton nel suo progetto politico è stato una componente essenziale al successo di Obama nella convention nazionale di Denver (25-28 agosto) e alla sua vittoria nella presidenziali di novembre. Insieme alla scelta del ‘veterano’ Joe Biden come ticket alla vicepresidenza, proprio la capacità di fare proprie le posizione dell’avversario ‘centrista’ è stato, infatti, l’elemento che – anche all’interno del suo partito – ha permesso al candidato Obama di proporsi come un concorrente credibile alla corsa presidenziale.

Il candidato che il prossimo 28 luglio uscirà vincitore dalla convenzione democratica di Philadelphia può contare, oggi, su un fronte repubblicano indebolito dell’azione erosiva di Donald Trump, dalla scommessa fatta da John Kasich per una ‘brokered convention’ e dai timori che i vertici del Grand Old Party continuano a nutrire quanto agli effetti del successo di un candidato anti-establishment; tutti elementi che potrebbero tradursi in un successo abbastanza agevole, specialmente se dalla convenzione repubblicana dovesse uscire un avversario dotato di scarsa legittimazione politica. Vi è, però, un altro aspetto da tenere in conto. La frattura sottesa alla dicotomia Clinton/Sanders rischia, infatti, di rispecchiarsi anche nei risultati delle elezioni che, parallelamente a quelle presidenziali, porteranno al rinnovo della Camera dei Rappresentanti e di un terzo del Senato. E’ dai risultati di queste elezioni che dipenderanno in modo essenziale le possibilità del nuovo Presidente di realizzare effettivamente la propria piattaforma elettorale. Una situazione che (come l’esperienza ha dimostrato largamente) espone l’inquilino della Casa Bianca al rischio di essere tenuto sotto scacco sia da un Congresso a guida repubblicana (come è accaduto da due anni a questa parte), sia da uno a guida democratica ma frammentato al suo interno e – almeno per certi aspetti – potenzialmente ostile.

 

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