martedì, Settembre 28

Clima: verso la Conferenza di Parigi

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Il  cambiamento del clima e l’ambiente più in generale stanno catalizzando l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica nazionale e internazionale. È di ieri l’annuncio del Presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama di un nuovo rivoluzionario piano di azione, chiamato ‘America’s clean power plan’, studiato per ridurre le emissioni di gas serra di un Paese che tradizionalmente non si è mai dimostrato entusiasta verso alcuna forma di limitazione in tal senso, sempre vista come un ostacolo al progresso e alla ‘sacrosanta’ prosperità industriale. È la prima volta che il Presidente degli Stati Uniti d’America dichiara apertamente l’urgenza di un intervento politico per la regolamentazione delle emissioni di CO2, estremamente dannose per l’ambiente; ma ancora più importante è il collegamento esplicitato fra «the economy, the security and health» («l’economia, la sicurezza e la salute») dei cittadini con la questione ambientale.

Non si tratta di una coincidenza, anzi: probabilmente questo progetto del Governo americano sarà il biglietto da visita con cui gli Stati Uniti prenderanno parte alla XXI Conferenza delle Parti (Cop21) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfcc) che riunirà i rappresentanti di 192 Paesi del mondo a Parigi dal 30 novembre all’11 dicembre prossimi. Il congresso verterà, quindi, sui temi ambientali e la loro configurazione all’interno del quadro di sviluppo economico e sociale generale. I contrasti in merito alle politiche ambientali da adottare all’interno di ciascuno Stato nazionale vantano tristemente una storia di lungo corso: dapprima con il manifesto rifiuto del Protocollo di Kyoto, documento del 1997 considerato la pietra miliare dei negoziati internazionali sul clima, da parte di attori fondamentali come Stati Uniti d’America; poi con l’opposizione a trattati simili per contenuto dichiarata con altrettanta veemenza dai Paesi cosiddetti ‘emergenti’ (si pensi alla Cina ad esempio).

Eppure, la Conferenza di Parigi sembra assumere un significato particolarmente sentito, quasi a incoraggiare le buone intenzioni di coloro che guardano con ottimismo ai risultati dell’incontro internazionale. Risulta necessario chiarire entro quale ambito si svolgono questi negoziati, e guardare velocemente alle tappe precedenti per poter comprendere a fondo l’entità del potenziale che potranno avere le decisioni prese in tal senso. Innanzitutto la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici è essa stessa un trattato internazionale, frutto della Conferenza sull’Ambiente e sullo Sviluppo della stessa ONU, nota volgarmente come Summit della Terra e tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992. Alla stregua della prossima Cop21, anche in quell’occasione il tema focale della discussione era costituito dalle emissioni di gas serra, ed è proprio in questo momento storico che il problema del surriscaldamento globale inizia timidamente ad insidiarsi nei discorsi dei rappresentanti politici provenienti da varie parti del mondo. La III Conferenza delle Parti (Cop3) tenutasi nella città di Kyoto nel dicembre del 1997 imprime una svolta epocale nella conduzione dei negoziati internazionali. Il già citato Protocollo di Kyoto, infatti, costituisce il primo documento vincolante per i Paesi che rettificheranno il trattato – fra i quali ancora oggi non risultano gli USA -, ponendo quindi dei limiti alle emissioni dei sei principali gas serra nella prospettiva di un decremento dell’emanazione del 5% nel medio e lungo periodo rispetto ai livelli registrati nel 1990. Infine, la delusione più grande viene identificata con la quindicesima edizione della Conferenza, questa volta ospitata nella capitale danese di Copenaghen sul finire del 2009, risoltasi in un nulla di fatto nonostante le ottime premesse sviluppatesi sulla probabilità di un nuovo accordo che facesse eco a quello di Kyoto, in veste di erede o sostituto vero e proprio.

Si evince come la Conferenza delle Parti attragga critiche e speranze, disillusioni e slanci coraggiosi di alcuni Governi nazionali, alla luce anche della crescente importanza che l’opinione pubblica attribuisce ai temi ambientali in generale e ai cambiamenti climatici in particolare. Oggi, nel 2015, la nuova edizione del congresso ha una particolare importanza da rintracciarsi nell’attiva e convinta partecipazione degli Stati coinvolti, che in questa occasione si trovano a essere soggetti attivi e propositivi, non più relegati alla posizione di passiva accettazione delle indicazioni della UNFCC. I 192 partecipanti non saranno più divisi al loro interno fra i Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo, dal momento che il Brasile, l’India e la Cina, per citarne alcuni, sono attori di rilievo nello sviluppo dell’economia globale e sono quindi chiamati ad assumersi le responsabilità al pari delle altre Nazioni che qualche decennio fa costituivano il cosiddetto ‘primo mondo’.

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