lunedì, Settembre 27

CL: incerto cammino di una buona intenzione

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Ricomincia il Meeting di Comunione e Liberazione (CL) e si torna a parlare di quello che per alcuni è stato un esperimento riuscito, per altri la storia di una buona intenzione rimasta a metà strada, soprattutto a causa della carenza dell’ingrediente che in genere regola il nostro rapporto con la realtà, ossia l’autocritica. Un difetto costituzionale, motivo del suo successo tra alcune categorie umane e premessa del suo decadimento sul tempo lungo.

Un’intenzione, si diceva. Maturata nei pensieri di un prete -don Luigi Giussani-, deluso della qualità della presenza dei cattolici nella società, a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, periodo in cui la religione cattolica sentiva bussare il mondo alla porta e non sembrava attrezzata per guardarlo in volto. Un’inquietudine tutto sommato giustificata, considerati i tempi che precedevano il Concilio.
Il rimedio, secondo don Giussani, passava attraverso la riqualificazione della presenza dei cattolici, chiamati a giocarsi le proprie carte ‘facendosi cultura’, esibendo il peso e la qualità del proprio esserci.
Purtroppo in molti dei riceventi, più zelanti dell’autorità, sentitisi chiamati al pari di san Francesco a riparare e proteggere la dimora divina, l’indicazione si è presto trasformata nel più sbrigativoimporrela propria cultura. Una torsione drastica delle finalità del cristianesimo, nato per incontrare l’Uomo senza alcuna pretesa egemonica, non certo per fare collassare il mondo nelle proprie certezze, riducendo la mongolfiera alle dimensioni dell’atomo.

Sono sempre stato colpito dall’enfasi posta dal Movimento sul principio di sussidiarietà, ossia il maggiore non intervenga quando il minore è in grado di cavarsela in proprio. Tale principio, però, è curiosamente escluso dall’ambito pedagogico e da quello delle relazioni interne, anzi qui vale esattamente il contrario, al seguace viene chiesto di scegliersi una guida e di confidare in essa. «Educare vuol dire far seguire e basta», scrive don Giussani oltre mezzo secolo fa. Mi chiedo come si faccia a pervenire ad un risultato come la sussidiarietà se il processo pedagogico la contraddice. È come se un genitore volesse educare un figlio alla non violenza percuotendolo a ripetizione. Nessuno pensa che un educando se la debba cavare da autodidatta, ci mancherebbe, ma alla pedagogia moderna, che cammina in direzione opposta, è chiaro il primato dell’esperienza unica del minore. I recipienti vuoti in genere sono quelli inanimati.
La sussidiarietà non si presta ad applicazioni selettive, dove fa comodo, e non si può a smentire proprio sul terreno della relazione per eccellenza, quella educativa. Se l’educando non avverte la fiducia dell’educatore, difficilmente ne riporrà nel prossimo. Non solo, il vero motore della crescita sana di un bambino è il sentimento sociale, istanza fondamentale che alimenta nell’uomo l’interesse verso i propri simili. Questo dovrebbe essere particolarmente presente all’interno di un modello educativo cristiano, ma non riesco a sentire questa certezza nelle parole, molto chiare, contenute nel saggio del 1960, ‘Il valore educativo della scuola libera‘. Qui si colgono perfettamente le linee guida dell’impalcato pedagogico di don Giussani, soprattutto dove egli afferma: «Ebbene, soltanto una scuola impostata con una preoccupazione ideologica precisa, il più possibile in connessione con l’ambiente in cui il ragazzo è sorto… può normalmente offrire un’educazione intensa e feconda…», «Il giovane diventa tanto più se stesso, quanto più rimane innanzi tutto fedele alla realtà da cui è sorto». Evidentemente l’estensore di questi pensieri non amava l’idea di una scuola popolata di studenti e di insegnanti con diverse provenienze culturali e ideologiche, perché questo, seguendo il suo ragionamento, avrebbe confuso il ragazzo: «L’esperienza infatti insegna che il risultato del prematuro confronto con contrastanti idee sui problemi fondamentali dell’interpretazione della vita disorienta il giovane, non lo orienta: il che non è confortante risultato per una educazione».
Un discorso tutto rivolto al sottoinsieme, mentre il cristianesimo parla all’insieme.

Ora, se l’educazione, come affermava il prete di Desio, è un’introduzione alla realtà, urge sapere quale realtà egli avesse in mente, questa è una premessa decisiva. Nel contempo è utile capire quando una persona può cominciare acontaminarsidel prossimo. Credo la nostra specie, lo dico laicamente, sia ‘naturalmente’ cristiana, poiché tutti i suoi progressi sono fondati su sentimenti pro sociali, come la cooperazione, la compartecipazione e sulla conseguente divisione dei compiti, atteggiamenti di apertura che devono essere favoriti già nei bambini piccoli, educandoli a vivere in un mondo ricco di varietà e di punti di vista, dove il ‘rischio’ della diversità è costante. Come dice lo studioso americano Michael Tomasello, siamo ‘altruisti nati‘.

A leggere le parole del fondatore si avverte, invece, un senso di claustrofobia, di estraneità rispetto al fascino rivoluzionario del cristianesimo, che nell’incontro fiducioso con l’altro e con la singolarità di ogni essere umano, si esalta trovando la ragione stessa del proprio esistere. Mi chiedo quale grado di solidarietà un ragazzino così educato sentirà istintivamente per coloro che non provengono dall’ambiente ‘da cui è sorto’. La spinta identitaria, il senso di appartenenza, sembrano prevalere su tutto il resto.

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