martedì, Giugno 15

City di Londra post-Brexit: perdite e rischio deregulation mondiale

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Da marzo 2017 il Governo britannico inizierà formalmente il processo di avvio dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona per l’uscita dall’Unione europea. Secondo le stime del Peterson Institute for International Economics (Piie), contenute nel Policy Brief ‘The City of London after Brexit’, l’effetto di Brexit sul settore finanziario della City di Londra è quantificabile in una perdita che può variare dal 12 al 18 per cento delle entrate attuali e in un calo tra il 7 e l’8 per cento dell’occupazione. Il Governo britannico potrebbe rivisitare alcuni dei regolamenti del settore finanziario, nel tentativo di ridurre l’effetto negativo, questa mossa politica potrebbe scatenare una corsa deregulation dei mercati finanziari più importanti -in risposta alla deregolamentazione di Londra-  che danneggerebbe il sistema finanziario globale. La tesi è argomentata dall’economista bulgaro Simeon Djankov, già Ministro delle Finanze della Bulgaria dal 2009 al 2013 e ora Direttore del gruppo Mercati Finanziari presso la London School of Economics, nonché membro anziano del think tank Piie. Un segnale in questa direzione potrebbe essere letto nella decisione, resa nota ieri, della London Stock Exchange (Lse) di rifiutarsi di vendere la piattaforma italiana di trading Mts come chiesto dall’Antitrust Ue per poter completare la fusione da 29 miliardi di euro con Deutsche Boerse.

L’annuncio, arrivato ieri in tarda serata con una nota, potrebbe compromettere l’operazione. Secondo fonti vicine alle vicenda la decisione di Lse di non vendere Mts, come chiesto per rinforzare il più piccolo concorrente francese Euronext, avrebbe trovato la Commissione europea e la stessa Deutsche Boerse di sorpresa.

L’incertezza della transizione dalla UE all’eventuale nuova regolamentazione della finanza britannica, secondo Djankov, sarà un deterrente per il business, con gli operatori in attesa di vedere se davvero saranno ridotte le tasse sulle società, se la riforma dell’immigrazione non sottrarrà talenti e competenze alla City e alle università del Regno Unito, se le riforme che sono state prospettate in seno al sistema delle aziende non scoraggerà gli investimenti.

La ‘fondazione’ della ‘City’ risale al XVII secolo, tempo in cui alla fondazione della prima banca britannica ‘C.Hoare & Co’, seguirono quelle di Barclays Bank e Coutts. Nel secolo successivo, Londra fu anche scelta come sede di uno dei rami della prima banca globale, che ebbe origine a Francoforte: quella di Nathan Mayer Rothschild. Il destino delle banche britanniche fu poi legato a quello della politica imperiale. Colonie, protettorati, dipendenze e l’isola stessa – patria di due rivoluzioni industriali – coprivano ormai quasi mezzo miliardo di abitanti, risparmiatori e investitori, il 23% della popolazione mondiale.

Due guerre mondiali, la perdita dell’Impero e la marginalizzazione di un Regno Unito fortemente indebitato sullo scacchiere globale non hanno affossato comunque l’importanza del quartiere londinese. Le riforme degli anni ‘80 aiutarono Londra a confermarsi tra i più importanti centri della finanza globale. Lingua, legislazione snella e adatta ai servizi finanziari, accesso al Mercato Comune, spiegano la posizione di Londra, nel 2017 piazza finanziaria globale numero uno, davanti a New York e Singapore. I concorrenti europei più agguerriti sono Zurigo (al nono posto), Lussemburgo (12esimo) e Francoforte (19esimo).

E se la forza economica della City è così rilevante a livello globale, non è una sorpresa che questa sia ormai una fetta essenziale dell’economia britannica. Stando ai dati del report, la sola Londra contribuisce al 7% del Pil del Regno Unito, dando lavoro a più di un milione di persone. I servizi finanziari contribuiscono al 25% delle esportazioni britanniche verso l’Europa. Per quanto riguarda le assicurazioni e il mercato europeo la city ha un surplus di 3.6 milioni di sterline. La città ‘ospita’ circa 1400 aziende straniere di servizi finanziari. L’appartenenza all’Unione Europea favorisce Londra, rendendola la città ideale dove un’istituzione finanziaria aprirebbe una filiale europea.

Londra ospita 250 banche straniere, più di New York, Parigi e Francoforte. La maggior parte di esse utilizza la membership europea del Regno e il vantaggio della regolamentazione britannica per operare in tutto il continente, mantenendo la sede a Londra. La maggior parte del settore bancario è costituito da banche d’affari e servizi bancari ‘retail’, la cui clientela è principalmente domestica. Diversa è la situazione per banche d’investimento e private banking (10 e 5% del totale), i cui profitti sono dati rispettivamente per metà e per due terzi da clienti stranieri.

Per quanto riguarda le assicurazioni, sono circa 600 le imprese che offrono questo tipo di servizi e operano nella capitale britannica. Coprono il 20% delle entrate della City e danno lavoro a circa 325.000 persone. La maggior parte delle transazioni e delle operazioni, tuttavia, non sfrutta filiali che richiedono il ‘passaporto europeo’.

Le attività di gestione di risparmi e patrimoni sono anch’esse una porzione chiave dei servizi forniti da Londra. In tutta Europa il 45% dei servizi di questo genere sono erogati dalla City. Il valore assoluto è di 6.9 trilioni di sterline. Il 18% di essi viene da clienti dall’Unione Europea mentre il 15% appartiene a clienti extra-comunitari. La gestione dei risparmi garantisce l’11% delle entrate e il 5% dell’occupazione della City.

Impossibile dunque che l’importanza della City di Londra non sia uno degli argomenti chiave nel dibattito sulla Brexit e sulle sue implicazioni economiche e finanziarie. Il report afferma chiaramente come sia impossibile prevedere con certezza gli esiti di un avvenimento come la brexit. Prima di tutto i negoziati ancora in discussione tra il Governo britannico e le autorità europee non permettono di avere un’idea di chiara dei trattati che regoleranno le relazioni tra Regno Unito e Unione Europea, una volta applicato il famigerato articolo 50 del Trattato di Lisbona.

Le previsioni offerte dal think tank, inoltre, non tengono conto delle possibili riforme, da parte del Governo britannico, per attirare clienti esteri dal resto del mondo e compensare la possibile perdita di quelli europei. L’analisi, inoltre, si basa sulle affermazioni del Primo Ministro Theresa May, che ha dichiarato di voler abbandonare il Mercato Comune. Si dà inoltre per scontato il fatto che gli accordi bilaterali tra Gran Bretagna e UE non garantiranno alla prima gli stessi privilegi che l’appartenenza al mercato comune offrirebbe.

Il settore che pagherebbe il costo più alto sarebbe quello del banking, seguito dalla gestione dei risparmi. Il settore assicurativo è relativamente sicuro. Sarebbero a rischio circa la metà delle attività connesse con l’Unione Europea e circa 30.000 posti di lavoro. Per quanto riguarda gli introiti da tassazione, si parla di una cifra che andrebbe dai 3 ai 5 miliardi di sterline all’anno. Altre analisi mostrano uno scenario peggiore: secondo le stime più pessimistiche di ‘PricewaterhouseCoopers’, un istituto di consulenza legale e fiscale, le entrate della City potrebbero ridursi di 20 miliardi di sterline, 12 miliardi di valore aggiunto e 100.000 posti di lavoro entro il 2020. 

Come scritto in precedenza, il banking nella City è principalmente domestico. Circa l’80% delle entrate del settore non usufruisce del ‘passporting’ offerto dalla membership europea. Ci sono però 25 miliardi di sterline che vengono fatturati da operazioni connesse all’Unione Europea. Le banche più piccole, o quelle che non dovessero essere in grado di sopportare il costo aumentato delle operazioni con il continente, potrebbero decidere di abbandonare del tutto la City.

Per quanto riguarda la gestione dei risparmi, il 25% delle entrate del settore è collegato agli affari con l’Unione Europea. La necessità di aprire attività sussidiarie in Europa e il costo maggiorato delle operazioni potrebbe scoraggiare i clienti, traducendosi in una perdita di 2 o 3 miliardi di sterline.

In generale, il report esprime un giudizio negativo riguardo alle conseguenze finanziarie della Brexit per la Gran Bretagna. Il Governo potrebbe compensare l’uscita dal Mercato Unico con una de-regolamentazione del settore finanziario britannico per continuare, nonostante tutto, a restare competitivo su scala internazionale. Questo però potrebbe dare inizio a una ‘gara al ribasso’ con gli altri mercati, che risulterebbe in una minore stabilità finanziaria globale. Ovviamente, conclude il report, il clima di incertezza e la poca chiarezza da parte del Governo sulle modalità e sul da farsi, non aiuterebbero affatto.

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