lunedì, Maggio 10

Cittadinanza: ius soli soft in arrivo?

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Ieri, 4 agosto, è stato approvato in Commissione Affari Costituzionali del Senato il testo base di riforma della cittadinanza per nati e cresciuti in Italia. Il provvedimento, presentato dalla relatrice Marilena Fabbri del Pd, introduce il cosiddetto ‘Ius soli soft’ che facilita le norme per l’ottenimento della cittadinanza italiana da parte di minori stranieri nati in Italia o residenti da più anni nel Paese purchè‚ rispettino alcune condizioni come la frequenza scolastica o la residenza nel Paese da parte di uno dei genitori.

Rispetto allo ius soli puro, in uso negli Stati Uniti e nei Paesi del Sud America, dove la cittadinanza è attribuita a chi nasce sul suolo nazionale, il testo unificato di Fabbri introduce alcune condizioni che cambiano a seconda delle diverse situazioni in cui i minori stranieri si ritrovano.

I bambini figli di stranieri che nascono in Italia acquisiscono la cittadinanza se almeno uno dei due genitori «sia residente legalmente in Italia, senza interruzioni, da almeno cinque anni, antecedenti alla nascita», oppure se uno dei due genitori, benché straniero, «sia nato in Italia e ivi risieda legalmente, senza interruzioni, da almeno un anno». Al momento di iscrive il bambino all’anagrafe, gli viene attribuita la cittadinanza.

C’è poi il caso dei minori nati in Italia ma che non rispondono a questi requisiti, o il caso dei bambini (fino a 12 anni) arrivati in Italia. La cittadinanza è attribuita, a seguito di una dichiarazione di volontà presentata dai genitori, se il bambino «ha frequentato regolarmente, per almeno cinque anni, nel territorio nazionale istituti scolastici appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale idonei al conseguimento di una qualifica professionale». Entro due anni dal raggiungimento della maggiore età, il ragazzo può poi rinunciare alla cittadinanza italiana se in possesso di altra cittadinanza.

Si affrontano poi i casi dei ragazzi che arrivano in Italia comunque da minorenni (quindi tra i 12 e i 18 anni). Diventano cittadini italiani dopo aver risieduto legalmente in Italia per almeno sei anni, e se hanno frequentato, «un ciclo scolastico, con il conseguimento del titolo conclusivo, presso gli istituti scolastici appartenenti al sistema nazionale di istruzione, ovvero un percorso di istruzione e formazione professionale con il conseguimento di una qualifica professionale».

Martedì prossimo sarà fissato il termine ultimo per la presentazione degli emendamenti, verso metà settembre. L’iter della legge è stato travagliato, espressione di quanto il tema per un verso divida e per l’altro sia espressione di un bisogno primario dell’individuo, quello dell’esserericonosciuti‘. Bisogno ancorato ai retaggi ancestrali che ancora oggi sopravvivono nel nostro inconscio e ci spingono ad organizzarci in famiglia, comunità, società.

Si può dire che la cittadinanza rappresenta il riconoscimento più nobile a cui una persona possa ambire, in quanto si collega ad un insieme di diritti e di meccanismi di approvazione che in alcuni casi vengono percepiti addirittura come una sorta di legittimazione dell’esistenza e della vita che si sta costruendo in un determinato Paese. La cittadinanza indica l’appartenenza ad uno Stato e con essa la condizione di uguaglianza rispetto agli altri membri della società insieme ai doveri a cui l’individuo deve adempiere per vivere in una organizzazione civile. L’atto del voto politico è la concretizzazione principe del riconoscimento di un individuo da parte della società: la possibilità di scegliere, di partecipare, di confrontarsi e di assumersi la responsabilità delle sorti della comunità sono fondamentali affinché una vita sia ‘umana’ sotto tutti i punti di vista. La mia preferenza vale quanto la tua, il mio pensiero vale quanto il tuo e nessuno, da solo, può vincere l’altro: più di tutti, la cittadinanza sancisce l’uguaglianza fra le persone.

La cittadinanza, quindi, consente di instaurare una relazione con gli altri e con lo Stato, per questo è oggetto di discussione in tutte le parti del mondo attraverso le varie epoche storiche trovandosi ad essere il riflesso degli assetti culturali e caratteristici di un popolo. Nel corso del tempo, i requisiti per acquisire la cittadinanza hanno progressivamente prescisso le condizioni economiche e l’estrazione sociale, tuttavia è rimasta pregnante la questione della nascita.

Considerata in diversi modi nei vari Paesi del mondo, in Italia, secondo la legge attualmente in vigore e che il provvedimento in discussione dovrebbe modificare, la nascita di un bambino sul suolo nazionale non è fondamentale al riconoscimento dello status di cittadino, tutt’altro. La norma di riferimento in materia di cittadinanza è la legge 5 febbraio 1992 n. 91 che indica come unico strumento di acquisizione della cittadinanza per nascita loius sanguinis‘, ovvero la trasmissione di tale diritto per discendenza.

Nei riguardi di individui nati da genitori stranieri la legge attualmente in vigore prevede che possa essergli concessa la cittadinanza italiana solo nei seguenti casi: permanenza entro i confini del territorio italiano fino al compimento del 18esimo anno di età e successiva richiesta esplicita nel periodo fra i 18 e i 19 anni, matrimonio o residenza sul suolo italiano per 10 anni consecutivi. Il vincolo di continuità temporale appare particolarmente limitante, soprattutto in un momento storico come quello attuale quando i confini degli Stati sono sempre più labili, la mobilità delle persone è in costante aumento e la crisi economica ha alimentato i flussi migratori anche lungo percorsi che sembravano dimenticati.

Inoltre, con l’origine dell’Unione Europea e lo sviluppo delle sue istituzioni, gli scambi fra gli Stati membri sono diventati sempre più stretti e la circolazione delle persone e delle merci sempre più libera. La classe politica italiana sembra aver sottovalutato il fatto che la cittadinanza europea esiste e permette di godere di alcuni diritti fondamentali anche nei Paesi in cui la cittadinanza nazionale è particolarmente difficile da ottenere, come il diritto di voto alle elezioni politiche nella circoscrizione locale. In molti Stati, infatti, la legge si serve dello strumento dello ‘ius soli’ per il conferimento dello status di cittadino, il quale prevede la concessione della cittadinanza dello Stato nel quale nasce il bambino a prescindere dall’origine dei genitori. Alla stregua di quanto accade con lo ‘ius sanguinis’, esistono diverse forme nelle quali può essere declinato e una maggiore o minore rigidità dei vincoli e dei requisiti che eventualmente si vanno ad affiancare al luogo di nascita.

Sull’argomento, particolarmente complesso, abbiamo incontrato il Professore Marco Borraccetti, ricercatore confermato e docente di Diritto dell’Unione Europea presso il Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università degli studi di Bologna.

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