domenica, Giugno 13

Città metropolitane, apre la Sicilia field_506ffb1d3dbe2

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Palermo citta metropolitane

“Provincia di…”. L’11 marzo questa espressione sparirà dalla Sicilia, se l’Assemblea regionale approverà il disegno di legge che sostituisce le province con Liberi consorzi e Città metropolitane. Sarà il voto finale: le singole norme hanno già avuto il sì. L’isola dunque si avvia ad essere la prima Regione italiana ad attuare le città metropolitane, gruppi di Comuni integrati con il loro capoluogo, a 24 anni dalla loro prima previsione in una legge dello Stato (142/1990) e a 13 dal loro inserimento in Costituzione. A disciplinarle è il disegno di legge Del Rio (“Disposizioni sulle Città metropolitane, sulle Province, sulle unioni e fusioni di Comuni”), al vaglio del Senato dopo il via libera alla Camera; è lo stesso che svuota di competenze le Province, la cui abolizione è prevista da un altro ddl (costituzionale, presentato alla Camera lo scorso settembre) e molto voluta dal nuovo presidente del Consiglio, Matteo Renzi. L’Associazione nazionale dei Comuni italiani (Anci) preme per l’introduzione delle città metropolitane, mentre l’Associazione delle Province d’Italia (Upi) esorta a rivedere le norme proposte al riguardo anche per dubbi di costituzionalità.

Le città metropolitane integreranno Comuni capoluogo ad altri Comuni con cui sono contigui e in stretti rapporti per attività economica, servizi essenziali, caratteri ambientali, e relazioni sociali e culturali, e dovrebbero essere beneficiate in partenza dalle risorse di un Piano operativo nazionale a loro dedicato (comunque non sufficienti, secondo i sindaci), progetto inserito nella nuova programmazione dei fondi europei 2014-2020. Già ora le città metropolitane costituiscono la Repubblica insieme a Comuni, Province, Regioni e Stato: lo sancisce la Costituzione all’articolo 114, dopo la riforma del suo Titolo V nel 2001. Il ddl Del Rio (dal nome del suo proponente, Graziano Del Rio, allora ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie e oggi sottosegretario), ne prevede dieci nelle Regioni a statuto ordinario: Roma Capitale, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Napoli, Bari e Reggio Calabria. Si aggiungeranno, se istituite dalle loro Regioni a statuto speciale, Palermo, Catania, Messina, Cagliari e Trieste. Altre potranno essere create, su iniziativa dei Comuni interessati, da singole Province con oltre un milione di abitanti o da due Province contigue con almeno 1,5 milioni di abitanti complessivi; in tutto altre cinque città metropolitane, secondo il dossier del servizio studi del Senato sul ddl, tre per il primo caso (Bergamo, Brescia e Salerno) e due per il secondo (in Veneto). Totale massimo, quindi, venti.

L’Anci preme a favore del ddl, da ultimo in una lettera del 6 marzo al presidente del Consiglio, ritenendo il provvedimento funzionale alla crescita economica del Paese grazie alla semplificazione istituzionale. Nelle istituende città metropolitane si genera il 34,7% del Pil, vivono 20 milioni di persone e ci sono i maggiori centri di ricerca, hub di trasporto e culturali del Paese. L’11 febbraio i futuri ‘sindaci metropolitani’ avevano lanciato un appello per chiedere un’approvazione rapida, pur mettendo in guardia dalle sovrapposizioni amministrative. Il primo cittadino di Napoli, Luigi De Magistris, aveva sollecitato a rendere i ‘sindaci metropolitani’ destinatari diretti delle risorse per le loro città. Il collega di Palermo, Leoluca Orlando, aveva esortato le Regioni ad astenersi da prerogative amministrative in presenza di città metropolitane, per evitare un “mostro istituzionale”. In conferenza stampa avevano espresso il loro appoggio al ddl anche sindacati, Confindustria e Legambiente, pur condividendo l’opinione che il provvedimento abbia subito peggioramenti in Parlamento, per il vicepresidente di Confindustria Gaetano Maccaferri in primis «la proliferazione delle città metropolitane, che passerebbero da 10 a 18-20, mentre in tutta Europa sono una decina». Il giorno prima, Federturismo aveva sollecitato il Senato a rivedere il ddl “nell’ottica di una razionale allocazione delle funzioni amministrative sul territorio e di una riduzione dei costi” perché preoccupata che com’è ora possa ostacolare le imprese, anziché favorirle.

L’Upi, invece, si oppone al ddl. A gennaio, in audizione al Senato, in un documento ha avanzato una proposta alternativa che valorizza le province e rilevato diversi aspetti critici nel ddl: la proliferazione degli enti locali, la confusione sulle funzioni di area vasta che deriva dallo svuotamento delle funzioni provinciali e che «pregiudica il ruolo di governo di area vasta delle future Province e Città metropolitane», la complessità del processo istitutivo delle Città metropolitane e il suo contrasto con le indicazioni fornite dalla Corte costituzionale (sentenza 220/13), e la debolezza del sistema di elezione di secondo grado degli organi di governo delle Province e delle Città metropolitane «in palese contrasto con la Costituzione e con la Carta europea delle autonomie locali». Il 24 febbraio sulla presunta incostituzionalità del ddl Del Rio si è espresso anche il senatore di Forza Italia Lucio Malan, per il quale il provvedimento è una «mostruosità palesemente incostituzionale» laddove «toglie a 8 milioni 663mila italiani la possibilità di scegliere chi li governa a livello locale» dato che le città metropolitane «sarebbero guidate da un ‘sindaco metropolitano’ eletto dai soli cittadini del capoluogo».

Ma che cosa accadrebbe con l’introduzione delle città metropolitane? Abbiamo chiesto un parere tecnico all’economista Walter Tortorella, direttore del Centro documentazione e studi Comuni italiani dell’Anci e autore con Massimo Allulli del libro “Città metropolitane. La lunga attesa”, uscito il 20 febbraio.

 

Dottor Tortorella, quali effetti avrà l’introduzione delle città metropolitane da parte del disegno di legge Del Rio?

L’introduzione delle città metropolitane è una questione che va avanti da 23 anni. Ci sono stati alti e bassi, forti spinte e grandi stalli, ma potremmo distinguere due periodi: quello in cui il legislatore aveva demandato alle amministrazioni regionali la perimetrazione delle città metropolitane una volta istituite, mai realizzata, e quello seguente alla riforma costituzionale del 2001. L’introduzione delle città metropolitane nella Costituzione diede una spinta giunta ad oggi con il ddl Del Rio, che le istituisce e dà loro la stessa perimetrazione della province che sostituiscono. Nelle regioni a statuto ordinario significherà dieci città che avranno 18 milioni di abitanti, contro i sette milioni e mezzo di oggi, e una fisionomia molto diversa perché particolarmente vaste. La più grande per superficie non sarà più Roma, che sarà seconda, ma Torino: due volte il Molise, una volta e mezzo la Liguria. Ci saranno così situazioni di governo territoriale nuove e che richiederanno una reimpostazione. Questo della popolazione è uno degli elementi di maggiore criticità. L’altro è che queste città cambiano anche specializzazione economica, dai servizi all’industria: lo spostamento dal terziario al secondario provocato dal fatto che il territorio coinciderà con la provincia forzerà i sindaci a cambiare le politiche di sviluppo locale. Dovranno cambiare anche le politiche del Welfare visto che aumenteranno i dati relativi alla popolazione straniera e all’indice d’invecchiamento. Altro effetto della loro introduzione, le città metropolitane assumeranno una parte delle competenze delle Province. Queste ultime hanno due grosse deleghe: il coordinamento delle politiche di sviluppo territoriale e il lavoro, attraverso i centri per l’impiego. La prima andrà alle città metropolitane, la seconda alle Regioni.

Ci saranno risparmi? Se sì, quanti?

Una previsione precisa è impossibile, nessuno ha la sfera di cristallo. Di certo si ridurranno i costi della politica in senso stretto, visto che ad esempio i consiglieri provinciali non ci saranno più, ma quei costi sono minimi perché il funzionamento degli organi politici è poca cosa in termini di risorse rispetto alle funzioni istituzionali, che ovviamente non spariranno. In termini di revisione della spesa questa operazione non darà risultati immediati: economie di scala e razionalizzazione dei servizi faranno sì che i costi si riducano nel medio-lungo periodo, sperando che i servizi stessi siano all’altezza. Non sarà una grossa fatica, comunque, visto che quasi tutte le dieci province da eliminare sono di bandiera: a Roma, a Napoli e a Firenze i comuni contigui si rivolgono ai sindaci di quelle città più che ai presidenti delle province. Comunque sia saranno le città metropolitane a darsi il proprio statuto e la propria organizzazione, una volta introdotte. Il sindaco metropolitano all’inizio sarà il sindaco della città capoluogo, poi ci saranno elezioni. Di sicuro, e con questo torniamo alla spesa, il consiglio metropolitano non ha alcun compenso.

In quanto alla questione di costituzionalità sollevata dall’Upi?

Il dubbio dei colleghi dell’Upi, con i quali abbiamo un ottimo rapporto, è strumentale, perché le Province finirebbero per essere eliminate. Ricordo che in parallelo al ddl Del Rio corre in Parlamento la riforma del Titolo V della Costituzione, che prevede l’abolizione delle province. La riforma ridimensiona anche le città metropolitane, sulla carta, ma ne mantiene memoria in Costituzione, perciò non dovrebbero esserci grandi stravolgimenti. Bisogna far presto con il ddl Del Rio, però, perché siamo in una corsa contro il tempo che non so se è molto nota. Riguarda il riparto dei fondi strutturali europei. Bruxelles chiede il rafforzamento delle politiche urbane e che la ripresa venga dalle città. Oggi abbiamo un Piano operativo nazionale per le aree metropolitane, ‘Pon Metro’, che il governo ha di fatto istituito e che decollerà fra tre mesi. Ci sono quasi due miliardi e mezzo di euro, e noi non abbiamo ancora i destinatari: le città metropolitane, appunto. Mancare questa occasione è un lusso che non ci possiamo permettere. Ho dubbi sulla questione della perimetrazione, ma sono consapevole che se non si fosse fatto così si sarebbe tornati al ’90, a vane deleghe alle Regioni. Nel prossimo futuro però avremo le città metropolitane e un Pon che può distribuire risorse a questi soggetti, che quindi partiranno anche con un piccolo patrimonio, cosa da non sottovalutare in un momento in cui le città arrancano in termini d”investimenti pubblici. Criticità ci sono, lo dico da studioso, è un momento di ridisegno delle istituzioni locali, delicato, ma il Paese ne ha maledettamente bisogno.

 

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