mercoledì, Dicembre 1

Città metropolitana: pianificazione strategica

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La Città metropolitana taglia i costi della spesa pubblica oppure è un nuovo modello politico più adatto al XXI secolo?

Parlare di taglio della spesa pubblica può essere fuorviante. Il taglio della spesa pubblica, ancorché una legittima esigenza, non è la ragione fondante della riforma, bensì verrà da sé come conseguenza di un nuovo assetto istituzionale più efficace e meglio organizzato. Naturalmente, come tutte le riforme, anche questa dovrà fare i conti con la realtà della sua concreta attuazione. Il che può significare che a seconda dei contesti territoriali (sotto il profilo della cultura politica e burocratica, del capitale sociale, del tessuto economico, dei rapporti e delle dinamiche social) gli esiti potranno essere diversi da zona a zona del Paese.

Gli altri Paesi europei come sono organizzati?

Il confronto con gli altri Paesi europei è difficile e fuorviante perché parliamo di cose molto diverse. Mentre negli altri Paesi abbiamo di solito una distinzione tra la «città metropolitana» (definisce una vera e propria «città», unica ed unitaria, con territorio urbanizzato senza alcuna soluzione di continuità, abitata da milioni di abitanti) e l’«area metropolitana» (comprendente, ad esempio, il territorio della piccola e, poi, della grande corona), nel caso italiano il figurino Istituzionale di Città metropolitana riguarda un «territorio» definito in base a confini amministrativi (la ex provincia) e non a relazioni multi-funzionali su cui insiste la città (più o meno “grande”) capoluogo di Regione. Diversamente, così, dagli altri Paesi, in Italia (Regioni a Statuto ordinario) abbiamo istituito ben 10 Città metropolitane assolutamente incomparabili fra di loro se non per il fatto di essere «province metropolitane» capoluoghi di Regione che “accontentano” le grandi aree del Nord (Est ed Ovest) del Centro, del Sud e delle Isole. Province metropolitane dove esiste una città che costituisce il “principale” polo di attrazione insieme, talvolta, ad altre città più o meno minori o di media grandezza, spesso gli uni dagli altri separati da grandi aree agricole. Prova ne sia il fatto che la densità abitativa è incredibilmente diversa da caso a caso, andando dai 2.660 ab/Km2 di Napoli o i 2.030 ab/Km2 di Milano ai 270 ab/Km2 di Bologna, ai 335 ab/Km2 di Torino, ai 330 ab/Km2 di Bari, ai 174 ab/Km2 di Reggio Calabria, ai 123 ab/Km2 di Cagliari. Fino al caso emblematico della Sicilia, dove le Città metropolitane sono ben tre: Palermo (254 ab/Km2), Catania (che, con le città di Gela e Piazza Armerina, va oggi dal mare Ionio al Canale di Sicilia) e Messina (198 ab/Km2). In sostanza, mentre in altri Paesi abbiamo delle vere città metropolitane, in Italia abbiamo delle Province metropolitane con caratteristiche consortili.

Come giudica l’elezione diretta del sindaco della Città metropolitana?

In considerazione del carattere “consortile” del figurino istituzionale della Città metropolitana italiana è preferibile l’elezione di secondo grado. L’elezione diretta determinerebbe un «cortocircuito democratico» tra due poteri (quello del Sindaco metropolitano e quello dei Sindaci dei singoli Comuni) entrambi pienamente legittimati dal basso e con reciproci poteri di veto. E’ comunque da ingenui pensare che il sistema elettorale, se di primo o di secondo grado, possa di per sé portare benefici o meno. La questione vera riguarda, da un lato, la gravissima crisi dei partiti (esasperato personalismo e conseguente autoreferenzialità) e, dall’altro, la forza o la debolezza, caso per caso, del «capitale sociale».

Il beneficio rivolto ai cittadini in che cosa si tramuterebbe?

I benefici per i cittadini non dipendono affatto dal tipo di elezione, se di primo o di secondo grado, del Sindaco metropolitano. Con i partiti ridotti a sommatoria di “individui” senza alcun collante solidaristico, né valoriale (l’opportunismo e il tatticismo prevale oggi su una visione strategica che guarda il bene comune) né organizzativo, il rischio è, nel migliore dei casi, la paralisi decisionale.

Dove può migliorare le scelte del governo locale il maggiore coinvolgimento della popolazione?

Il coinvolgimento della popolazione non può risolversi nel momento della elezione dei governanti, e dunque all’inizio e alla fine del “mandato”, ma richiede forme di partecipazione (democrazia deliberativa) al processo decisionale. E questo è un problema di regolamenti comunali (o metropolitani), di sistemi organizzativi e procedurali della macchina amministrativa, così come di ruolo e forza (sostanziale e non semplicemente formale perché riconosciuta “per legge”) dei corpi intermedi e di capitale sociale

La governance politica sarebbe gestita mediante un contatto più diretto con la popolazione?

No. Per essere appunto governance (la parola ha un preciso significato in termini di orizzontalità, partenariati pubblico-privati, e inclusività), il governo della Città metropolitana richiede forme di partecipazione dei cittadini al processo decisionale che non riguardano solo il sistema democratico cosiddetto “in entrata” (nella fase, cioè, della scelta degli amministratori). Viceversa, il vantaggio dell’elezione di secondo grado consiste nel fatto di rendere gli amministratori dei singoli Comuni (Sindaci e Consiglieri) che votano per il Sindaco metropolitano pienamente responsabili sia in fase di elaborazione e decisione dei programmi e dei piani strategici metropolitani, anche per il fatto di essersi “scelto” il “loro” Sindaco metropolitano, sia in fase di implementazione di quei piani e quei programmi allorché dipenderà da loro il raggiungimento dei risultati programmati. Da una accountability solo formale (fatta di atti e procedure burocratiche) si potrebbe così sperare di andare verso un’accountability sostanziale (doppia responsabilità nei processi sia di decisioni sia di implementazione).

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