martedì, Settembre 28

Cisgiordania, la collera della generazione di Oslo

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Gaza La situazione permane estremamente tesa sui territori palestinesi, soprattutto a Gerusalemme Est occupata, dove la rivolta dei giovani palestinesi si fa sempre più accesa. Il numero di morti e feriti non smette di crescere a ritmo di attentati, a volte ‘con coltello’ a volte ‘con automobili minate’, ma anche e soprattutto, a ritmo di repressioni da parte dell’esercito di occupazione israeliano che ha ufficialmente dato carta bianca per aprire il fuoco contro qualsiasi sospettato e persino contro i lanciatori di sassi.

Oltre a centinaia di feriti, almeno 35 palestinesi e sette israeliani son stati uccisi nel corso delle ultime due settimane; tutto ciò mostra chiaramente la gravità della situazione. Una situazione che continua ad aggravarsi e non sembra assolutamente intaccare la determinazione dei giovani nel portare avanti il loro movimento di collera che fa pensare ad una sua probabile prosecuzione sino a tramutarsi in quella che si può oramai denominare la Terza Intifada. Intifada di Al Quds per gli uni, Intifada dei coltelli per gli altri. Ogni giorno che passa sembra confermare questa eventualità.

Dal 1° ottobre, centinaia di giovani, col viso coperto dalla simbolica kefiah palestinese e armati di pietre, molotov o fionde si danno quotidianamente appuntamento nei quartieri considerati “zone di attrito” e nei diversi punti delle barricate militari israeliane dislocate in differenti città della Cisgiordania. Un movimento che qualche giorno dopo è stato seguito da gruppi di giovani nella Fascia di Gaza, i quali hanno ripetutamente preso d’assalto il terminale di Erez a nord e quello di Nahal Oz al centro, distruggendone l’ingresso che dà accesso all’interno del territorio israeliano. Ai lanci di pietra, gli israeliani hanno risposto con bombe di gas lacrimogeno, proiettili di gomma e munizioni vere provocando decine di morti e feriti.

A primo impatto, questa rivolta sembra essere diversa dalle precedenti. La sua peculiarità risiede nel fatto che non è gestita da nessuna delle organizzazioni tradizionali palestinesi, laiche come Al Fatah, il FPLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina), o religiose come Hamas o Jihad Islamica. È una rivolta individuale. La mancanza di organizzazione e di coordinamento, e il suo carattere sporadico lo confermano. I giovani agiscono in autonomia lanciando pietre o accoltellando un soldato o un colone. Allo stato attuale, questa rivolta non è ancora riuscita a mobilitare le masse palestinesi, ma è solo una questione di tempo, secondo quanto sostiene la maggior parte degli osservatori palestinesi.

“La disperazione e il pessimismo dominano su tutto per questi giovani palestinesi colpiti dalla disoccupazione e dalla povertà”, sottolinea Talal Okaili, un politologo palestinese. Egli afferma anche che “questa generazione è stanca dell’amarezza generata dall’occupazione, stanca di vivere una vita miserabile e umiliante, stanca di avere in Cisgiordania, per esempio, come unico orizzonte un muro che gli impedisce la vista e la vita, dei veri e propri ‘checks points’ che trasformano qualsiasi tragitto verso l’università, la scuola, l’ufficio, la fabbrica o i campi in una vera e propria ‘corsa ad ostacoli’. Senza contare poi che nella Fascia di Gaza i bombardamenti sono quasi all’ordine del giorno, oltre ad un accerchiamento ermetico che l’ha ridotta in una prigione a cielo aperto dove, secondo l’ONU, tra qualche anno, la vita sarà praticamente impossibile!!”. Secondo lui “i giovani di questa generazione sono assetati di vita, contrariamente a quanto raccontano gli israeliani, ma di una vita degna di questo nome ! Sono arrabbiati! Vorrebbero potersi spostare liberamente sul territorio, essere liberi di andare a bere un bicchiere a Tel Aviv, mangiare del pesce a Haïfa, andare a trovare amici e parenti a Nazareth o a Jaffa … Desideri semplici e legittimi per qualsiasi essere umano, ma che hanno dell’impossibile in questi luoghi a causa dei timori generati dall’occupazione… E poi non bisogna dimenticare che questi giovani, che non esitano ad affrontare i soldati occupanti con pietre o coltelli e che son nati nell’era dell’accordo di Oslo, sono molto istruiti ed estremamente informati grazie ad Internet e ai Social Network che gli permettono di trarre le proprie conclusioni e, quindi, di non credere più alle promesse fatte ai loro avi e da loro considerate troppo crudeli. Per loro la speranza generata dal processo di pace è pura menzogna e illusione… 22 anni di negoziazioni sterili che non fanno altro che riconfermare la veridicità di questa amara constatazione”.

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