venerdì, Maggio 14

Ciro Esposito: tifo, licenza di uccidere? Muore dopo cinquanta giorni d'agonia il tifoso napoletano. Vale la pena morire per il calcio?

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La partita degli ottavi di finale del Campionato mondiale di calcio Italia-Uruguay è in corso a Natal ed io sono qui, dinanzi al mio baby computer a cercare di smaltire il magone che sento dentro.

Il mio pensiero è a lui, a Ciro Esposito, vivo o morto che sia, nel letto di ospedale del Gemelli, qui a Roma.

Una ridda di informazioni senza controllo si sono susseguite durante un pomeriggio bollente e ventoso sullo stato di questo ventisettenne napoletano che, per cinquanta giorni, ha lottato, dopo essere stato ferito al torace da un colpo di arma da fuoco, nel corso degli scontri verificatisi a Tor di Quinto, in occasione della finale di Coppa Italia disputatasi all’Olimpico, Napoli – Fiorentina del 3 maggio scorso.

Il punto fermo è che, verso ora di pranzo, ha ricevuto l’estrema unzione. Poi, tutto il resto è fortemente aleatorio. C’è chi dice che è clinicamente morto; chi lo vuole in coma farmacologico e cosciente.

Io, che sono sempre sospettosa, collego la prudenza nel dichiararlo deceduto alla partita dell’Italia in corso. E’ come se si volessero mantenere le briglie alla tifoseria  -napoletana o romanista, perché il presunto feritore (o assassino) è un ultrà della Roma- per non offrire casus belli, occasioni di scontro.

In un panorama di crisi, di disoccupazione, di povertà galoppante, lo sfiatatoio dell’aggressività rimane il tifo, così come resta un filone permeato di collusioni, di malavita, di personaggi borderline.

Ciro Esposito è l’ultima vittima di questo affresco di decomposizione sociale, che usa il calcio e le ingenti somme di denaro che esso movimenta (non solo in maniera ufficiale, ma pure con le scommesse clandestine, tanto per dire) ma che potrebbe utilizzare qualsiasi competizione, anche una sfida a sbattimuro, per incanalare la tendenza alla rissa e l’istinto predatorio e prevaricatore degli uomini (e delle donne).

Questo ragazzo che ancora viveva in famiglia appare nel contempo vittima e carnefice di sé stesso, perché non era un passante casuale, coinvolto in una situazione in cui era del tutto estraneo.

La stessa strategia di muoversi in gruppo, e non certo con l’ ‘animus scampagnandi’, prova la consapevolezza di un potenziale scontro, da affrontare in forze; quasi un RISIKO delle tifoserie.

Gli stadi italiani  -lo comprovano gli stessi provvedimenti presi dalle Forze dell’Ordine e dal Ministero degli Interni per cercare di arginare questa deriva esagitata e delinquenziale-  sono un campo di battaglia.

E non è una buona ragione obiettare che anche all’estero gli ultras fanno indescrivibili macelli e pure là ci scappano il morto o i feriti.

Non si può fare a meno di affidarsi a ipotesi complottistiche per cercare di decrittare questa situazione esplosiva in certi campi da gioco e in alcune tifoserie. (Do uno sguardo alle notizie che arrivano da Natal: l’Italia in 10, espulso Marchisio).

E neppure può evitarsi di riflettere come certe Società di calcio appaiano ostaggi dei club di tifosi e di certi capibastone’.

Proprio in occasione di Napoli – Fiorentina e appunto per il ferimento di Ciro Esposito – della cui morte, quella sera fatidica, corse voce fra gli spalti – abbiamo assistito ad una spettacolo inverecondo in cui un delinquente tenne in scacco non solo uno stadio, ma le Istituzioni.

Ne scrissi già all’indomani di quel memorabile 3 maggio, manifestando tutta la mia indignazione nei confronti di quell’energumeno repellente che risponde al nome di Genny ‘a carogna.

La vita umana è sacra e, allorché essa si spegne, sentiamo dentro di noi un dolore sordo e incontrollabile. E’ il sentimento che provo in questo momento, anche se con un sottofondo di rabbia, sia pure impotente.

Se un soldato cade in guerra, c’è comunque una cornice che, in qualche modo, ne spiega la morte. Ma se un ragazzo con tutta la vita davanti a sé muore in uno scontro fra teppisti, in un quadro che ‘crea’ un’equivoca concezione di onore, collegandola alle prestazioni di una squadra di calcio e facendola riverberare sulla vita quotidiana di questi militi del club, come giustificheremmo la sua morte?

Cosa risponderemo ad una madre che si vede sottratta la sua creatura, che ha portato in seno e partorito e, ancora, in quei 27 anni ha amato, carne della sua carne? Che risposta avremmo?

E’ un valore o un disvalore affermare, come leggo nelle cronache de ‘La Gazzetta dello Sport‘, che il Presidente del Napoli, Aurelio De Laurentis, abbia affermato che «Il Napoli è la famiglia di Ciro»?  Ma lo è, la famiglia, anche di Genny ‘a Carogna o di quei rampolli malavitosi che presenziavano ad allenamenti o a partite bordo campo?

Mentre scrivevo e mi arrovellavo dietro ai ragionamenti sulla patologia del tifo (che è peggio, più pernicioso di quello petecchiale, riportato negli annuari medici…), l’Italia ha risolto tutte le inquietudini, facendosi definitivamente eliminare dall’Uruguay con un gol di Godin nel secondo tempo; sul groppone c’è Marchisio in anticipo negli spogliatoi e un episodio equivoco del cannibale Suarez che ha addentato il pur chiacchierato Chiellini.

Se ne ritornano cornuti e mazziati questi nababbi della pedata, trattati come dei capricciosi   -ce l’ho con Balotelli, che andrebbe smitizzato una volta per tutte-  e rivelatisi un’accozzaglia di pellegrini senza spirito di squadra e visione di gioco (faccio salvo Pirlo…).

Quest’intermezzo saccente sul versante calcistico, in attesa che l’iperattivo Premier, imitando un suo predecessore (Mr B. con Zoff), dimissioni Prandelli, che ha cercato di ricucire i brandelli della Nazionale   -non lo ritengo possibile, sono amici e cane non morde cane, a differenza di Suarez con Chiellini …-   non mi distrae da quel chiodo nel cuore che mi ha suscitato la morte di Ciro Esposito.

Per ogni individuo che muore, l’umanità perde un irripetibile tassello. Quando, però, ciò avviene per mano di un assassino e per futili motivi, il compianto si fa più angoscioso e inquieto.

Penso ad Antonella Leardi, la madre di Ciro che se lo vede morire sotto gli occhi, minuto dopo minuto.

E mi sento molto fortunata. Intollerabilmente fortunata.

 

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