domenica, Ottobre 17

Cinquant’anni di Iran

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Più di 200 opere, la maggior parte mai esposte in Italia e oltre 20 artisti per raccontare più di cinquanta anni della storia e della cultura dell’Iran, un paese la cui attenzione e la cui complessità esige una analisi molto approfondita. Ed è proprio questa la sfida che affronta ‘Unedited History. Iran 1960 – 2014’ (11 dicembre 2014 – 29 marzo 2015) una mostra ideata dal Musée d’Art moderne de la Ville de Paris a cura di Catherine David, Odile Burluraux, Morad Montazami, Narmine Sadeg e di Vali Mahlouji per la sezione ‘Archeologia del decennio finale’. La mostra è stata realizzata in coproduzione con il MAXXI.

Nel tentativo di analizzare la storia della cultura visiva iraniana moderna, Unedited History offre un nuovo punto di vista su questo Paese, scevro dai preconcetti grazie all’approccio critico dei curatori. La mostra non pretende di costruire una storia unitaria dell’arte iraniana moderna, ma di realizzare un montaggio che attraverso lacune, vicoli ciechi, complessità irrisolte, comprenda le dimensioni controverse di una storia apparentemente non revisionata, ‘non editata’.

La mostra si articola in tre grandi aree: 1/Gli anni della modernizzazione (1960 – 1978), 2/La rivoluzione del 1979 e la guerra Iran – Iraq (1980 – 1988), 3/Il dopoguerra dal 1989 ai giorni nostri.

In occasione della mostra il Dipartimento educazione del MAXXI, in considerazione della particolarità dei temi trattati, strettamente legati alla cultura e alla storia più recente dell’Iran, ha avviato ‘IL MIO IRAN’ un progetto di mediazione interculturale che coinvolge la comunità iraniana di Roma.

Il progetto ha l’obiettivo di dare voce a diversi punti di vista, produrre molteplici interpretazioni delle opere e della mostra per avvicinare un pubblico sempre più vasto.

Abbiamo intervistato Marta Morelli, referente responsabile ‘IL MIO IRAN’ e membro dello staff permanente del dipartimento legato all’educazione del MAXXI Arte e Architettura.

 

In che cosa consiste Shab-e Yalda, la gioiosa celebrazione della notte più lunga dell’anno, quella del solstizio d’inverno e Chahârshanbe Sûrî (Festa del Fuoco, ultimo mercoledì dell’anno) e i significati simbolici dell’Haft Sîn (Sette ‘S’)? Ci parla meglio di queste feste e significati iraniani?

In occasione della mostra ‘Uniedited History. Iran 1960-2014’ il dipartimento educazione ha deciso di coinvolgere la comunità iraniana in una serie di progetti di mediazione interculturale. Il primo è ‘Il mi Iran’ e contemporaneamente nella cooprogettazione delle altre attività educative a partire da Shalb el Yahlda che nella tradizione persiana è il festeggiamento del solstizio d’inverno che cade tra il 20 e il 21 di dicembre, la notte più lunga dell’anno dove le ore di buio sono superiori alle ore di luce. Nella tradizione persiana si festeggia insieme e ci si riunisce nelle case di parenti, amici e conoscenti per passare insieme tutta la notte raccontando poesie soprattutto dal Libro dei Re, appunto dallo Shahnameh. In realtà il Libro dei Re non ha poesie, le poesie sono quelle del poeta Afef o racconti dal libro dei Re di cui parlavamo prima. Oltre a passare la notte a narrare e a raccontare fiabe ci si ciba anche di frutti rossi (soprattutto melograno che ha una valenza importantissima per tante culture e tradizioni compresa quella iraniana e rappresenta la fertilità, mangiandolo quella notte non soltanto perchè è un frutto tipico della stagione autunnale-invernale, ma anche perché da quella notte in poi il sole comincia a prevalere sulle tenebre portando nuova vita e fertilità vincendo la luce sulle tenebre e anguria messa da parte dall’estate.

A quale Paese occidentale recente o antico può essere paragonato l’Iran degli anni Sessanta fino a pochi anni fa?

Non credo si possa fare un paragone del genere perché l’Iran ha una storia stranamente complessa e non vissuta da un altro Paese Occidentale soprattutto da quella che potremmo definire una paracolonizzazione perché non è stata evidentemente una vera e propria colonizzazione, ma da una parte un’occupazione dell’Inghilterra e dell’America e dall’altra della Russia per la gestione sicuramente dei pozzi petroliferi e per questo motivo date le ingerenze importanti di queste potenze mondiali non può essere paragonata a nessun altro paese occidentale che ha avuto la sua stessa storia.

Bastano 200 opere a rappresentare più di 500 anni di storia e cultura dell’Iran dal 1960 ad oggi, o esistono forti lacune nella trattazione della tematica culturale trattata?

Non bastano evidentemente 200 opere, tra le quali molte installazioni, dipinti, fotografie e moltissimo materiale d’archivio e documentario, ma l’intenzione curatoriale non aveva quello di dare una panoramica esaustiva perché come si può immaginare la storia più recente, ossia gli ultimi 50 anni, è ancora frutto di discussione. Pertanto ci sono delle lacune, ma vengono dichiarate.

La trattazione è scevra dai preconcetti che si hanno e si sono avuti in passato nei confronti dell’Iran stesso, tanto da considerarlo preda di conquiste da parte dei Paesi stranieri?

Sì assolutamente, come le dicevo ci sono state potenze principalmente occidentali che hanno arrogato diritti se non altro e investito in maniera sotterranea e subdola.

È un paese che spesso ha suscitato particolare interesse, puntano su questo per tale manifestazione?

Il nostro direttore artistico (quello del MAXXI) Hou Hanru aveva intenzione di aprire il museo alle culture ‘altre’ e a tutto quello che non era definibile in campo artistico e occidentalizzato. Questa mostra rapppresenta la prima di una trilogia di mostre con un focus su paesi non occidentali. All’inizio del prossimo anno avrei la Turchia, in particolare Istanbul e fine il Libano.

Per la sezione Archeologia del decennio finale l’idea è del Musée d’Art moderne de la Ville de Paris a cura di vari archeologi in collaborazione con il MAXXI . Come si pratica l’archeologia attualmente in quelle zone?

Questa è una sottosezione della prima della mostra e tratta due importanti temi nello specifico: il festival delle Arti di Shiraz-Persepolis dal 1967 al 1977 con una riedizione completamente riorganizzata nel 1978 (ma mai realizzata per via delle forti proteste popolari proprio in quegli anni e la più ricca di materiale documentario da filmati delle performance a manifesti originali di ogni sezione, locandine, registrazioni audio e molto altro ancora) e il quartiere a luci rosse di Terahan che è chiamato Sharenon ed è dettato, anche se non posso parlare per il curatore, sul lavoro di ricerca del materiale per lo più sconosciuto, o meglio celato, perchè queste due realtà sono temi ancora controversi della storia recente dell’Iran per ragioni. La validità di questa mostra è quella di aver esposto materiale d’archivio inedito e mai esposto prima d’ora. La sezione si chiude con il lavoro di Kaveh Golestan sulle prostitute nella cittadella di Sharenon.

La mostra si articola in tre grandi aree:1/Gli anni della modernizzazione (1960 – 1978), 2/La rivoluzione del 1979 e la guerra Iran – Iraq (1980 – 1988), 3/Il dopoguerra dal 1989 ai giorni nostri. Ce ne parla meglio trattando tali suddivisioni anche se in breve, ma in modo esaustivo?

Il decennio degli anni Sessanta è stato certamente inidividuato come punto di partenza della mostra perché da quel momento si sono succeduti una serie di avvenimenti nella società iraniana che hanno portato agli sconvolgimenti della fine degli anni Settanta e Ottanta. questa prima sezione si apre con due grandi artisti della Shiarah iraniana di quegli anni che sono importanti per motivi nettamente diversi, Behdjat Sadr è una donna e questo va evidenziato per quegli anni perchè non usa pseudonimi in quanto appare molto intraprendente e apertamente critica rispetto a quello che la circondava. La sezione prosegue con opere di grafica e caricaturali nei confronti della monarchia Pahlavi che governava l’Iran in quegli anni. si prosegue poi con l’Archeologia del decennio finale di cui appunto abbiamo parlato prima, focus profondo sugli eventi dei quali trattavamo precedentemente.

Ci parla della modernizzazione dell’Iran dal 1960 al 1978. Che avvenne nel Paese e che alleanze si crearono e come erano le condizioni migliorate o peggiorate di cittadini e delle prostitute, ampliamente trattate in una sezione della mostra, che risiedevano in questo luogo?

La sezione viene chiamata gli anni della modernizzazione ad indicare un processo che avveniva in Iran da diversi millenni ed è stato fortemente voluto dallo scià e dalla consorte Faradiba Occidente. essi non potevano modernizzare, ma occidentalizzare l’Iran stesso. Per questo si ebbero moltissime proteste e polemiche che hanno poi dato vita alla caduta dello scià e alla rivoluzione del 1979. Esistono motivazioni profonde e complesse perché la popolazione iraniana non capiva perché aveva problemi più reali che derivavano dalla mera sopravvivenza dei cittadini iraniani e tanta parte delle attività e degli eventi politici, delle attività e lo stesso Festival di Shiraz e Persepolis sono stati percepiti dalla popolazione come a loro imposti e non sussistevano le condizioni più adatte per portare avanti un processo del genere. La modernizzazione però ha anche un altro risvolto, è autonoma rispetto al volere dello scià e dell’imperatrice perché gli artisti hanno avuto modo di studiare all’estero. Lo stesso Bahaman Mohasses ha studiato all’Accademia di Belle Arti a Roma e di viaggiare e conoscere di interrogarsi sull’arte occidentale e occidentalizzazione anche dell’opera d’arte oltre al contrario sull’arte iraniana. Erano quindi anni veramente di grande fermento. Non si tratta però di un Gran Tour perché quello settecentesco prevedeva molte tappe, mentre molti artisti iraniani viaggiavano prevalentemente verso Roma e la Francia.

Una sezione della mostra comprende una collezione di materiale di archivio e documenti sul Festival di Shiraz – Persepolis (1968-1978). È stato fatto anche un film Persepolis che ha vinto il Premio della giuria al Festival di Cannes del 2007, un romanzo di formazione della ragazza Marjane che inizia poco prima della Rivoluzione Iraniana fino i fondamentalisti islamici. È diversa in Iran la rivoluzione che si è attuata pochi anni fa rispetto agli altri paesi orientali?

Quello che è accaduto in Iran nel 1978 e in particolare nel 1979 è stato particolarmente una presa di coscienza o sollevazione popolare che non riscontrava precedenti e la prima in assoluto in quel Paese. Tutti gli strati della popolazione erano stanchi e contrari del governo Pahalavi e della monarchia che negli anni si era trasformata di fatto in un governo dittatoriale. é stata una rivoluzione nel vero senso della parola che ha unito forze laiche, religiose, di sinistra, e addirittura marxiste oltre a quelle islamiche già presenti e prettamente religiose rispetto alle altre precedentemente citate.

Quanto pesano questi gruppi fondamentalisti nella politica culturale dell’Iran e quanto l’hanno condizionata e condizionano ancora oggi tale politica culturale?

Quello che è accaduto in Iran nel 1978 e in particolare nel 1979 è stato particolarmente una presa di coscienza o sollevazione popolare che non riscontrava precedenti e la prima in assoluto in quel Paese. Tutti gli strati della popolazione erano stanchi e contrari del governo Pahalavi e della monarchia che negli anni si era trasformata di fatto in un governo dittatoriale. é stata una rivoluzione nel vero senso della parola che ha unito forze laiche, religiose, di sinistra, e addirittura marxiste oltre a quelle islamiche già presenti e prettamente religiose rispetto alle altre precedentemente citate.

Come si è sviluppata l’arte iraniana per immagini prima proibite dall’Islam, come è cambiata l’architettura e la letteratura iraniana e che ha comportato per gli artisti e letterati iraniani in fatto di libertà di espressione in questo campo, facendoci anche riflettere sul concetto ideologico che essa ha in rapporto alla situazione economica e culturale presente?

In Iran arte impegnata ha significato, dalla rivoluzione in poi con la fondazione della Repubblica Islamica dell’Iran, quella favorevole al governo teocratico. Durante il decennio della guerra contro l’Iraq fino al 1988 si sviluppa un’arte che noi Occidentali chiameremo di propaganda e di appoggio al jetollah comeini e al governo teocratico. L’artista impegnato come Hannibal Alkhas esposto in mostra, quello che disegnava i grandi murales per le vie delle grandi città dell’Iran, ma non soltanto che inneggiavano al combattimento contro l’invasore iracheno e alla figura del martire con una costruzione estetica di tale rappresentazione del giovane soldato, se non giovanissimo e spesso poco più che bambino che si arruolavano più o meno volontariamente per combattere contro l’Iraq tanto che molti artisti hanno contribuito esteticamente ad accrescere questo falso mito.

Nel MIO IRAN progetto di mediazione interculturale tra Italia e Iran come entra la comunità iraniana già presente a Roma?

La comunità iraniana ha dato un grandissimo contributo e messo un grande impegno in questo progetto. I primi incontri si sono avuti in luglio e abbiamo contattato alcuni iraniani presenti a Roma che hanno attuato un passaparola con altri loro conoscenti e connazionali fino a raggiungere un gruppo considerevole di individui a settembre. Il progetto ‘Il mio Iran’ è un laboratorio di scrittura partecipata con incontri settimanali, da settembre a novembre, (in realtà l’ultimo di verifica lo abbiamo fatto proprio ieri) nei quali si redigono dei testi assolutamente personali su opere che il dipartimento educazione del MAXXI ha selezionato oppure sottosezioni come per esempio il Festival di Shiraz o Shavenon. Siamo partiti dall’opera e passati attraverso l’autobiografia e quindi l’esperienza reale di vita del partecipante al progetto, innescando memorie e ricordi personali che tocca temi universali come la guerra oppure situazioni facilmente condivisibili per tornare poi all’opera stessa, punto di partenza e finale che però arricchisce l’opera e di conseguenza noi stessi per l’apertura e condivisione di una sensazione, di un sentimento e di un sentire che da personale diventa collettivo. I testi sono stati poi tradotti in due versioni, come didascalia breve a parete accanto a quella storica artistica istituzionale del museo e la versione integrale in una brochure dedicata.

Ci riassume la cultura dell’Iran in tre parole significative, una per il tempo dal 1960 fino al 1989 e invece una per la situazione attuale?

Questa domanda non è semplice dal 1960 al 1978 la parola modernizzazione credo che sia quella che rappresenta la cultura iraniana di più di altre, in ogni caso in ognuno dei tre periodi mi viene l’aggettivo e poi sostantivo controverso e contraddittorio perché vi sono nella cultura iraniana, che io ho approfondito, mille versioni dello stesso evento e bisogna stare attenti alle definizioni che noi occidentali spesso diamo di queste fasi storiche iraniane.

 

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