sabato, Aprile 17

Cinema,architettura e altre sciocchezze 40

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Un paio di noterelle sulla vita culturale della nostra Capitale. L’atmosfera che si respira al mai troppo benedetto Auditorium di Renzo Piano quando impazza il Festival del Cinema è sempre divertente e allegra. Nonostante la materia prima non si profili eccelsa, ma tireremo le somme alla fine, è  sempre un piacere aggirarsi tra red carpet, caffè, sale di proiezione e conferenze stampa, mescolati a video reporter in assetto di guerra, addetti ai lavori e curiosi di cinema, che a Roma sono sempre tanti.

Al di là dell’abilità di Marco Muller, capace di riuscir spesso a celebrare nozze anche con fichi non freschissimi,  il ruolo della struttura ideata e realizzata da uno dei pochi geni italiani in circolazione è tutt’ altro che secondario. All’ Auditorium si sta bene, ecco tutto. La gioia di passare qualche ora di vita in un posto sempre accogliente e gradevole, con librerie, ristoranti, verde rilassato e rilassante, e soprattutto avere a disposizione un’opera  magnifica da abitare e gustare rendono anima e corpo propensi ad accettare con magnanimità anche performance non sublimi.

E poi ci sono sempre tanti amici da incontrare, abbracciare,salutare e criticare perfidamente due secondi dopo l’inutile scambio dei numeri. Che è l’essenza stessa della vita sociale da che mondo è mondo. Ciò che di certo non accade,per esempio,nella centralissima, assolata, ristrutturata a peso d’oro, orrenda piazza S. Silvestro, canto del cigno di uno dei più noti architetti romani del novecento. Quel Paolo Portoghesi famoso per le tre “S” aggettivali che ne hanno caratterizzato la lunga vita professionale: Socialista, Salottiero, Sopravvalutato.

Dall’Auditorium al Maxxi dell’altra arcistar Zaha Hadid il passo è breve, qualche centinaio di metri che sembrano però molti di più, in quanto il vagheggiato asse dell’Arte che dovrebbe iniziare con L’Auditorium e terminare col Ponte della Musica, nella visione bruscamente interrotta dell’ex sindaco Veltroni, non esiste. Esistono tre opere di architettura, tre cattedrali non però situate nel proverbiale deserto,ma in un tessuto urbano discontinuo, incongruo, nella miglior tradizione dell’incapacità, eterna come la città, di portare a termine un progetto organico. Sul Ponte della Musica poi, che inizia tra illusori squilli di tromba nel punto più bello del quartiere Flaminio per morire al di là del fiume, in un groviglio di strade senza capo né coda, manifestamente ostili a recepire il progetto, stendiamo un velo pietoso. Ma tanto è pedonale, grande idea davvero, in una città che muore di traffico.  

Al Maxxi, si diceva, opera notevole (avercene) ma fredda e molto meno friendly dell’Auditorium, vista una rassegna di Ultracorti. Cosa sono? Non saprei dirvi bene. Immaginate dei prodotti visivi in movimento della durata di quindici secondi. Secondi,non minuti. Quelli della rivista Wired, patrocinatori dell’idea, li presentano come fossero la nuova frontiera del cinema. A Enrico Ghezzi pare piacciano, questo mi è sembrato di capire dalle solite circonvoluzioni verbali espresse di persona e dunque non fuori sync. Almeno credo,perché né lui né Sabina Guzzanti, invitati a presenziare e commentare l’evento, hanno ritenuto doveroso  alzarsi e rivolgere le loro facce da Vip sul proscenio, verso il folto pubblico che fino a prova contraria è il loro vero padrone. La Guzzanti ha espresso sugli Ultracorti un parere decisamente più conservatore  prendendosi della “reazionaria” da quelli di Wired. Stavolta sono con Sabina, perché sentir parlare di “democratizzazione dell’Arte” in merito agli Ultracorti mi ha destabilizzato non poco. L’Arte è un mistero assoluto e insieme discutibile, deve la sua sacralità proprio al suo sfuggire perennemente alle goffaggini di chi vuole appropriarsene definendola. Lasciamola in pace, per favore.

 

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