mercoledì, Agosto 4

Il sogno di essere ʻFuori dal coroʼ

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Si possono ancora realizzare i sogni? E’ la domanda che balza alla mente dopo aver visto il lungometraggio ʻFuori dal coroʼ, in uscita oggi nelle sale italiane, firmato dal giovane regista Sergio Misuraca, al suo primo lungometraggio dopo diversi corti. Un mix di generi per mettere a tema la nostra attualità: la difficoltà di trovare lavoro per i neolaureati, in un mercato che non sempre aiuta gli esordienti.
Dario (Dario Raimondi) e Nicola (Alessio Barone) trascorrono le loro giornate nel paesino siciliano puntando sull’arte di arrangiarsi e divertendosi. Qualcosa cambia quando, di fronte alla possibilità di un posto di lavoro, Dario accetta di far l’‘uccellino’ per il ‘Professore’: la sua missione consiste nel portare una busta di documenti a Roma  -così gli viene detto- e ritirarne un’altra dallo slavo Pancev (Ivan Franek), ma come potrete immaginare non sarà così lineare.
Il background del regista siciliano, qui nei panni di regista, produttore e sceneggiatore di una produzione indipendente com’è quella di ‘Fuori dal coro‘, il suo viaggio-sogno americano, sono quasi un tutt’uno, almeno in termini di atmosfere, con questo film.

 

Misuraca, nelle note di regia lei sottolinea come la realizzazione di ʻFuori dal coroʼ sia stata un piccolo miracolo. Parliamo dunque della genesi produttiva
È stata impegnativa. Con un continuo confronto con il Direttore della fotografia (Giuseppe Pignone) abbiamo dovuto fare delle valutazioni in base alle risorse e questo ha comportato anche cambi nella sceneggiatura, per esempio era prevista una scena in un peschereccio e non era possibile girarla  per questioni climatiche. Ho vissuto questo film nella doppia veste di regista e produttore. Non abbiamo avuto sovvenzionamenti né da Film Commission, né dal Ministero, né patrocini; l’aiuto è stato fornito da amici che ci hanno dato delle sponsorizzazioni, poi girare nel mio paese, Terrasini, ha facilitato sia per le location che i per permessi forniti dal Comune. Sono molto contento di com’è venuto, tenendo conto dei mezzi e delle risorse in possesso. E’ un lungometraggio in cui ci sono tante location, molti attori e comparse, e non era semplice gestire il tutto in circa cinque settimane. Sicuramente un forte sostegno è venuto proprio dal crederci delle persone che hanno sposato il progetto, questo ha fatto sì che il film venisse nel modo in cui potranno vederlo gli spettatori; con una grossa produzione dietro il risultato finale sarebbe stato diverso e credo non quello che avevo in mente… Mi auguro che si apprezzi lo sforzo, poi certo il giudizio spetta al pubblico.

In ʻFuori dal coroʼ c’è la doppia anima di commedia e pulp ed è riuscito anche a coniugare il taglio ‘road movie’ che è più un genere americano. Lei non ha fatto una scuola di cinema, è stato un auto-didatta, ci può raccontare cosa l’ha influenzata?
La mia esperienza è legata ai tantissimi film che ho visti e all’amore che ho per il cinema. Amo maggiormente il cinema americano, ma apprezzo molto anche quello italiano. Mi piacciono le storie dove ci sia sentimento vero. Il film parte  con toni più da commedia all’italiana, nel momento in cui entra in scena lo zio (Alessandro Schiavo) mutano consapevolmente la fotografia, la musica. Chiaramente è molto rischioso virare il tono, ma ci tenevo a far un film che potesse dare qualcosa di diverso allo spettatore.

Lei è cresciuto col mito del cinema e, in particolare, di Robert De Niro, tanto che ha deciso, a ventunanni, di trasferirsi da un piccolo paese siciliano a Los Angeles, e forse non è neanche un caso che abbia voluto esordire con un film che tratta di mafia. Gli americani spesso ci vedono come dei mafiosi, lei che percezione ha avuto?
Purtroppo temo che non ci toglieremo mai l’immagine che ha la Sicilia all’estero. Quando a Los Angeles dicevo che ero siciliano facevano subito questo accostamento e mi faceva arrabbiare molto perché non si riesce a togliersi di dosso quest’idea nonostante le persone oneste ci provino a scardinarla.

L’essere stato in America per tre anni, mantenendosi lavorando in diversi ristoranti tra cui quello in cui è avvenuto l’incontro con De Niro, le ha dato l’idea di come si fa cinema lì?
L’esperienza americana è stata fondamentale in tutti i sensi, in primis come persona. Mi ha fatto diventare un ‘uomo’, perché mi son trasferito lì come un ragazzino di un piccolo paese e poi mi son ritrovato a Hollywood. Io sono andato in America con l’idea di vedere un altro mondo e fare un’esperienza di vita, pur rimanendo il sogno dentro di me, quando son arrivato dovevo far i conti con la realtà che prevedeva il pagarsi l’affitto, comprarsi da mangiare, sopravvivere… Ho avuto la fortuna di iniziare a lavorare nella ristorazione, che mi ha dato poi la possibilità di creare quello che è diventato il mio lavoro qui (gestire un ristorante) che mi ha permesso di produrre ʻFuori dal coroʼ. Quando ero a Los Angeles respiravo cinema in ogni angolo di strada, non solo nell’incontrare gli attori, ma riconoscere un luogo che hai visto in una pellicola. Senz’altro l’esperienza ad ʻAgoʼ -il ristorante di cui è socio Robert De Niro- mi ha permesso ancor più di assaporare quell’atmosfera, essendo frequentato da artisti, produttori, registi, ovviamente lì ero per lavorare, per cui dovevo rimanere concentrato altrimenti rischiavo il posto, anche se la tentazione di avvicinarsi e iniziare una conversazione di cinema… Il sogno è rimasto, poi nella vita accadono delle cose magiche, il film è stato un incontro di tante situazioni. Mi rendo conto che portare oggi il mio film al cinema non è semplice essendo un mix di generi e Microcinema ha creduto in questa produzione indipendente (esce in circa 30 copie).

Riallacciandoci proprio a questo, vista la difficoltà del mercato italiano, a chi è indirizzato ʻFuori dal coroʼ?
Si rivolge a persone che, mi auguro, possano apprezzare di vedere film diversi da quelli che solitamente si vedono al cinema. Io cerco di seguire un po’ tutto il cinema italiano, solo che spesso la platea si ritrova davanti film un po’ troppo programmati, con gli attori di grido del momento, una promozione martellante, chi lo produce magari ha anche la distribuzione in sala e perciò non può perdere. Spero che ci siano spettatori che abbiano voglia di vedere qualcosa di diverso rispetto a questo tipo di offerta.

Lei parla di sogno americano e accenna anche alle leggi statunitensi che non l’hanno sostenuta. Il protagonista del film è un neolaureato che per sperare in un posto di lavoro deve accettare un compromesso. Pensa che oggi possa esistere ancora per i giovani il sogno americano e che abbia senso rincorrerlo? La sensazione che si ha, rimanendo nel mondo cinematografico, è che per un giovane che abbia voglia di far il regista sia diventato un sogno anche farlo qui in Italia…
Rincorrere un sogno è sempre positivo, nel momento in cui perdiamo di vista questo è la fine… sentire dentro di sé la voglia di inseguire un obiettivo è fondamentale perché vitale, ovviamente non bisogna perdersi d’animo. Rispetto alla situazione di far cinema qui, io non ho mai partecipato a un bando ministeriale, però pensavo che per quanto riguardasse il mio film sarebbe stato più semplice avere un piccolo aiuto dalla Film Commission della Sicilia dato che la regione è molto messa in evidenza e in tutta la sua bellezza. Certo, io non avevo un background da presentare  -a parte cinque cortometraggi. Non faccio questa constatazione con rabbia e ho rispetto delle istituzioni, ma penso più ai giovani talentuosi che magari non sono messi nelle condizioni di emergere se non hanno una grossa produzione dietro o le disponibilità economiche proprie per buttarsi.

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