martedì, Agosto 3

Cinema e Migranti, un viaggio lungo trent’anni Come il Cinema italiano ha incontrato e raccontato il nuovo fenomeno migratorio nell’ultimo trentennio / 1

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Negli anni ’80 dello scorso secolo l’Italia prende atto formalmente dell’immigrazione straniera. Per la prima volta una legge riconosce la presenza di lavoratori extracomunitari nel nostro Paese e si pone esplicitamente gli obiettivi di regolarne lo status giuridico e di programmarne gli ingressi. Il Cinema italiano negli anni ‘80/’90, grazie alla sensibilità di alcuni suoi autori, inizia a focalizzare la propria attenzione su fenomeni sociali e vicende legate al problema dell’immigrazione in virtù delle ondate migratorie verso l’Italia e dei profondi mutamenti che avvengono in seno alla società in seguito all’arrivo di migliaia di cittadini stranieri. In principio e per molto tempo, gli autori e sceneggiatori che portano sullo schermo queste problematiche sono pochi (ma buoni) e propongono un cinema di contenuti e qualità.

A cavallo dell’anno 2000 autori e produzioni cominciano a prendere in considerazione in maniera diffusa, l’esigenza di raccontare la presenza degli stranieri nella quotidianità produttiva, sociale e culturale, e di come si integrano nel tessuto connettivo della nazione. Fino a far giungere nelle sale pellicole che raccontano storie di immigrazione più complesse e che, comunque, forniscono una rappresentazione di personaggi e comunità straniere, storie di arrivi e speranze, di accoglienza e rifiuto, di emarginazione e integrazione, ispirate a vicende reali e all’atteggiamento contraddittorio di una società improvvisamente invasa e perciò impreparata sia dal punto di vista logistico che culturale. Una realtà sociale nuova capace da un lato di solidarizzare con lo straniero e dall’altro di criminalizzarlo attraverso provvedimenti e legislazioni speciali, inquadrarlo nel tessuto lavorativo mentre lo mantiene ai margini della comunità. Una società affascinata dalle policromie di culture, costumi e tradizioni che contemporaneamente vede l’immigrato come potenziale pericolo per la propria conservazione. Tutto questo si rispecchia anche nella narrazione cinematografica che si fa latrice di queste profonde contraddizioni che convivono e raccontano la nuova vita, o quello che è stato definito ‘nuovo mondo’. Racconti che svelano fragilità, debolezze, sogni, paure, ipocrisie e anche orrori. Fino ad arrivare, negli ultimi anni, alla scelta di molti cineasti di usare la macchina da presa per documentare semplicemente esistenze altre, diverse dalle nostre, che però inevitabilmente con le nostre producono rapporti, confronti e scontri. Purtuttavia senza puntare a dimostrare nulla, con il solo e dignitoso scopo di  conoscere ed osservare per provare a comprendere, empatizzare e capire l’altro.

Sfruttati nei campi partenopei, incatenati all’inferno della prostituzione nei sobborghi di una Roma spietata, sottopagati e segregati nel produttivo Veneto, gli stranieri capiscono sin dal primo momento che l’Italia non è l’America con il suo ‘sogno’ in cui ogni cosa è possibile. Le vicende di un’Italia che improvvisamente si scopre intollerante e razzista, obbligata a subire le ondate migratorie dai Paesi africani, sono prontamente portate alla luce, quasi con i tempi dettati dalla cronaca giornalistica, nell’esordio alla regia di Michele Placido, autore coraggioso di ‘Pummarò’ (1989), uno tra i primi lungometraggi del cinema nostrano sul fenomeno dell’immigrazione. Il film segue il viaggio della speranza di Kawaku, giovane laureato ghanese che coltiva l’ambizione di perfezionarsi in Canada come chirurgo, ma che arriva in Italia, a Villa Literno, per ricongiungersi con il fratello Giobbe, chiamato per l’appunto Pummarò visto che raccoglie pomodori nei campi assolati. Giobbe, però, è in fuga perché ha affrontato il capo camorrista che schiavizzava lui è i suoi sodali perché  rivendicavano giuste condizioni di lavoro. Kawaku soffre di questo sfruttamento nei campi e dorme nei loculi ancora liberi del cimitero, come altri clandestini. Infinitamente diversa da quella che aveva sognato, la realtà ha la faccia del rovescio della medaglia. In cerca del fratello va a Roma, dove la storia non cambia, anzi peggiora. E così poi a Verona, dove a primo acchito l’integrazione sembra una possibile chimera: trova un lavoro regolare, sta imparando l’italiano e si vede con Eleonora, l’insegnante per gli stranieri. Ma anche qui deve fare i conti con pregiudizi e ostilità. Il film smaschera la realtà: tutto funziona fino a quando lo straniero immigrato viene sfruttato e marginalizzato. Il rosso domina e ‘colora’ questo film. I pomodori, la terra, la fatica, il sudore. E storie antiche ma sempre nuove: la schiavitù, il caporalato, in un periodo strano e particolare. Gli anni Novanta, quei cambiamenti profondi che si sarebbero avverati nel giro di troppo poco tempo. E poi c’è il colore indefinito della miseria, della povertà. ‘Pummarò’ è un film che parla anche del dolore, ma senza sfruttarlo, un dolore dignitoso che non viene messo alla berlina. E’ un film di ricerca e viaggio, alla scoperta della vita e delle sue amarezze. E’ un film neo-neorealista, forse un po’ esagerata come definizione o forse corretta. Gli va riconosciuta la componente pionieristica rispetto al tema delle migrazioni.

Qualche anno dopo il film di Placido, Gianni Amelio, che aveva già esordito alla regia con ‘Il ladro di bambini’, firma nel 1994Lamerica’ che vede lo stesso Michele Placido coprotagonista insieme al sorprendente Enrico Lo Verso. I fatti sono ambientati nel contesto storico del 1991, quando con la caduta del regime comunista di Enver Hoxha l’Albania piomba nel caos. Migliaia di persone pensano di trovare rifugio in Italia. In questo clima socialmente perturbato, due faccendieri italiani senza scrupoli e senza grandi capacità, lo scaltro Fiore (Placido) e il giovane ed arrogante Gino (Lo Verso), tentano di creare un business poco trasparente. Pensano, dunque, di rilevare un calzaturificio fallito, fondando una fittizia società italo-albanese per accedere così ai contributi del Governo italiano per l’impresa. Per realizzare il loro piano è necessario che il Presidente della società sia albanese, così i due si mettono alla ricerca di un prestanome da manipolare a piacimento. Lo trovano in un anziano ex-detenuto politico del regime: malato, pazzo e senza legami affettivi. Possiede, perciò, tutti i requisiti ideali per il fare da Presidente-fantoccio. Purtroppo, alla vigilia della firma dei documenti societari, l’anziano sparisce dall’ospizio in cui i due soci lo avevano parcheggiato. Per Gino comincia così una lunga odissea nel cuore arretrato dell’Albania alla ricerca del vecchio, che ritroverà soltanto dopo varie peripezie, scoprendo anche che in realtà è un italiano anche lui, e pure lui siciliano, il cui vero nome è Michele. L’uomo, arrivato giovanissimo in Albania durante la seconda guerra mondiale, è stato poi imprigionato dal regime subendo una lunghissima detenzione che l’ha sconvolto portandolo sull’orlo della demenza. Per Gino la situazione precipita: il compare lo informa che il loro piano è saltato; Gino viene arrestato dalla polizia albanese per la tentata truffa. Lo rilasciano soltanto dopo una completa confessione di colpevolezza e la conferma del coinvolgimento di un funzionario albanese corrotto. Cosi Gino lascia l’Albania ma, essendo stato privato del passaporto, si unisce ai disperati emigranti che credono di trovare ‘Lamerica’ nell’Italia da cui gli italiani fuggivano all’inizio della storia. E per ironia del destino sul barcone Gino ritrova il vecchio ‘pazzo’ che è convinto di sbarcare in America.

Amelio realizza così un capolavoro. Lamerica è un road movie, è un viaggio in realtà tutto interiore, che sottende a una morale che passa dalla punizione fino a giungere alla redenzione di Gino, novello colonialista e capitalista, giunto in terra straniera ufficialmente come benefattore e portatore di civiltà, in realtà per arricchirsi, forte della presunta superiorità, a discapito di un popolo di ‘automi’. Il viaggio attraverso le zone più impervie e povere dell’Albania porta il protagonista a vivere la dura realtà di un popolo che vive le proprie difficoltà colorandole con le immagini di una tv italiana che regala loro sogni a costo zero. L’incontro sul barcone con il vecchio aiuta Gino (e anche noi) a ricordare che l’Italia è stata – ed è tuttora – terra di emigranti. ‘Lamerica’ ha una valenza universale: la storia degli emigranti albanesi è la storia di tutti gli emigranti. In concorso a Venezia 1994, ‘Lamerica’ ha vinto soltanto un Premio Osella per la regia, ma per qualità narrativa e per il modo come la bella sceneggiatura affronta il rapporto tra persone, popoli ed aspirazioni di vita, merita di essere ricordato come una pietra miliare nel cinema che affronta il tema dei migranti.

 

1 / (continua)

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