martedì, Agosto 3

Cinema e Migranti, documentazione del presente e immaginazione del futuro Viaggio nella rappresentazione cinematografica italiana degli ultimi trent’anni / 2

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Tra i primi a proporre una rappresentazione cinematografica degli stranieri in Italia, della loro quotidianità e dei loro sogni, c’è Emanuele Crialese che già si era fatto apprezzare da critica e pubblico con quel suo ‘Respiro’, ambientato nella Lampedusa degli anni ’60, che nel 2003 stupì al Festival di Cannes. Poi con ‘Nuovomondo(2006), ambizioso racconto del viaggio dei migranti siciliani verso l’America, la terra dell’abbondanza immaginata, si confermava come uno dei registi più interessanti nel panorama della penisola e che meglio riusciva a rendere le tematiche delle migrazioni.

Quando arriva ‘Terraferma’ (2011) le molte attese su Crialese trovano riscontro, perché questo progetto sembra proseguire il percorso sui migranti, con un’adesione molto più radicata all’attualità. Adesso il nuovomondo è la (nostra) terraferma: il film si ispira anche alla vera storia di Timnit T., alla quale il regista di origini siciliane ha chiesto di reinterpretarla. Nello scenario di un un’isola siciliana sono rimaste poche anime, per lo più vecchi e stanchi pescatori: Ernesto è l’unico a non arrendersi, come non manca di fargli pesare il figlio Nino, ad un mestiere che non dà profitti ed agli acciacchi dell’età ormai inclemente. E’ un settantenne testardo e burbero che vuole continuare per la propria strada, anche per non far demolire il peschereccio del figlio scomparso in mare. Nella sua famiglia, si confrontano tre generazioni, quella del nonno, quella dello zio Nino e della vedova Giulietta,  del figlio ventenne, Filippo. Alla rocciosa solidità del tradizionalismo di Ernesto si oppongono Nino e Giulietta: il primo è essenzialmente un superficiale alla spasmodica ricerca di guadagno, mentre la donna vuole offrire più possibilità e un futuro diverso al figlio. Nel mezzo vaga spaesato proprio Filippo che, non sapendo ancora bene cosa fare, aiuta il nonno e se ne sta per i fatti suoi, bloccato in un tempo ed in una azione che non sa definirsi. Quando Ernesto salva alcuni africani profughi in mezzo al mare su un gommone, si capisce come sia depositario di una saggezza consapevole e di un senso morale ormai desueto. L’etica del marinaio che non lascia nessuno in mare è ciò che lo spinge ad aiutare quei disperati, nonostante i problemi a cui andrà incontro, come il sequestro del suo peschereccio fonte di sussistenza.

Terraferma’ è una favola realista ricca di personaggi caratterizzati in base alla funzione che devono svolgere nella narrazione; si pensi per esempio al ruolo della madre che inizialmente si mostra severa col figlio e dura con la clandestina che aiuta a partorire, per poi costruire con lei un prevedibile rapporto di sorellanza tra donne e madri. Anche le stesse forze dell’ordine, carabinieri e finanzieri, sono metafora d’uno Stato presente fisicamente ma assente in senso politico e morale. Con l’arrivo dei clandestini, Crialese sembra anche voler offrire un quadro etnologico delle varie realtà, si pensi alla sequenza della riunione dei pescatori, verosimilmente coi veri pescatori dell’isola, che si chiude con la verità storica e personale di uno dei più anziani che spiega ‘l’antica legge del mare’. Girato nella splendida Linosa, anche se non viene mai menzionato tale nome ed è sottinteso il riferimento agli sbarchi lampedusani, l’isola è protagonista tanto quanto i personaggi, che la definiscono come uno scoglio ‘ntumezzu u’ mari. A partire dal bell’incipit con il peschereccio tirato a secco, con un’inquadratura dal basso che ricorda una balena spiaggiata, sono molte le note di merito che confermano Crialese come uno degli osservatori più attenti del nostro cinema con particolare cura verso il tema delle migrazioni e il suo rapporto simbiotico col mare percepito come liquido amniotico pieno di vita, bacino trasparente dell’animo umano.

Dopo l’exploit di ‘SacroGRA’ a Venezia 2013, Gianfranco Rosi si cimenta ancora una volta con il cinema di ‘emarginazione’, quello che si interessa dei diseredati, di coloro che quotidianamente si inventano come sopravvivere. ‘Fuocoammare’ (2016) sembra composto dei quattro elementi primigeni. La terra: poco più che uno scoglio, al largo dell’Africa. L’aria: un cielo sempre cupo, carico di pioggia, invernale. Il fuoco: quello del titolo, quello delle guerre. E l’acqua del mare. Quel Mediterraneo che è stato sin dagli albori delle civiltà luogo di incontro e di scambi. E che negli ultimi tempi è diventato il cimitero di oltre quindicimila persone in fuga dalle loro terre battute da fiere e povertà. Samuele non riesce a remare. Gira su se stesso con la sua barchetta nel porto di Lampedusa e finisce per incastrarsi fra le imbarcazioni ormeggiate, metafora dei nostri tempi dove il problema dei flussi migratori sembra irrisolvibile e per questo immobile nel suo galleggiare. Samuele, il bambino a cui Rosi affida un ruolo fondamentale, rappresenta anche noi, gli europei, il nostro sguardo. Il fuoco a mare è innaturale. E’ frutto della tracotanza dell’uomo. Bisogna allora riconquistare il mare, rifarne luogo di incontro e di pace. Pregano cantando, i migranti giunti a Lampedusa; rievocano la loro odissea. La disfatta ha avuto inizio ben prima che alcuni di loro finissero i propri giorni in fondo al Mediterraneo, o ammassati in una stiva pregna solo di nafta da respirare. Molti sono ‘annegati’ nella traversata del deserto del Sahara, altri nelle prigioni libiche. Il deserto è stato da sempre il limite delle civiltà mediterranee. Il mare, al contrario, è stato un ponte, una strada naturale da navigare. Oggi questa differenza sembra annullata. Il mare è diventato un confine, insidioso quanto il deserto. Un luogo fitto di oscurità, in cui le barche soccorritrici gettano luci: la luce della bella locandina, persa nell’immensa oscurità in cui ci troviamo.

Non è solo un  ‘documentario’, un film come ‘Fuocoammare’, perché non si documenta il reale. Piuttosto, la realtà viene adoperata dalla visione del regista, che orchestra intorno ad essa il suo punto di vista personale, per restituircela con autenticità. E’ un cinema dal montaggio creativo, intessuto di rime interne, rimandi, allusioni, suggestioni. Un cinema in cui non è dato sapere quanto di ciò che i personaggi dicono o fanno sia spontaneo. Si percepisce sempre l’intervento dell’autore, a interagire con l’oggetto dello sguardo. Sono frammenti, immagini provocate, scovate, composte, cui il montaggio conferisce la struttura di un racconto. Rosi nel suo cinema si è concentrato sempre su ciò che sta ai lati del nostro sguardo e viene rimosso, l’emarginato, il borderline. Rosi porta da sempre in scena la morte ed è stato accusato anche di oscenità, per quelle inquadrature che indugiano sui cadaveri. Eppure sa regalarci l’accostamento più bello del film quando Samuele scova un uccello in un rovo, lo accosta fischiando, l’uccello risponde. Sembrano dialogare. Per una volta, gli istinti più bassi cedono il posto all’incanto della comunicazione. Il cineasta si tiene distante dalla retorica dei buoni sentimenti. E riesce, ciononostante, a scuotere lo spettatore. Costringendoci a fare i conti con la realtà e con il nostro segreto impulso a rimuovere ciò che non vorremmo e non gradiremmo vedere, né conoscere.

Che il Mediterraneo si sia trasformato in un cimitero ce lo dicono le fonti di informazione, ma i numeri restano numeri. Non viviamo a Lampedusa nei pochi minuti di un servizio televisivo come facciamo invece in questo film, che ci ‘immerge’ nell’isola. E non vediamo, in televisione, quei morti di cui pure siamo a conoscenza. Dopo ‘Fuocoammare’ cosa ci dovremo aspettare? Anche il Cinema dovrà confrontarsi con la realtà delle politiche nazionali ed europee che ci vengono prospettate. Per chi è in viaggio e migra dalla morte, sembra farsi sempre più dura la ‘navigazione’. L’ultima trovata dell’attuale governo di chiudere i porti, sembra metaforicamente significare altre chiusure come quelle degli occhi e dei cuori. Al cinema della ‘migrazione’ (vedi Parte prima, Cinema e Migranti, un viaggio lungo trent’anni’, ‘L’Indro’ 25 luglio 2018) resterà ancora il compito arduo di documentare il presente e di immaginare un futuro che possibilmente possa descrivere il bello del viaggio, e non solo il suo epilogo drammatico.

 

2 / (fine)

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