domenica, Settembre 19

Cinema d' estate: sangue e arena

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Il cinema d’estate, si sa, va in vacanza.
I cinefili si rifugiano nelle varie rassegne tipofilm pizza cocomero e ghiacciolo‘. D’altronde il caldo invita a uscire, la programmazione prevede la ripartenza in autunno, e nelle città, da qualche anno, si è riscoperta la gradevolezza del film all’aperto, della famosa ‘arena’.
I titoli dei film sono spesso gli stessi, quelli considerati d’essai, un po’cultun po’cool‘… di ‘italiano’ poca roba, qualche commediola di seconda fascia magari con buoni incassi alle spalle.
Se poi si trova anche il modo di ospitare il regista del film, supportato perché no da qualche protagonista, anche sconosciuto, il successo della serata è quasi garantito.
Motivo in più per postare all’indomani, alle amiche di FB, la foto selfie con il divetto di turno: “Ma dai! Eri tu? Ma era davvero lui! Ma che fortuna!”.
Esistono dei colpevoli di tutto ciò? Credo di sì, anzi ne sono sicuro e quindi torno indietro all’epoca dei fatti…

Riccione 1966. Agognata vacanza al mare nell’allora ‘perla dell’Adriatico’. Le sognavo tutto l’anno quelle due settimane che mi riempivano di gioia esplosiva.

Riccione per me, a sei anni, era un mondo fantastico.

Ci sapevano davvero fare i romagnoli, così moderni, così evoluti.

Ogni sorta di nuova attrazione veniva sperimentata proprio lì, in Romagna. Giochi d’acqua, piscine di ogni tipo, l’Italia in minatura, Fantasilandia, i ristoranti dentro aeroplani in disuso… C’erano cowboys e indiani che giravano a bordo di una diligenza, come quella dei film di John Wayne…, pubblicizzavano soltanto una pizzeria… ma, per me, erano invece il passepartout per la favola.

Ricordo anche un pulmino aperto, a forma di grande ‘barca’ color celeste pastello, con le ruote della Fiat 500, che raccoglieva i bambini portandoli in giro per la città, nelle ore più fresche, a respirare l’odore dei pini ‘variegato’ a volte da qualche maleodorante ‘effluvio’ delle condotte… tipico nelle cittadine di mare.

E poi piadine di ogni misura, spiedini di pesce dopo cena, enormi coni gelato a punta… che spasso, che goduria.

Tutto mescolato alla visione di quelle belle ‘teutoniche’ a bordo di maggiolini cabriolet: bionde, formose, finalmente sorridenti dopo aver sopportato chissà quali gelide invernate ‘alemanne’.

Il mare? Un po’ sporchino, pieno di alghe, ma poi la mattina improvvisamente pulito e sul pattino (il moscone) i bagnini super abbronzati con cappello bianco e canottiera rossa a vigilare il bagno dei turisti e delle tedescone di cui sopra.

Verso le undici l’urlo in germanico-romagnolo del venditore di gelati: “Chicchirichi siecommen!” (Arriva chicchirichì!) Vestito di bianco, in calzoncini, con un cappellino di paglia con la piuma da galletto: era lui ‘Chicchirichì’!

Vendeva gelati estraendoli da una ghiacciaia trasportata a tracolla… scherzoso e sorridente e, per me, sempre ‘golosamente’ atteso.

Colonna sonora vera, reale, ‘sparatadagli altoparlanti erano i successi di Rita Pavone, Nico Fidenco, Edoardo Vianello che mi stordivano… un pochino stucchevoli come quel perpetuo odore di abbronzante al cocco.

Ricordo il gioco delle bocce, le piste per le biglie, le corse sulla spiaggia che bruciava, il tuffo in quel mare Adriatico che era ‘parente povero’ dello splendido ‘Salento’ (che avrei conosciuto soltanto anni più tardi).

Riccione, con quel mare più bello in ‘cartolina’ che dal vero, aveva però un ‘corredo’ assolutamente imbattibile. C’era tutto e in ogni reparto, vinceva già sulla carta… come la Juventus.

E se pioveva o il tempo era imbronciato, dopo la bomba fritta alla crema, ci aspettava ilsuppliziodelle torri di San Marino, di Gradara o di San Leo.

Negli anni le avrò visitate decine di volte, un modo ripetitivo e rituale che è servito, comunque, ad apprendere un po’ di storia e tradizione culturale; quei posti erano affascinanti, ma pur sempre misteriosi e inquietanti: ricchi di delitti, vendette sanguinolente che mi scatenavano pensieri paurosi.
Così, la sera, tornando verso la pensione, rimuginavo sul significato di quella frase: «Amor, ch’a nullo amato amar perdona»
Che diavolo mai significava? E, soprattutto, perché Paolo e Francesca, con tutte quelle miriade di alberghi, hotel e ‘Zimmer Frei’ che c’erano sulla costa s’eran fatti scoprire da Gianciotto, nella stanzetta di Gradara, rimettendoci la vita?
E quel diavolo del conte di Cagliostro? Davvero si poteva trasformare il piombo in ‘oro’? Chissà! Magari da grande avrei potuto provarci anch’io…
Quanti pensieri mi frullavano nella testa che ballonzolava appoggiata al vetro posteriore, purtroppo non apribile, della Fiat Seicento…

Fortunatamente una puntatina al minigolf mi restituiva serenità e divertimento.

Se avessi avuto una decina di anni di più avrei anche apprezzato le nottate danzanti negli innumerevoli dancing, ma a sei anni le ‘pulsioni’ sono abbastanza contenute e la giornata si concludeva con l’immersione nelle strade, in quelle vasche brulicanti di turisti.
Era la ‘saga del dialetto’, soprattutto bergamasco, bresciano, veneto e ovviamente l’onnipresente tedesco… sui muri, nei cartelli: Zimmer frei, Bademeister, Guten Morgen, Auf Wiedersehen, Fassbier.

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