giovedì, Giugno 24

Cinecittà, la città del cinema field_506ffbaa4a8d4

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Il cinema italiano cresce e nei primi anni Sessanta le pellicole più viste sono di produzione nazionale. Resta il problema della distribuzione che è sempre gestita dalle majors e poi il fatto che non esiste un vero accordo co-produttivo con gli statunitensi. La fase terminale degli anni Sessanta e tutti i Settanta si caratterizzano per una stanchezza creativa che porta al fenomeno della vampirizzazione del cinema d’autore, da un film ‘importante’ nascono molti sottoprodotti commerciali e addirittura dei sottogeneri. Possiamo citare l’esempio del ‘Decameron’ di Pier Paolo Pasolini che dà vita a una ridda di decamerotici, film divertenti e scollacciati spesso girati in meno di una settimana. I film western di Sergio Leone fanno nascere il genere degli spaghetti – western che fornisce anche prodotti di ottimo livello. Si affermano i generi popolari come la commedia sexy, l’horror gotico, i film legati alla popolarità di un singolo attore (Lando Buzzanca), o alla bellezza di determinate attrici (Edwige Fenech, Gloria Guida…). Verso la fine degli anni Settanta con l’arrivo di ‘Gola Profonda’ nasce una produzione autoctona dedicata al porno. In ogni caso il cinema americano resta sempre un modello inarrivabile di riferimento e la collaborazione tra cinematografie europee non è che sporadica e saltuaria.

Gli anni Ottanta vedono un progressivo e inesorabile calo di spettatori, il cinema è in crisi. Sociologi, opinionisti, giornali e riviste cercano di analizzare il fenomeno: l’aumento del prezzo del biglietto? La crescita dell’offerta televisiva? La paura di uscire di casa a causa di un aumento della violenza? L’arrivo delle nuove tecnologie, come il VHS? Solo gli spettatori più motivati e benestanti resistono, mentre il consumo popolare si indirizza verso la televisione, media a buon mercato e di facile fruizione. Le sale periferiche di seconda e di terza visione chiudono sotto i colpi dei film in televisione che proliferano senza sosta. La televisione modifica il consumo delle pellicole e la fuga dalle sale risparmia solo il pubblico giovane, più sensibile al fascino della nuova pellicola da vedere sul grande schermo.

Gli anni Novanta vedono l’affermarsi del modello blockbuster d’importazione americana, un cinema che punta il tutto per tutto sull’evento, costruito facendo ricorso a tutti i mezzi pubblicitari disponibili, sulla novità da sfruttare nel più breve tempo possibile. Il pubblico giovane del cinema odierno risponde a un richiamo forte che solo il cinema americano sa creare con prodotti di alta forza spettacolare. Il cinema italiano annaspa tra mille difficoltà, si riesuma la Legge Corona del 1965 che aveva cercato di lanciare una ciambella di salvataggio istituendo il circuito dei locali d’essai, a prezzi popolari, che non è sufficiente ad arginare la crisi. Tanto più che un vero circuito d’essai nasce solo dopo il 1980 e rimane confinato a una ristretta cerchia di esercenti e fruitori. L’articolo 28 della Legge Corona del 1965 istituisce un fondo per i film ispirati a finalità artistiche e culturali, ma è solo un palliativo perché i criteri di selezione sono blandi e non trasparenti.
Gli anni Novanta vedono la presenza devastante di due produttori come Rai e Fininvest che investono solo in pellicole che possono avere sfruttamento televisivo. Assistiamo a una presa di potere televisivo con relativa spartizione dell’etere legalizzata dalla legge Mammì. Soltanto la legge Veltroni del 1984 tenta di fare qualcosa per il cinema, pur con tutti i suoi limiti, soprattutto aprendo la strada alle multisale di periferia. Nata con grandi ambizioni sul modello di Hollywood, la nostrana fabbrica dei sogni non riuscirà mai a diventarne nemmeno una pallida alternativa. La forte concorrenza americana, l’incapacità di trovare partnership stabili nel contesto europeo e un sottodimensionamento strutturale che necessiterà costantemente dell’intervento statale, non faranno decollare l’ambizioso progetto.

 

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