giovedì, Giugno 24

Cinecittà, la città del cinema field_506ffbaa4a8d4

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Nel primo dopoguerra, il cinema neorealista domina la scena e sforna molte produzioni spontanee ritenute educative. Film come ‘Roma città aperta’ di Roberto Rossellini contendono il primato a ‘Carmen’ di Christian-Jaque. A Cinecittà i generi vincenti sono il neorealismo, il musicale ispirato a opere e melodrammi famosi e il filone avventuroso o romanzesco. Nel 1947 con il boom dell’avanspettacolo, nasce il fenomeno Macario (‘Come persi la guerra’ di Carlo Borghesio), quindi il comico prende forza con Totò (‘Fifa e arena’, ‘Totò al giro d’Italia’…), emarginando poco a poco il neorealismo.

Alla fine degli anni Quaranta il neorealismo, che pure ha dato ottimi prodotti come ‘Ladri di biciclette’ (1948) e ‘Paisà’ (1946), può dirsi un’esperienza conclusa. Nascono i generi popolari, si fa strada il divismo (Totò, Macario, Anna Magnani) e vengono prodotti i primi film spettacolari ad alto costo come ‘Fabiola’ (1949) di Alessandro Blasetti. Un accordo produttivo con la Francia fa nascere film importanti come ‘Riso amaro’ (1949) di Giuseppe De Santis, interpretato dalla nuova diva Silvana Mangano. ‘Riso amaro’ è un film che unisce il realismo a una narrazione ricca di effetti spettacolari. ‘Catene’ (1949) di Raffaello Matarazzo con Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson, rivitalizza il melodramma ispirato al romanzo d’appendice.

Nascono i primi veri produttori del cinema italiano come Carlo Ponti, Dino De Laurentiis e Goffredo Lombardo, che contribuiranno alla nascita di un meccanismo industriale a imitazione del modello americano. A Cinecittà, sino alla metà degli anni Cinquanta, vengono prodotti solo melodrammi, commedie del neorealismo rosa (le serie ‘Pane, amore’ e ‘Poveri, ma belli’), pellicole popolari di largo consumo interpretate da divi come Amedeo Nazzari, Totò, Silvana Mangano, Sophia Loren e Vittorio De Sica.

Tra il 1949 e il 1953 assistiamo a un rilevante sviluppo di Cinecittà che produce un gran numero di film. Il periodo di crisi – legato allo scadere della Legge Andreotti (1954) – è presto superato con la promulgazione di una nuova normativa e con il ritorno ai generi di largo consumo. Si girano commedie e film mitologici (nel 1957 ‘Le fatiche di Ercole’ di Piero Francisci riscuote grande successo) che vanno incontro ai gusti del pubblico. Nel 1958 i film americani diminuiscono la loro presenza sul territorio nazionale e l’Italia è il Paese europeo più progredito e meglio attrezzato nel settore cinematografico. Gli studi di Cinecittà, adibiti a campo profughi nell’immediato dopoguerra, riaprono nel 1948 per girare ‘Fabiola’ di Alessandro Blasetti.

Negli anni Cinquanta, Cinecittà, grazie ai capitali statunitensi, diventa una sorta di Hollywood sul Tevere e le sue potenzialità vengono utilizzate per la costruzione di grandi set come quelli di ‘Quo vadis?’ (1951), diretto da Mervyn LeRoy, o di ‘Ben Hur’ (1958), diretto da William Wyler. Cinecittà ospita le cosiddette ‘runaway productions‘ (produzioni in fuga) che decidono di venire a girare in Italia sfruttando gli studi organizzati, il buon clima e il basso costo della manodopera. Tutto questo fa aumentare i costi al cinema italiano e occupa per mesi gli studi di Cinecittà, estromettendo di fatto le produzioni italiane. Però le runaway productions portano anche effetti benefici all’obsoleta struttura artigianale del cinema italiano. I produttori italiani cominciano a pensare a un mercato internazionale, tanto che Ponti e De Laurentiis realizzano un buon numero di pellicole con la collaborazione americana. ‘Ulisse’ (1945) di Mario Camerini, ‘L’oro di Napoli’ (1954) di Vittorio De Sica, ‘Barabba’ (1961) di Richard Fleischer.

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