domenica, Ottobre 24

Cinecittà, la città del cinema field_506ffbaa4a8d4

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Gli stabilimenti cinematografici sono semidistrutti dai bombardamenti e adibiti a campo profughi, ma la voglia di ricominciare è così tanta che le difficoltà vengono superate. Il 10 luglio 1944 nasce l’ANICA (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche e Affini) che prende subito le distanze dall’autarchia fascista. Il cinema italiano aderisce al modello liberista e si ispira all’esempio hollywoodiano, pure se il pericolo maggiore è quello della colonizzazione. Per tenere testa alla grande aggressione americana, l’unica strada percorribile sarebbe quella di creare una sorta di unione cinematografica europea. Idea che rimane un’utopia irrealizzabile e si concretizza solo in singoli accordi con Francia e Spagna per piccole produzioni.

Il cinema italiano del dopoguerra per sopravvivere ha bisogno dell’aiuto statale, pure se la contropartita è spesso rappresentata da una limitazione della libertà di espressione e da una pesante censura. In ogni caso non mancano produttori coraggiosi che finanziano progetti scomodi e osteggiati dalla censura. La prima legge repubblicana sul cinema (1945) sancisce l’importante petizione di principio: ‘l’attività di produzione è libera‘ e concede contributi ai produttori di film nazionali. I limiti autarchici fissati dal monopolio cadono e, appena vengono a mancare le restrizioni alle importazioni, arriva in Italia un’invasione di pellicole americane, prima proibite nelle sale. Il pericolo di colonizzazione è enorme ed è pure incentivato dagli Stati Uniti che vorrebbero un cinema in balia delle leggi di mercato. Per fortuna questa tesi non trova l’appoggio del Governo italiano, che salva Cinecittà con la Legge Cappa (1947), imponendo alle sale un minimo di ottanta giorni l’anno riservati alla programmazione italiana e conferma un contributo ai produttori di film nazionali.

Giulio Andreotti, Sottosegretario alla Presidenza del consiglio dal 1947 al 1953, orienta la sua politica per assicurare al Governo il controllo ideologico della cinematografia nazionale. Durante questo periodo la legge sulla programmazione obbligatoria viene elusa impunemente e il Governo se ne disinteressa. Il cinema americano diventa una vera e propria minaccia per Cinecittà che stenta a decollare ed è per questo motivo che Andreotti studia il meccanismo del ‘prestito forzoso’. La legge del 1948 introduce una sorta di tassa per ogni film straniero importato, da versarsi in un fondo destinato al finanziamento della produzione nazionale. Risorge dalle ceneri un sistema di assistenzialismo economico e di controllo politico, tipico del regime fascista, basato su una riesumazione di vecchie normative. La produzione italiana si intensifica, grazie ai fondi della Legge Andreotti, pure se proliferano le avventure produttive che hanno come unico scopo quello di assicurarsi i contributi. L

o Stato ha la grande colpa di non controllare la qualità delle operazioni, che si moltiplicano a dismisura visto che i contributi garantiti per legge assicurano sempre un guadagno. A metà degli anni Cinquanta scade la Legge Andreotti e, per colpa del vuoto normativo, c’è una crisi produttiva che investe molte case anche di un certo spessore come Lux, Minerva ed Excelsa. I produttori non rischiano più capitali propri, ma attendono una nuova legge che fissi contributi statali e premi per la qualità artistica delle pellicole.

Arriva la legge del 1956 che stabilisce contributi automatici per il cinema italiano, cento giorni l’anno di programmazione obbligata nelle sale e un prestito forzoso. La contropartita politica è rappresentata dai maggiori controlli di legge, visto che per ottenere i contributi un produttore deve presentare la sceneggiatura del film. Durante gli anni Cinquanta, Cinecittà prende come modello il cinema americano, perfetto nei suoi meccanismi produttivi, ma si fa strada pure il modelloeducativo‘ di stampo sovietico. Il cinema non deve essere solo industria, ma anche arte e cultura che diventa educazione al servizio del popolo, pure se dietro a questo paravento si nasconde una retorica inquietante. Tutto parte dall’idea ingenua che lo Stato possa essere davvero neutrale e soprattutto un buon giudice sulla qualità dei prodotti.

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