sabato, Settembre 25

Cinecittà, la città del cinema field_506ffbaa4a8d4

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Cinecittà dista nove chilometri dal centro di Roma. I lavori per costruirla iniziano il 26 gennaio 1936 e gli studi vengono inaugurati il 28 Aprile 1937, alla presenza di Benito Mussolini. La Direzione Generale per la Cinematografia viene affidata a Luigi Freddi, che ha l’idea di costruire Cinecittà come la più grande città del cinema in Europa, e per far questo affida il progetto all’ingegnere Carlo Roncoroni e all’architetto Gino Peressutti. I lavori interessano una superficie di seicentomila metri quadrati che viene adibita a sede di oltre settanta edifici e sedici teatri di posa.

Cinecittà nasce come una vera e propria città del cinema con quarantamila metri quadrati di strade e piazze, oltre a trentacinquemila metri quadrati di giardini. Centinaia di operai, reparti tecnici, squadre che lavorano all’interno negli enormi stabilimenti per la produzione e realizzazione di film. La qualità e la quantità delle pellicole migliora velocemente, al punto che nel 1943, dopo solo sei anni di attività degli studi, vengono realizzati circa trecento lungometraggi. Il regime fascista prima ancora della nascita di Cinecittà aveva manifestato grande attenzione nei confronti del cinema, soprattutto per favorire il sorgere di un’industria cinematografica nazionale nel momento del passaggio dal muto al sonoro, assicurando protezione e risorse a un mercato dominato dalla majors americane, che dal 1925 in poi aprono filiali in Italia.

Nel 1926 nasce la Federazione Cinematografica Italiana, presieduta da Stefano Pittaluga, un abile produttore che come prima mossa chiede una legge a sostegno del cinema. Il primo intervento normativo è del 1927 e prevede la restituzione ai produttori della tassa sullo spettacolo (i cosiddetti ‘ristorni‘), ma è dopo il 1930 che lo Stato incentiva davvero il cinema, definito da Mussolini ‘l’arma più forte’. Per una legge del 1931 vengono premiati i film secondo il successo di pubblico, viene incentivata la produzione di film spettacolari e di evasione. La legge favorisce i produttori più solidi che promuovono investimenti di lunga durata. Nel 1933 il fascismo istituisce i ‘buoni di doppiaggio‘ a difesa della produzione nazionale. Il meccanismo prevede che per ogni film nazionale realizzato, un produttore ottenga tre buoni che esonerano dal pagamento della tassa sull’importazione di film stranieri.

Nel 1934 nasce la Direzione Generale della Cinematografia, con a capo Luigi Freddi, un’organizzazione statale che coordina produzione, distribuzione ed esercizio, senza danneggiare l’industria privata. Alla base del provvedimento c’è anche la volontà di controllo del contenuto ideologico di un film. Dopo la nascita di Cinecittà, voluta dal regime e da Mussolini in prima persona, arriva la Legge Alfieri (1938) ad assegnare contributi ai film nazionali e premi alle opere più valide. Tutto questo serve a far aumentare la produzione italiana di film disimpegnati e di evasione e a porre limiti all’affluenza di prodotti americani con un tetto massimo di duecentocinquanta pellicole all’anno.

In questi sciagurati anni, grazie anche a Eitel Monaco, Direttore generale della cinematografia, la produzione rimane relativamente libera dall’influenza della politica. Va da sé che nel periodo 1939 – 1943 il cinema italiano è in espansione produttiva e tecnica, grazie soprattutto all’aiuto statale. Cinecittà produce divertimento ed evasione per un popolo che non vuol pensare ai drammatici eventi bellici. Il cinema diventa un ‘bisogno fondamentale’ e un divertimento popolare a basso costo. L’armistizio porta al saccheggio di Cinecittà da parte dei tedeschi, che prima tentano di far risorgere un impossibile cinema fascista a Venezia, poi trasferiscono in Germania le attrezzature requisite.

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