sabato, Settembre 18

Cina: Xi Jinping in Tibet per ‘marcare il territorio’ Prima storica visita in Tibet dal 2011 e la prima da presidente della Cina, si controllano cantieri di grandi opere, si verifica lo stato delle cose in termini di difesa ambientale. Ma per i tibetani c’è ben altro di mezzo

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Xi Jinping scende dalla scaletta dell’aereo dell’Air China con una leggera sciarpa bianca al collo. Sorride, saluta la delegazione ufficiale venuta a salutarlo ed accoglierlo. Ma oltre i sorrisi di facciata, i convenevoli, i balli, i canti ed i costumi tradizionali, la comunità tibetana intravede un altro volto, quello della Cina espansionista, quella che -col suo strapotere- vuole controllare, comandare, governare agli estremi dei propri confini con un’accuratezza persino più grande che all’interno del proprio -vasto- territorio. Una fame espansionistica che sembra non avere mai fine. E che i tibetani conoscono bene.

Lo sguardo contrito, la mente che vaga tra i ricordi, il popolo tibetano esule guarda da tempo, da lungo tempo, ai fatti della propria terra che ritiene sia occupata dai cinesi, sempre più occupata da una genìa, da gente che lì non vi è nata ma lavora, fa affari, costruisce e prospera come se fosse il salotto un po’ esotico di casa propria. I cinesi, appunto. Ma che fine hanno fatto e stanno facendo i tibetani?

Il Presidente cinese è giunto in visita ufficialmente in occasione del 70esimo Anniversario della istituzione di Lhasa come Capitale della Regione Autonoma del Tibet (TAR)  ma sembra chiaro a tutti che si tratti di un ulteriore atto finalizzato a ‘marcare il territorio’.

Si tratta della prima visita di Xi Jinping in Tibet dal 2011 e la prima da Presidente cinese. Come attesta l’agenzia stampa ufficiale cinese ‘Xinhua’, il leader cinese è sceso all’aeroporto Nyingchi Mainling nella mattinata di mercoledì scorso per poi recarsi sul Ponte costruito sul fiume Nyiang e verificare tutte le misure che sono state ivi intraprese per salvaguardare il contesto ecologico ed ambientale del fiume Yarlung Zangbo.

Il trasferimento a Lhasa è avvenuto con il nuovo treno superveloce. Anche questo un atto con una linea di comunicazione rilevante, la Cina vuole dimostrare che -attraverso le proprie opere- si è avviata la modernizzazione del Paese, si è creata una rete di infrastrutture che possono solo incrementare la produttività e migliorare le ricadute economiche e sociali del Tibet. I tibetani, invece, vivono queste grandi opere cinesi come azioni imposte da una superpotenza straniera, snaturano il volto e l’anima del Paese, lo rendono sempre più irriconoscibile agli stessi tibetani che non vogliono essere necessariamente contro le modernità, ma certamente si ergono in difesa del proprio ambiente, del proprio Paese e delle proprie radici culturali.

La regione sul tetto del Mondo è collocata in una situazione rilevante per quanto riguarda la lotta contro i cambiamenti climatici, così come la riveste in ambito geopolitico, vista la sua collocazione lungo i confini tra India e Cina. Riveste un ruolo cruciale anche in termini di mantenimento della stabilità sociale. Visitando la città di Nyinghi, un importante snodo ferroviario per i collegamenti che attraversano la Regione Autonoma del Tibet, il Presidente cinese ha affermato: «Per quanto riguarda il futuro, le persone di tutti i gruppi etnici in Tibet marceranno verso una vita felice. Sono fiducioso quanto voi».

Sempre secondo l’Agenzia Xinhua, il Presidente cinese ha anche aggiunto: «Ora, la Cina ha intrapreso un nuovo viaggio per costruire in modo completo un moderno Paese socialista, anche lo sviluppo del Tibet si trova a un nuovo punto di partenza storico». Ha anche detto che attraverso il socialismo con caratteristiche cinesi e l’unità nazionale si potrebbe realizzare il «sogno del grande ringiovanimento della Nazione cinese».

Non a caso, durante la sua visita in Tibet, il Presidente cinese ha anche ispezionato una grande serie di progetti infrastrutturali come quello della ferrovia Sichuan-Tibet ed il tratto ferroviario Lhasa-Nyingchi. Una fonte governativa del Sichuan ha affermato che, prima del suo arrivo a Nyingchi, Xi Jinping ha fatto sosta nella Provincia, visitando i principali siti artistici, nella città di Guanghan e nella capitale provinciale Chengdu.

Il nuovo leader del Governo tibetano in esilio, Penpa Tsering, intervistato dal ‘Nikkei Asia Review’, ha accusato la Cina di distruggere l’identità culturale del Tibet ed ha sollecitato gli Stati Uniti ed altre forze democratiche ad opporsi alla prima potenza asiatica. Penpa Tsering, 58 anni, è diventato Presidente del Governo tibetano in esilio con sede nella città indiana di Dharamsala, lo scorso maggio. Nella sua denuncia, tra altre cose ha anche detto: «Sempre più cinesi si trasferiscono in Tibet. La maggioranza cinese sta schiacciando la nostra comunità minoritaria e sta distruggendo la sua identità. E’ una sorta di ‘genocidio culturale’ che riguarda l’istruzione, l’importanza della lingua tibetana, la libertà religiosa, i diritti umani». Tra altre annotazioni, il Presidente del Governo tibetano in esilio ha indicato l’installazione di numerose telecamere di videosorveglianza all’interno dei monasteri buddhisti tibetani. Cosa che era stata appurata, in precedenza, anche dal ‘Wall Street Journal’ durante un recente tour organizzato dal Governo (confermato anche da SCMP, GT, Bloomberg, NIKKEI).

Junfei Wu, vicedirettore del think tank di Hong Kong del Tianda Institute, ha affermato che i temi chiave potrebbero includere «l’adattamento al socialismo e alle condizioni cinesi» del buddismo tibetano e il rafforzamento dell’unità etnica intensificando l’educazione politica e ideologica. Ha anche affermato: «La cinesizzazione delle religioni è già stata posta come pietra angolare della politica etnica e religiosa della Cina, volta a forgiare un’identità cinese comune. È stato effettuato nello Xinjiang, nella Mongolia interna e certamente in Tibet, che è considerato ora sotto un migliore controllo».

Alfred Wu, professore associato presso la Lee Kuan Yew School of Public Policy presso l’Università Nazionale di Singapore, ha affermato che Pechino potrebbe dover ripensare il suo modello di sviluppo per consentire alle aziende, in particolare al settore privato, di svolgere un ruolo più importante in Tibet, dove il servizio civile è rimasto il principale datore di lavoro.

«Le statistiche del Governo cinese mostrano che il settore della pubblica amministrazione impiega oltre il 40% della forza lavoro tibetana», ha affermato. «Il Tibet ha fatto molto affidamento sugli investimenti e sui trasferimenti di Pechino per lo sviluppo. Deve trovare modi per essere più autosufficiente, poiché la sostenibilità del modello attuale potrebbe dover affrontare sfide a lungo termine».

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