martedì, Giugno 22

Cina: vendesi ovociti 40

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In Cina prospera un fiorente mercato nero. Stavolta non centrano iPad, prodotti caseari e banche ombra, bensì cellule uovo. Secondo quanto emerge da un’inchiesta del ‘Global Times’, gli ovociti sono protagonisti di un business al di là della legalità con epicentro nelle città di Guangzhou e Wuhan, rispettivamente nelle province del Guangdong e dello Hubei. «Bastano 120mila yuan (14mila euro) per coprire tutti i costi inclusi quelli dell’intervento, delle donatrici, del servizio e dell’ospedale», spiega un agente di Wuhan a un reporter del ‘Global Times‘ che si è finto potenziale cliente. Ma le si fanno passare per «spese di nutrizione».

In Cina, lo smercio di oociti è vietato dalla regolamentazione sulla riproduzione assistita emessa dal Ministero della Salute nel 2003. La legge cinese prevede che si possano utilizzare solo ovociti avanzati da donne che si sono sottoposte a trattamenti di fecondazione in vitro. Ma ormai la domanda supera di gran lunga l’offerta, complice l’alto tasso di infertilità registrato tra il 10 e il 15% delle coppie cinesi, di cui un 5-6% a causa di problemi ovarici sopperibili attraverso donazione di ovuli. Tra i disturbi più comuni compaiono l’insufficienza ovarica prematura e l’insufficienza ovarica occulta. 

I tempi di attesa attraverso canali legali vanno dai due ai tre anni, ragione per la quale il mercato nero si rivela una comoda scorciatoia per molte donne. Sopratutto considerando che quante ricorrono alle donazioni sono spesso già avanti con l’età. Al contempo, il fatto che a operare siano chirurghi professionisti, ‘presi in prestito’ da ospedali autorizzati, dà una parvenza di sicurezza alla procedura pur nella sua illegalità. «Ho sentito dire che un medico, entrando a far parte di questo business, può guadagnare diversi milioni all’anno», spiega un broker con otto anni di esperienza nel settore.

Non è la prima volta che il mercato nero degli ovociti finisce sulla stampa cinese. Nel 2012 era stato il ‘Nandu Daily’ ad occuparsi del fenomeno prendendo di mira la città di Shenzhen, dove un’agenzia ha speso 10 milioni di yuan in attrezzature chirurgiche professionali. Si stima che l’organizzazione -fatta chiudere dalle autorità nell’ottobre 2012- guadagnasse 100-150mila yuan a intervento, mentre le giovani donatrici venivano ricompensate con una somma tra i 20mila e i 50mila yuan.

L’anno precedente un servizio del ‘Beijing News’ aveva portato a galla un sottobosco di agenzie e broker operanti nella capitale. La notizia fece abbastanza scalpore sopratutto per via del coinvolgimento di studentesse provenienti dai più prestigiosi atenei di Pechino. 30mila yuan il compenso previsto per una donatrice proveniente dalla rinomata Peking University o dalla Tsinghua; più della metà di quanto guadagna mediamente in un anno un cinese residente a Pechino. Come riportava all’apice dello scandalo il quotidiano, oltre alle credenziali accademiche, ad incidere sulla selezione delle donatrici sono anche il luogo di nascita, l’altezza, il peso e la conformazione degli occhi (la doppia palpebra è molto apprezzata in Asia).
La donazione non prevedeva la sottoscrizione di alcun contratto (ufficialmente) «per proteggere la privacy di entrambe le parti trattandosi di un business ancora illegale», spiegava tempo fa un impiegato di Unshine Surrogacy Network, agenzia pechinese che sponsorizza il proprio lavoro con lo slogan pubblicitario «Aiutiamo le famiglie con problemi di infertilità in tutto il Paese e diamo una mano alle studentesse che hanno difficoltà economiche».

E’ bocca cucita, invece, sui rischi affrontati dalle cosiddette ‘volontarie’. Lo scorso maggio, il ‘Modern Express’ ha riportato il caso di una diciannovenne di Nanchino ricoverata per iperstimolazione ovarica dopo che si era sottoposta al prelievo di ovociti in una clinica ‘sotterranea’ in cambio di 20mila yuan. Aveva il ventre gonfio come una donna all’ottavo mese di gravidanza a causa dell’eccessiva dose ormonale assunta. Gli esperti avvertono che un’impropria stimolazione ovarica e il prelievo degli ovociti possono causare infertilità o un’insufficienza ovarica prematura, anche se solo i casi più gravi portano alla morte.

Come fare per regolamentare il mercato degli oociti a fronte di una domanda in costante aumento? Secondo Chen Jianming, direttore del centro per la pianificazione familiare di Jiangmen, provincia del Guangdong, alle autorità converrebbe legalizzare altri tipi di donazioni oltre alla fecondazione in vitro, provvedendo all’istituzione di una banca degli ovociti, anche se questo comporterebbe problemi etici e necessiterebbe il sostegno di leggi specifiche. Non solo. Donare ovociti è molto più complicato che donare sperma sia per le ripercussioni che può avere sulla salute, sia perché il procedimento necessita di regole avanzate di congelamento per la conservazione.

Le banche dello sperma operano entro i confini della Repubblica popolare ormai da diversi anni. Nel giugno 2010, il ‘China Daily’ quantificava l’afflusso presso il Peking University Third Hospital per controlli sulle condizioni di fertilità attorno alle 1000 coppie al mese. «Circa 1000 volontari ogni anno vengono per donare il loro sperma», ha dichiarato al quotidiano Liang Xiaowei, medico presso la banca del seme dell’Istituto Nazionale per la pianificazione familiare, «ma solo il 15-20% viene scelto come donatore effettivo». A Pechino ogni mese 400-500 coppie fanno ricorso alla fecondazione in vitro, 5000 in totale nel solo 2009. Anche in questo caso, per la gioia degli ‘spacciatori’ dello sperma, l’offerta nettamente inferiore alla domanda lascia ampio margine all’illegalità.

Rimane, tuttavia, da superare quel cavillo etico sul quale i bioeticisti cinesi inciampano da anni: la presenza di un terzo elemento (il donatore) va inevitabilmente a rompere la continuità della stirpe, il legame genetico e il prolungamento del lignaggio dei padri, principi cardinali del pensiero confuciano di cui la pietà filiale è corollario. Ma questo è un punto sul quale la scienza e la legge non possono essere d’aiuto.

 

 

 

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