venerdì, Settembre 24

Cina, USA e Sud America: tra i due litiganti, il terzo gode (?) La Cina comprerà meno soia dagli USA. Ma a chi convengono davvero questi dazi?

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La guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti, tra provocazioni e contromosse, di certo, non ci fa annoiare. E mentre Donald Trump minaccia di imporre tariffe del 10% su ulteriori 200 bilioni di dollari di prodotti di fabbricazione cinese, il greggio Brent, mercoledì, tocca il suo picco in termini di perdita giornaliera dal 2011. Certo è che chi la fa, d’altronde, se la deve aspettare. 

Stavolta la mossa sullo scacchiere viene dal dragone rosso. La Cina ha intenzione di importare più soia da altri paesi e ridurre le importazioni dagli USA. Lo ha dichiarato, Yu Xubo, il capo del gruppo di esperti statali ‘COFCO‘ al quotidiano ufficiale del Partito Comunista ‘People’s Daily‘. Yu parla di soia ma anche di semi di colza, semi di girasole e derivati dal pesce, tutto per colmare le proprie lacune di approvvigionamento che creano dipendenza. Un’opzione ulteriore potrebbe essere quella dell’aumento di importazioni di carne, ma nessun dettaglio ulteriore.

Per avere un’idea precisa di cosa significhi la soia per il gigante asiatico, vediamo qualche dato. La Cina importa il 60% dei semi di soia commercializzati in tutto il mondo. Questi, schiacciati anche per produrre olio da cucina e mangime per animali ricco di proteine, sono stati la principale esportazione per lo Stato orientale del 2017, per un valore complessivo di 12.3 miliardi di dollari. Lo ha dichiarato il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA). Il Paese ha acquistato 32.9 milioni di tonnellate di soia dagli Stati Uniti nel 2017, il 34% degli acquisti totali. 

Implicazioni delle tariffe sul mercato della soia

Il punto è che, se non trovasse alternative, la Cina si troverà a dover acquistare 15 milioni di tonnellate di fagioli di soia dagli USA, stavolta, forse, con l’aggravante della nuova tariffa.

Ma chi ha detto che non ci siano alternative?

Ecco che, mentre le due più grandi economie del mondo litigano a colpi di tariffe sull’importazione di rispettivi beni, spunta il terzo attore protagonista. Eh già perché la Cina quando dice che potrebbe decidere di aumentare le importazioni di soia da altri paesi, per ‘altri’ intende il Sud America. Tra i due litiganti, insomma, il terzo gode.

La Cina, venerdì scorso, ha imposto le sue tariffe come risposta a quelle statunitensi sulle merci cinesi. Poi, la contromossa di Trump e la guerra commerciale si è, così, ulteriormente intensificata. Le dichiarazioni del leader della COFCO arrivano, perciò, a squarciare un clima piuttosto teso: forti le preoccupazioni che le pesanti tariffe di importazione applicate da Pechino sui prodotti americani, compresi i semi di soia, gonfieranno i costi per gli agricoltori e, potenzialmente, aumenteranno i prezzi al dettaglio degli alimenti stessi, come il maiale, -la carne preferita dai cinesi-. 

Il conflitto commerciale tra Pechino e Washington sta già producendo effetti sul tema: visibile, infatti, l’incremento delle esportazioni di cereali e semi oleosi dalla regione del Mar Nero, dove i principali venditori, tra cui Russia, Ucraina e Kazakistan, stanno cercando di vendere al mercato cinese -di cui non dobbiamo dimenticare la vastità-, più mais, grano e soia. Ma ora si pensa ad altri grandi esportatori, ad esempio, Brasile ed Argentina. 

Ecco che entra in gioco l’America Latina. «Nel lungo periodo, il Sud America e la zona del Mar Nero sono ancora una grande potenziale terra arabile, e può svolgere un ruolo più importante nel sistema globale di approvvigionamento della soia». La COFCO (China National Cereals, Oils and Foodstuffs Corporation), è una delle società di alimentari di proprietà statale della Cina, nonché, il più grande produttore e commerciante di generi alimentari del Paese. Come leader nei cereali in questa regione, «la COFCO può aiutare a soddisfare la domanda interna», ha detto Yu. 

Ad Aprile si è tanto parlato del dazio del 25% sulla soia americana e delle gravi potenziali implicazioni. Occorre precisare che per quanto sia innegabile una certa dipendenza cinese dagli USA per quel che riguarda la soia, anche gli Stati Uniti hanno interesse a evitare i dazi. Perché? 

Ne parla una ricerca di ‘Rabobank’. «Le esportazioni di soia verso la Cina rappresentano un enorme mercato di 14 miliardi di dollari per gli agricoltori statunitensi che attualmente affrontano redditi agricoli a minimi decennali. Tuttavia, il valore delle esportazioni statunitensi verso la Cina è diminuito di circa il 15% dal 2014 e le spedizioni di soia dello scorso anno verso la Cina sono state le seconde più basse dal 2012». Guai in vista per gli USA, quindi. E visti i problemi per i principali concorrenti, Stati Uniti e Argentina (come vedremo), è probabile che le relazioni tra Brasile e Cina si rafforzeranno.

Ma perché il Brasile?

Fino ad ora le sue scarse infrastrutture lo hanno penalizzato in termini di competitività nelle esportazioni di soia, Ma l’aria sta cambiando: è probabile che, dopo i progetti ferroviari e portuali della regione amazzonica, i produttori ne trarranno grandi benefici. Le esportazioni di soia verso la Cina aumenteranno ulteriormente perché il Paese sudamericano ha un’abbondanza di terreni adatti alla produzione di semi di soia con livelli proteici più elevati. All’inizio del nuovo millennio, la  Nazione orientale non figurava nemmeno tra i primi cinque mercati di esportazione del Brasile, poi dal 2009 in poi, tutto si è rovesciato. Pechino è diventata il suo principale partner commerciale. Oggi la Cina è un mercato importante per le esportazioni di soia del Brasile, che rappresentano oltre il 40% delle esportazioni totali nel Paese asiatico.

Negli ultimi anni, la domanda cinese di soia brasiliana è aumentata di quasi il 300%. Solo l’anno scorso, il Brasile ha fornito oltre il 53% delle importazioni totali di soia in Cina. Tutto questo ha un impatto notevole sulle casse brasiliane che hanno registrato un surplus commerciale di ben 20 miliardi di dollari nel 2017,-solo per quanto riguarda la Cina- aumento dovuto in parte ad una crescita del 40% delle esportazioni di soia.

Il tutto nonostante le scarse infrastrutture che rimangono il principale ostacolo alla crescita ulteriore delle esportazioni. Come esporta la soia il Brasile? 

La via tradizionale verso l’Asia è lunga e costosa, poiché, più della metà della produzione brasiliana di soia si trova in una zona senza sbocco sul mare, quella del Mato Grosso. Negli ultimi 50 anni, camion e treni hanno percorso la stessa rotta lunga 2080 chilometri via terra, partendo dall’interno del Paese per raggiungere le navi nei porti meridionali e proseguire il viaggio. Oltre ad essere lunga, la rotta è anche costosa per i produttori brasiliani che devono far fronte a costi superiori rispetto a quelli delle loro controparti statunitensi di quasi il 30%. Quindi, anche se i semi di soia brasiliani costano circa 1 dollaro in meno per tonnellata rispetto ai fratelli statunitensi, i costi per gli agricoltori rimangono enormi.

Produzione di soia in Brasile

Negli ultimi cinque anni, però, si è iniziata la costruzione di terminal portuali nell’Amazzonia brasiliana che faciliteranno i produttori con un percorso più breve ed economico. Mentre fino a poco fa, quindi, il 70% delle esportazioni di cereali del Mato Grosso transitavano attraverso i porti meridionali, ora le esportazioni che partono dai porti settentrionali sono cresciute dell’80%. In progetto anche una ferrovia da 4 miliardi e 1120 chilometri per collegare le zone di produzione di soia del Mato Grosso con il fiume Tajapos in Amazzonia. 

Prevista un’asta entro la fine dell’anno. Indovinate chi ha espresso interesse per la gara d’appalto? Le imprese cinesi, ovviamente. Secondo il presidente del Shanghai Pengxin Group Co., la Cina ci ha buttato l’occhio sin da subito. 

Bene per il Brasile, chiaro; ma se la Cina pensasse di fornirsi di soia esclusivamente da paesi diversi dagli Stati Uniti, si illuderebbe. Alcuni problemi permangono. Capiamo il perché. 

Piantagione di soia in Brasile, nella regione amazzonica

Nel corso di questo 2018 il Brasile non avrà lo spazio necessario per aumentare le esportazioni di soia in modo significativo, almeno tenendo conto delle premesse suddette. Se Trump rimarrà sulla sua linea e così anche Pechino, la domanda di soia potrebbe aumentare in modo esponenziale-.  E il Brasile è pronto? Scetticismi al riguardo. Forse, servirebbero altri anni per ricamare a puntino il quadretto. E per l’Argentina, ancora peggio. Le colture del Paese, -di soia e non solo-, sono state forzate ad una drastica diminuzione a causa della siccità. 

Cosa ne dobbiamo dedurre?

Che le cose non sono proprio come sembrano. Per nessuno. 

Per la Cina, innanzitutto, un ulteriore dazio del 25% sulla soia statunitense avrebbe l’effetto inevitabile e taciuto dell’aumento dei prezzi della soia domestica e, quindi, anche degli usatissimi derivati. I frantoi del Paese, inoltre, non possono trasferire del tutto i costi a valle e, a meno che il Governo non fornisca sussidi in contanti o riduzioni IVA, i loro margini sono destinati a ridursi; le importazioni di soia si ridurrebbero di anno in anno e crescerebbero le importazioni di sostituti come, ad esempio, la colza. Infine, con i prezzi dei semi di soia più alti, aumenteranno i costi di produzione dell’allevamento, comprimendo ulteriormente i margini.

E negli Stati Uniti? Sarà, invece, probabile che i prezzi della soia diminuiscano per compensare un ulteriore 25% dei dazi. Nella corsa a diventare il primo importatore mondiale, ricordiamo che le esportazioni statunitensi di soia verso la Cina, se sono in parte diminuite, sono anche state compensate da maggiori esportazioni, ad esempio, con l’Unione Europea. È possibile, inoltre, che le esportazioni di soia negli USA aumenteranno a causa della maggiore domanda dal resto del mondo. Tuttavia, i dazi cinesi sulle carni suine statunitensi potrebbero ridurre la domanda di soia domestica negli Stati Uniti. Infine, come ci ricorda Rebobank, «la superficie coltivata a soia negli Stati Uniti diminuirà nei prossimi anni, mentre, il mais crescerà». Spazio al mais, ciao ciao alla soia.

Rimane il Sud America. 

Alla luce di tutto questo, e con l’aumento dei prezzi, vedremo probabilmente crescere sensibilmente le esportazioni di soia sudamericana verso la Cina. Difficile pensare che in futuro, questi paesi possano propendere per l’aumento dei prezzi, perché avrebbe come effetto quello di indebolire i vantaggi competitivi come esportatore e rischierebbe di non garantire un ricco flusso di esportazioni verso l’UE ed altri paesi. Come scrive Rebobank, per quanto riguarda carne suina e pollame, il Sud America soffre di maggiori costi sui mangimi, ma, ciò non toglie che «le esportazioni di carne suina potrebbero beneficiare dei dazi cinesi sulle carni suine statunitensi». E se negli anni tutto dovesse andare a gonfie vele, è probabile che gli agricoltori passino ad un’espansione delle coltivazioni.

Rimagono spazi indefiniti. Nessuna esclusione di colpi di scena. E mentre la morsa orientale sull’America Latina si stringe, difficile credere che gli stati Uniti restino a guardare.

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