mercoledì, Ottobre 20

Cina: una crisi che è il prezzo del cambiamento

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La realtà, sostiene Baker, è che la Cina si trova nel bel mezzo di quella che potrebbe essere considerata la crisi più seria dai tempi di Deng Xiaoping. Il modello governativo ed economico che Deng mise in atto non è più adeguato alla gestione della Cina, ancor meno a spingerla verso una nuova direzione.

Dopo il superamento dell’era maoista, Deng mise in atto tre politiche basilari per la futura crescita della Cina a partire dagli anni ’80. Prima di tutto permettere una libertà economica più localizzata, accettando il fatto che alcune aree sarebbero cresciute più velocemente di altre, per quanto a lungo termine questo sviluppo avrebbe coinvolto l’intero Paese. In secondo luogo, evitare che un solo individuo potesse dominare il sistema politico cinese: nessuna figura come quella di Mao Zedong avrebbe più esercitato così tanto potere da gettare il Paese nel caos economico e sociale. Al contrario, i leader cinesi sarebbero stati intrappolati all’interno di un sistema basato sul consenso popolare che avrebbe limitato ogni risorsa di potere individuale. Infine, muoversi cautamente verso una dimensione internazionale, verso una politica di non interferenza senza bisogno di dar prova di potenza militare all’estero. Quest’ultimo punto venne concepito per dare alla Cina il tempo di rafforzare la coesione economica e sociale interna e la stabilità evitando distrazioni e distogliendo l’attenzione militare dei suoi vicini o degli Stati Uniti.

Il modello di Deng ha funzionato in modo fenomenale per la Cina, almeno in apparenza. Mentre l’Unione Sovietica è collassata, il Partito Comunista Cinese è rimasto integro, anche dopo la cattiva gestione delle proteste di Piazza Tiananmen da parte di Pechino. Nonostante fossero a volte lenti nel reagire o nel dare avvio a una cambiamento proattivo, i leader cinesi hanno gestito la rapida crescita economica del Paese evitando una grave destabilizzazione sociale o politica. Il Partito ha saputo gestire non solo le transizioni in ambito di leadership messe in atto da Deng, ma anche, in mezzo a scandali politici, la recente transizione verso il Governo di Xi Jinping. I leader cinesi sono riusciti perfino a gestire l’impatto del rallentamento dell’economia globale, provando di essere capaci di mantenere l’ordine anche con un rallentamento considerevole dei tassi di crescita economica.

Ma la relativa calma in superficie tradisce la presenza di forti correnti in profondità. Il segreto della regola del consenso appariva un elemento di stabilità mentre verso la fine del 2000 agiva trascinando profondi problemi strutturali che avrebbero ritardato o cancellato gli effetti di riforme reali e gli effetti dell’evoluzione economica. La mancanza di cambiamenti radicali, la capacità di evitare la recessione e l’abilità di rinviare significative ma destabilizzanti riforme, ha portato a una visione della Cina come una fenomenale forza inarrestabile.

L’economia cinese ha superato quella giapponese e sembrava destinata a sorpassare l’economia degli Stati Uniti; la potenza economica si è tradotta in potenza nazionale e la Cina stava emergendo come un’importante potenza globale. Pechino stava perfino mettendo da parte le misure di Deng circa il potere militare dando avvio a incursioni nel Mar Cinese Orientale e Meridionale, sia per il bisogno di proteggere le sue sempre più importanti rotte marittime per il trasporto di risorse naturali, sia per dare prova di forza.

Tutte le economie sono cicliche. Anche se la crescita avviene attraverso diversi step, i rami secchi devono essere tagliati via e bisogna trovare le risorse per i nuovi germogli. Recessioni, rallentamenti, bancarotte e collassi settoriali fanno parte del naturale processo economico anche se hanno un effetto negativo sul breve termine.

Mentre la Cina, da una parte, si vanta di scalare la vetta del settore manifatturiero e dell’export, dall’altra non sta eliminando le obsolete strutture economiche, a partire dalle grandi aziende statali che stanno bloccando grandi quantità di capitale disponibile in maniera sproporzionata se confrontato con le cifre dell’occupazione totale. Gli interessi di Governi locali e provinciali, attenti a evitare qualunque instabilità, hanno lasciato massicce ridondanze intatte nei settori della manifattura, specialmente per quanto riguarda l’industria pesante, che costituiva inizialmente lo zoccolo duro della crescita economica del Paese.

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