sabato, Maggio 15

Cina, tra voglia di trasparenza e segreti di Stato Pubblicati i dati su inquinamento e spese della ‘casta’

0

CIna politica

È stata necessaria una lunga battaglia legale, combattuta tra carte bollate, normative e regolamenti alla mano, prima che la Corte Intermedia del Popolo di Guangzhou riconoscesse la legittimità della richiesta di accesso agli atti presentata dall’avvocato Wu Youshui. La scorsa estate, il legale cinese aveva inoltrato, alla Commissione per la Pianificazione Familiare della Provincia meridionale cinese del Guangdong, una formale richiesta per sapere come fossero stati spesi i proventi delle sanzioni inflitte a chi viola la politica del figlio. Un tesoretto di un miliardo e mezzo di renminbi. Accesso negato, era stata la risposta delle autorità provinciali. Che avevano precisato: «si tratta di una questione interna». Non ne è stato convinto, però, il Tribunale di Canton, che ha ordinato alla Commissione governativa di dare risposta, entro quindici giorni lavorativi, alla richiesta presentata da Wu Youshui.

Una sentenza sorprendente (infatti, il sistema giudiziario della Repubblica Popolare è ancora lontano da un’autentica autonomia dal potere politico) che è stata emessa sulla base del Open Government Information (OGI), regolamento approvato dal Consiglio di Stato ed entrato in vigore nel 2008. Non si tratta ancora dell’interpretazione, con caratteristiche cinesi, delle istituzioni viste come la mitica ‘casa di vetro’, ma è un indubbio passo avanti rispetto alla tradizionale segretezza con cui si muovono le autorità di Pechino. È così che l’Open Government Information ha permesso alla Cina di entrare a far parte del gruppo di 90 Paesi che nel mondo garantiscono una qualche forma di accesso alle informazioni.

Il percorso che ha portato all’approvazione delle linee guida è stato piuttosto accidentato e frutto di una lunga mediazione all’interno delle stanze del potere. «Nessuna bozza del documento è stata resa pubblica prima dell’approvazione», ricorda Jamie P. Horsley, direttrice del China Law Center dell’Università di Yale. Mentre, pochi mesi prima della firma in calce al provvedimento, era stato l’ex Presidente Hu Jintao a parlare per la prima volta di garantire ai cittadini i cosiddetti ‘quattro diritti’: il diritto a conoscere, a partecipare, a esprimersi e a monitorare. Inoltre, come spesso accade in Cina, le linee guida nazionali sono state precedute da una serie di esperimenti e progetti pilota a livello locale. Le prime, embrionali versioni dell’OGI risalgono alla metà degli anni ’80, quando alcuni Comitati di Villaggio della Cina centrale iniziarono a garantire, in modo informale, l’accesso alle informazioni di pubblico interesse, soprattutto in materia fiscale e sull’uso delle terre. Ma è stata solo la spinta ad attrarre investimenti stranieri, rafforzata dall’ingresso della Cina nel WTO, a far emergere la necessità per Pechino di creare un contesto normativo che garantisse una maggiore trasparenza istituzionale e amministrativa.

Non deve sorprendere, quindi, che nel 2003 sia stata proprio la Provincia cinese dove Deng Xiaoping decise di gettare i semi delle riforme economiche, il Guangdong, ad approvare il primo e il più avanzato regolamento sulla pubblicazione delle informazioni del Governo in cui, per la prima volta nella storia cinese, veniva sancito il ‘diritto alla conoscenza’. Non solo. La normativa voluta dalle autorità di Canton specificava che la pubblicazione delle informazioni potesse avvenire con due modalità: per iniziativa diretta delle agenzie governative, oppure dietro una richiesta formale di accesso agli atti presentata dai cittadini.

Se una sempre maggiore integrazione dell’economia cinese nel contesto globale ha avuto un peso determinante nel portare le autorità di Pechino a legiferare in materia di trasparenza, «tuttavia», spiega ancora Jamie P. Horsley, «le principali motivazioni sono di politica interna. Le autorità cinesi volevano promuovere una maggior fiducia tra i cittadini e il Governo, arginare la corruzione e migliorare la governance a tutti i livelli».

Ma a quali documenti i cittadini cinesi possono avere accesso? In teoria, la normativa prevede che debbano essere pubblicate «le informazioni di vitale interesse per il pubblico». «Una formulazione ancora piuttosto vaga» nota Liu Wenjing, docente all’Università di Jinan, «che lascia alle agenzia una forte componente di discrezionalità su quali informazioni pubblicare». 

Per far fronte all’eccessiva vaghezza della normativa, alla fine di marzo il Consiglio di Stato ha approvato un aggiornamento delle linee guida dell’OGI, dove le autorità centrali cinesi hanno chiarito che i cittadini devono poter avere accesso ai «dati sulla qualità dell’aria e dell’acqua». Oltre alle informazioni sulla preoccupante situazione ambientale cinese, Pechino ha intimato ai Governi locali di fornire numeri chiari sui «bilanci e le spese sostenute dai funzionari pubblici per ricevimenti, auto di servizio e viaggi all’estero». Tuttavia, secondo un’inchiesta condotta dal Beijing News in 49 agenzie governative e in 29 province della Repubblica Popolare, emerge che tra i principali limiti all’esecuzione dei regolamenti sulla trasparenza vi è che «i dati non vengono aggiornati con tempismo, i canali di rilascio delle informazioni sono troppo unidirezionali e che i cittadini non sono interessati a ciò che viene reso pubblico, mentre vorrebbero conoscere ciò che è ancora secretato».

Infatti, l’attuale normativa prevede che non debbano essere rese pubbliche informazioni che minacciano «la sicurezza dello Stato, l’ordine pubblico, la stabilità economica e sociale». Ma quali sono i documenti e le informazioni che possono minare la sicurezza e mettere a repentaglio la stabilità sociale? Ciò che appare essere ancora molto carente è un’adeguata preparazione da parte del personale amministrativo nel classificare i documenti. «I sistemi di pubblicazione richiedono tempo e personale preparato, oltre ad adeguate risorse economiche», spiega Michell Pearlman, tra i massimi esperti di procedure sulla trasparenza, «spesso i funzionari temono che la pubblicazione degli atti possa interferire con il processo decisionale».

La normativa, inoltre, esclude dalla pubblicazione «i segreti di Stato, commerciali o la privacy personale». Così che a incertezza si aggiunge incertezza. Infatti, la definizione di segreto di Stato è ancora un concetto piuttosto vago in Cina, spesso invocato per nascondere tutte quelle informazioni che potrebbero mettere in cattiva luce il Partito Comunista. Ad oggi, la difesa dei documenti classificati è regolata dalla Law on Safeguarding State Secrets, approvata nel 1988, che ha permesso di occultare le informazioni sui temi più disparati: dalla SARS all’inquinamento dei suoli, fino al numero delle condanne a morte emesse ogni anno nel Paese. «Il sistema del segreto di Stato e gli efficaci apparati della sicurezza hanno rappresentato lo scudo e la spada del Partito Comunista», così un rapporto di Human Rights in China del 2007 definiva l’uso disinvolto dei documenti classificati da parte di Pechino. E l’ultima volta che il Segreto di Stato in Cina è finito al centro della cronaca è stato quando, nel 2009, quattro dipendenti del colosso minerario anglo-australiano Rio Tinto furono arrestati per il furto di segreti di Stato durante le fasi di una trattativa commerciale.

Tutto ciò rappresenta una pesante ipoteca rispetto alla retorica, cara alle autorità cinesi, sulla promozione dello stato di diritto. Così che lo scorso febbraio, il Capo del Governo, Li Keqiang, ha firmato nuove linee guida sull’applicazione del segreto di Stato che, oltre ad innalzare i controlli sulla diffusione di documenti classificati attraverso Internet, è stato presentato come un provvedimento per promuovere la trasparenza. Pechino, infatti, è stanca delle autorità locali che usano la normativa sul segreto di Stato come un paravento dietro cui nascondere abusi di potere e che, come scrive la Xinhua, «usano la legge per classificare informazioni che devono essere rese pubbliche». Però, dalle nuove direttive volute dal Primo Ministro, a parte individuare nuovi livelli di segretezza, condizioni e tempi per la declassificazione, non emerge ancora una definizione chiara di cosa debba essere un segreto di Stato. Certo, meglio di niente. Ma è anche probabile che il Partito Comunista Cinese continuerà a invocare il segreto su tutte quelle informazioni che ne possano mettere in discussione il potere.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->