giovedì, Maggio 13

Cina: tolleranza zero per la libertà accademica La censura di Perchino colpisce anche le università occidentali; studenti e professori, cinesi e non, vengono silenziati dal Governo

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In onore del 19esimo congresso del Partito Comunista, Xi Jinping ha parlato alle alte cariche della Repubblica Popolare Cinese, e ha confermato i sospetti di analisti e esperti di Cina. Un leader tutt’altro che morbido, un personaggio che intende dimostrare di aver la forza di portare avanti gli ideali del socialismo cinese, e di guidare il Paese verso quello che molti hanno definito ‘il suo secolo’. La morsa del Partito, onnipotente in Cina, non risparmia neppure il contesto in cui imparzialità, libertà e oggettività dovrebbero essere più presenti: l’università. L’analisi che segue è stata scritta da Emilie Tran, docente alla Hong Kong Baptist University. Descrive un futuro inquietante, con un partito fermamente rivolto verso la censura anche in ambienti accademici, in Cina come all’estero.

 

Le università verranno controllate attentamente, i professori saranno valutati e il partito punirà chi manca di integrità ideologica. Questo è il programma annunciato dal Governo di Xi Jinping davanti al congresso del Partito Comunista, dove Xi spera di rinforzare la sua autorità come leader mondiale.

Gli sforzi per il controllo delle università e la mancanza di riguardo per la libertà accademica stanno prendendo piede anche all’estero. A inizio settembre, ‘Reuters’ e ‘The Guardian’ hanno rivelato gli sforzi delle autorità cinesi per restringere gli accessi all’American Political Science Review dalla Cina. La Review, uno dei più rispettabili giornali accademici del suo campo, è pubblicata dalla prestigiosa Cambridge University Press (CUP). Sostanzialmente la casa editrice ha resistito alla pressione cinese, ma la notizia ha acceso l’indignazione del pubblico, arrivando due settimane dopo un’altra controversia che ha scosso le fondamenta del mondo accademico.

Ad agosto, i ricercatori cinesi nel mondo hanno scoperto che Pechino aveva chiesto che la Cambridge University Press rimuovesse 315 articoli e recensioni di libri da China Quarterly, prodotto dalla rispettata facoltà di Studi africani e orientali della University of London e pubblicati dalla CUP.

Questi articoli riguardavano argomenti considerati sensibili dal Governo cinese: le proteste del 1989 di Piazza Tiananmen, Mao Zedong e la sua rivoluzione culturale, le tensioni etniche in Tibet e nello Xinjiang, il Taiwan, e tutto ciò che aveva a che fare con la riforma democratica.

La CUP ha obbedito, ritirando gli articoli controversi dal sito cinese, spiegando che avrebbe preferito eliminare un piccolo numero di articoli interessanti solo per pochi accademici, in modo da assicurare la sua disponibilità in Cina per il numeroso resto di studenti e pubblicazioni.

Guidati dall’editore di China Quarterly, accademici e NGOs hanno espresso sdegno per la CUP, che preferirebbe favorire i suoi interessi commerciali rispetto alla libertà accademica, e hanno minacciato di boicottare la casa editrice.

Investito dalle proteste, il Governo cinese ha difeso le sue azioni in un editoriale pubblicato il 20 agosto sul Global Times. Affermando che, nonostante rispetti la libertà accademica nel Regno Unito, la Cina ha il diritto di decidere cosa può essere pubblicato entro i suoi confini.

Tre giorni dopo che la censura è venuta alla luce, la CUP ha improvvisamente cambiato idea, e reso nuovamente disponibili i 315 articoli.

Più meno allo stesso momento, l’americana Association of Asian Studies (AAS) ha rivelato di aver ricevuto una richiesta simile, e di non aver accettato.

La controversia evidenzia la natura oppressiva del Governo della Repubblica Popolare. Nonostante l’innegabile carattere interanzionale delle università cinesi, l’istruzione superiore deve seguire la linea del Partito.

Le riforme e l’apertura dei tardi anni ’70 di Deng Xiaoping hanno permesso alla nazione di diventare un laboratorio di idee nell’ultimo quarto del ventesimo secolo. Ma per il passato decennio, la Cina è sembrata impegnata a combattere una battaglia ideologica contro l’Occidente.

In seguito ai giochi olimpici di Pechino del 2008, la Cina ha superato il Giappone ed è diventata la seconda economia più grande del mondo, dopo gli Stati Uniti, indeboliti dalla crisi finanziaria del 2007-2008.

Eppure, la Cina si è velocemente trovata ad affrontare il dissenso di coloro i quali sono stati investiti da una politica di crescita ad ogni costo, nonostante i successi economici e diplomatici del Paese. Molti intellettuali cinesi hanno iniziato a pensare che i loro concittadini avrebbero dovuto godere di una riforma, politica, finale.

Guidati dallo scrittore e professore universitario Liu Xiaobo, uno degli attivisti chiave delle proteste del 1989 a Piazza Tiananmen, centinaia di intellettuali hanno formato il Charter 8, un manifesto per la democratizzazione del regime. Liu, per questo, è stato condannato nel 2009 a 11 anni di prigione. E’ stato rilasciato nel luglio 2017, ed è morto pochi giorni più tardi.

L’ascesa al potere di Xi Jinping nel 2012-2013 ha indicato una nuova era nella riduzione della libertà di pensiero. Temendo ogni minaccia alla purezza della loro dottrina, i leader del Partito Comunista Cinese hanno pubbilcato un manuale che elenca le idee sovversive da sradicare, il tristemente noto Documento#9.

I seguenti argomenti sono ora esclusi dalla discussione pubblica: la democrazia costituzionale occidentale, la natura universale dei diritti umani, il potere della società civile, le diverse interpretazioni della storia, e qualsiasi dubbio sulla validità delle riforme economiche cinesi e del socialismo.

La Cina post-Mao non era scevra di tabù, ma questi erano generalmente limitati alle ‘tre T’: Taiwan, Tiananmen e Tibet. Molte cose sono cambiate dal 2012. Prima di tutto, la pubblicazione del Documento#9 ha esteso il range di idee inaccettabili: qualsiasi soggetto, senza eccezzione, ora può essere censurato.

Secondo, le università cinesi sono oggi riluttanti soldati in questa battaglia ideologica: nel 2015, il Ministero dell’Educazione ha chiesto alle università di vietare l’uso di libri che promuovono i valori occidentali. Terzo, qualsiasi soggetto contravvenga le nuove norme è ora vittima di severa repressione, e il Partito Comunista Cinese non si fa scrupoli quando si tratta di perseguire tattiche apertamente totalitarie.

Oltre alla routine intimidatoria, 248 difensori dei diritti umani sono stati arrestati nel Luglio 2015. Nell’atmosfera di paura che si è venuta a creare, gli intellettuali liberali hanno deciso che non fosse più sicuro rispondere alle domande dei giornalisti stranieri. Praticano l’auto-censura e, quando è possibile, finiscono col vivere all’estero in esilio. Per quelli che rimangono, le molestie sono la norma.

Gli attacchi contro i diritti fondamentali e, più specificamente, le libertà accademiche si stanno ora estendendo al di fuori della Cina continentale, a cominciare con le regioni amministrative speciali. Nel 2014, divesi professori di Macau sono stati improvvisamente licenziati; a Hong Kong, la sparizione di cinque venditori di libri nel 2015 resta un caso irrisolto. Questi episodi rivelano la crepa sempre più profonda nel modello ‘una nazione, due sistemi’ [così è indicato l’accordo politico tra Hong Kong e Pechino, ndr]. Eppure l’influenza di Pechino non si ferma lì.

Nell’estate del 2014, l’Associazione Europea per gli Studi Cinesi ha avuto diverse pagine del suo programma rimosse dal Confucius Institute il giorno prima della sua conferenza biennale in Portogallo.

L’istituto, apparentemente, non ha gradito la pubblicità degli sponsor taiwanesi. Quello stesso anno, la American Association of University Professors ha iniziato ha chidere la chiusura del Confucius Institute, accusandolo di minare alla libertà di parole nei campus degli Stati Uniti.

Il mese scorso l’Australia ha reso note le interferenze del Governo cinese nelle sue università. Pechino ha portato avanti delle operazioni di controllo e influenza senza precedenti, bersagliando studenti e professori, cinesi e non. In risposta, il ‘gruppo degli 8’ (Go8), una coalizione delle otto università migliori in Australia ha chiesto una risposta misuarata e coordinata.

Nel 2016 più di un quarto dei 550.000 studenti oltremare che studiano in Australia venivano dalla Cina. Rappresentano una manna finanziaria notevole per le università australiane, che non vogliono offendere il Governo cinese. La domanda resta: si possono preservare i valori chiave delle istituzioni accademiche senza provocare l’ira dei capi del Partito?

Articolo originale pubblicato su ‘The Conversation‘.

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