sabato, Settembre 25

Cina – Talebani: matrimonio tra pragmatici Pechino accoglie la delegazione dei talebani definendoli «una forza militare e politica fondamentale». I talebani da parte loro rilasciano ampie assicurazioni circa la protezione degli investimenti cinesi in Afghanistan e il non appoggio ai separatisti dello Xinjiang

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Un ‘colpo di Stato diplomatico‘. Così il ‘New York Times‘ ha definito il vertice di due giorni della delegazione dei talebani in Cina, a Tianjin, alla vigilia del 31 agosto, data entro la quale tutte le forze straniere dovrebbero lasciare l’Afghanistan. In precedenza, la delegazione, guidata dal capo negoziatore e vice leader del gruppo, il mullah Abdul Ghani Baradar, aveva avuto incontri a Teheran, Mosca e Ashgabat (Turkmenistan).

Pechino, prendendo atto che il gruppo sta riprendendo rapidamente il controllo di gran parte dell’Afghanistan dopo il ritiro delle forze USA e NATO, e sostenendo ufficialmente la ‘riconciliazione nazionale afgana’ attraverso la via della soluzione politica, ha dichiarato che il gruppo svolgerà «un ruolo importante nel processo di riconciliazione pacifica e ricostruzione» del Paese. O almeno questo è l’auspicio. E’ stato più di uno sdoganamento, si è trattato di una vera e propria operazione di legittimazione e accreditamento della postura internazionale dei talebani.
Il Ministro degli Esteri,
Wang Yi, ha definito i talebani «una forza militare e politica fondamentale», ha commentato come «un fallimento della politica statunitense nei confronti dell’Afghanistan» il ritiro in atto, ha promesso di non interferire negli affari dell’Afghanistan, e tutto ciò ottenendo in cambio dai talebani l’impegno che non utilizzeranno il territorio afghano come base per effettuare attacchi all’interno della Cina, o, più ancora, non permetteranno che venga utilizzato il Paese da soggetti terzi. Impegno molto importante per Pechino per almeno tre fondamentali ragioni.
La Cina confina con l’Afghanistan attraverso una piccola -appena 76 chilometri-, stretta quanto cruciale striscia di terra nella regione montuosa chiamata Wakhan Corridor. Nelle settimane scorse, le forze talebane avevano preso il controllo di gran parte della provincia, che confina con lo Xinjiang, la nota regione in gran parte musulmana uigura della Cina occidentale, dove il governo ha arrestato centinaia di migliaia di persone in nome della lotta all’estremismo. Pechino ha mostrato crescente preoccupazione circa il rischio che l’Afghanistan, e nello specifico questo lembo di terra, possa diventare una base per gli estremisti che lottano per l’indipendenza dello Xinjiang. C’è da ricordare che la Cina ha citato la minaccia dell’estremismo uiguro come motivo dei suoi campi di detenzione di massa nello Xinjiang, e, contestualmente, che i radicali uiguri, addestrati e supportati da gruppi in Afghanistan, hanno svolto un ruolo importante in attentati quale quello di Urumqi, nel 2014, tanto per citare un caso a dimostrazione della fondatezza delle preoccupazioni cinesi.
La seconda ragione sta nell’
ambizione della Cina di fare da mediatrice tra il governo afghano e i talebani, o meglio, di occupare il posto lasciato libero dagli Stati Uniti, soppiantando l’influenza degli Stati Uniti con la propria.
Terza, ma non ultima, ragione, il fattore economico.
Pechino ha fatto molti investimenti nel Paese, tra gli altri, il più grande investimento nella storia dell’Afghanistan, ovvero 3,4 miliardi di dollari da parte della China Metallurgical Group Corporation, per i diritti sui giacimenti minerari della miniera di rame di Aynak, in forza dei quali prevede, per prossimi 25 anni, di estrarre circa 11 milioni di tonnellate di rame -un terzo di tutte le riserve di rame conosciute in Cina. Non bastasse, Pechino ha fatto sapere che l’Afghanistan potrebbe beneficiare di ulteriori progetti di sviluppo nell’ambito della Belt and Road Initiative, e che si sta valutando la possibilità di estendere il corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC) in Afghanistan. Pechino si è impegnata con Kabul nella costruzione dell’autostrada Peshawar-Kabul, che collegherebbe il Pakistan all’Afghanistan, e sta costruendo una strada attraverso il Corridoio del Wakhan, integrando la rete stradale esistente attraverso la regione. Una volta completate, queste nuove arterie dovrebbero consentire a Pechino di perseguire i suoi obiettivi di aumento del commercio con la regione e dell’estrazione di risorse naturali in Afghanistan. Secondo un rapporto del 2014, l’Afghanistan potrebbe possedere quasi un trilione di dollari di metalli delle terre rare estraibili rinchiusi tra le sue montagne.
Pechino sta intensificando i suoi investimenti in progetti di connettività dell’Asia centrale, come l’Afghanistan National Railway Plan (ANRP), il Sino-Afghan Special Railway Transportation Project (SARTP), il Five Nations Railway Corridor. L’instabilità in Afghanistan si è rivelata un grosso ostacolo agli investimenti e all’estrazione di risorse naturali. Pertanto, è nell’interesse della Cina impegnarsi per la stabilizzazione dell’Afghanistan in chiave economica.
Insomma,
l’Afghanistan per Pechino è un grande business, e i talebani hanno mostrato di gradire. Il portavoce dei talebani, Suhail Shaheen, ha dichiarato, in un’intervista rilasciata alla vigilia del vertice, che «la Cina è un Paese amico e lo accogliamo favorevolmente per la ricostruzione e lo sviluppo dell’Afghanistan … se [i cinesi] hanno investimenti, ovviamente garantiremo la loro sicurezza».

Il governo di Kabul, invece, si è mostrato gelido nei riguardi di questi incontri, e il Presidente Ashraf Ghani ha esortato la comunità internazionale «a rivedere la narrativa della volontà dei talebani e dei loro sostenitori di abbracciare una soluzione politica», commentando che «questi non sono i talebani del XX secolo… ma la manifestazione del nesso tra reti terroristiche transnazionali e organizzazioni criminali transnazionali».
Il
Segretario di Stato americano, Antony Blinkenha affermato che il possibile coinvolgimento della Cina in Afghanistan potrebbe essere «una cosa positiva», se Pechino davvero stesse guardando a una «risoluzione pacifica del conflitto» e alla costruzione di un governo «veramente rappresentativo e inclusivo».
Insomma, l’Amministrazione Biden sembra rigettare i timori che la Cina, come anche la Russia, possa trarre vantaggio da una riduzione della presenza militare statunitense in Medio Oriente, e in Afganistan in particolare.

Gli analisti sottolineano come i leader del Partito Comunista e i talebani abbiano ben poco in comune in termini ideologici, praticamente nulla, tanto che secondo alcuni i leader cinesi sarebbero addirittura ‘nauseati’ dalla retorica religiosa dei talebani, ma condividono il pragmatismo, il che li rende immuni alle differenze di sensibilità ideologiche e religiose. I talebani sanno di aver bisogno sia dei quattrinicinesi, sia della copertura politica che Pechino può garantire loro, non ultimo anche al Palazzo di Vetro. I cinesi hanno bisogno di fare affari in Afghanistan e di non avere problemi ulteriori con la minoranza degli uiguri. In nome di questi concreti interessi, tutte due le parti sono disponibili superare più o meno tutto.
Il ‘
Global Times‘, quotidiano in lingua inglese del Partito comunista cinese, ha affermato che «inimicarsi i talebani non è nell’interesse della Cina», e citando un esperto cinese ha affermato che «i talebani [si stanno] silenziosamente trasformando per diventare più simili a un’organizzazione politica incentrata sugli affari interni dell’Afghanistan, e si stanno preparando a prendere il potere».
Foreign Policy‘ commenta: «supponendo che i talebani riconquistino l’Afghanistan, la natura dei legami tra Cina e talebani sarà geostrategicamente significativa. Una relazione positiva e prolungata potrebbe ulteriormente consentire a Pechino di compiere ampie incursioni economiche e di sicurezza in Afghanistan e in Asia centrale. Pechino ha già forti relazioni bilaterali e multilaterali in tutta la regione (non da ultimo tramite la Shanghai Cooperation Organization), ma un miglioramento delle relazioni con l’Afghanistan pagherà dividendi ancora maggiori. Se i talebani rimarranno fedeli alla loro parola -un grande ‘se’- allora Pechino trarrà beneficio dai progetti Belt and Road in transito in Afghanistan e da ciò che la Cina definisce cooperazione antiterrorismo contro gli estremisti uiguri nello Xinjiang».
La crescente influenza di Pechino nella regione, stimolata da legami più stretti con i talebani, secondo ‘
Foreign Policy‘, «potrebbe sollevare sospetti a Mosca che la Cina stia eclissando la Russia come potenza dominante in Asia centrale, aggiungendo potenzialmente un raro punto di attrito alla loro relazione. Sebbene l’India sembri anche impegnata in negoziati di canale secondario con i talebani, è improbabile che un riconoscimento cinese ufficiale dei talebani possa essere accolto bene a Nuova Delhi, a causa dei legami della Cina con il Pakistan, favorendo le già tese relazioni dell’India con la Cina per le controversie territoriali nel Himalaya».
C’è un valore aggiunto ulteriore per Pechino:
«se Pechino riuscirà a stabilizzare l’Afghanistan dopo il ritiro degli Stati Uniti, darà alla comunità internazionale il messaggio che il modello cinese disistema politico è più favorevole dell’intervento occidentale, estendendo infine l’influenza della Cina in crisi simili in tutto il mondo».

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