domenica, Maggio 9

Cina-Taiwan, incontro storico field_506ffb1d3dbe2

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Giornata di riavvicinamenti, quella odierna. Sono infatti molti gli incontri distensivi effettuati nelle ultime ventiquattro ore, alcuni dei quali di portata storica. È il caso, ad esempio, della riunione tra alti funzionari di Cina e Taiwan, che si è aperta oggi a Nanchino e che durerà fino a venerdì. Con la partecipazione del Ministro per gli Affari di Taiwan (MAT) Zhang Zhijun e del Direttore dell’Ufficio per gli Affari Continentali (UAC) Wang Yu-chi, si tratta dell’incontro di più alto livello tenuto fra i due Paesi dalla Rivoluzione del 1949. Non è stata stilata alcuna agenda per l’evento, inteso soprattutto come un’occasione per ripristinare una fiducia reciproca fra le due Cine. Come già riportato su queste pagine, comunque, sul tavolo dovrebbero trovar posto temi quali il ruolo di Taiwan negli organismi internazionali e l’assistenza sanitaria per gli studenti taiwanesi sul continente.

È invece già certo, dopo la prima giornata, l’accordo per l’apertura di uffici di rappresentanza nel più breve tempo possibile. Questo non significa necessariamente che la strada verso una ricomposizione definitiva della disputa sia aperta: «dobbiamo avere un po’ di immaginazione per risolvere certe difficoltà, non solo per questo incontro, dovremo avere un’immaginazione ancor maggiore per un futuro sviluppo delle relazioni lungo lo Stretto» ha infatti dichiarato Zhang, secondo il quale, comunque, già questa riunione sarebbe stata inimmaginabile in passato. Una constatazione sottolineata da Wang: «avere la possibilità di sedersi e discutere è un’opportunità davvero preziosa, considerando che, una volta, i due fronti erano quasi in guerra». Ovviamente, le reciproche rivendicazioni territoriali rimangono, al punto che è stato ritenuto opportuno non esporre vessilli o riferimenti nazionali nella sala in cui la riunione ha avuto luogo.

Apparente distensione anche dall’altra sponda del Mar Giallo: è di oggi l’annuncio dell’incontro che si terrà domani tra alti rappresentanti di Corea del Sud e Corea del Nord nel villaggio di Panmunjom, al confine tra i due Paesi. Ad annunciare l’evento, il portavoce del Ministero sudcoreano per l’Unificazione, Kim Eui-do, che ha così risposto positivamente alla proposta di dialogo lanciata da Pyongyang sabato scorso. Il rango dei delegati è tale da dover risalire al 2007 per trovare un precedente: per Seul, la rappresentanza sarà guidata da un Consigliere Presidenziale per la Sicurezza Nazionale, mentre la Corea del Nord invierà un alto funzionario del Partito dei Lavoratori, Won Tong Yon. I rapporti tra le due Coree, va ricordato, sono deteriorati nell’ultimo periodo: nonostante la prevista riunione delle famiglie separate, che dovrebbe aver luogo nel corso del mese, il Governo nordcoreano si è lamentato degli addestramenti congiunti tra Corea del Sud e Stati Uniti, che prevedono fra l’altro frequenti voli di caccia statunitensi sui cieli della penisola. È perciò altamente probabile che questi argomenti saranno al centro delle discussioni.

Oggi si sono seduti nuovamente allo stesso tavolo anche Governo e opposizione siriani. Dopo aver incontrato le due fazioni separatamente, oggi il mediatore delle Nazioni Unite Lakhdar Brahimi ha infatti discusso con entrambe in un’unica stanza. Purtroppo, nonostante le promettenti premesse, lo stesso Brahimi ha dovuto concludere nel tardo pomeriggio che non sono stati fatti molti progressi, mentre il delegato presidenziale Faisal Makdad ha parlato di un «giorno perso». Secondo Makdad, la causa sarebbero i rappresentanti dell’opposizione, che insisterebbero nell’affermare che in Siria non vi sia terrorismo e, di conseguenza, nel non volerne discutere. La posizione di Damasco è sostenuta anche dal Cremlino, per cui un’eventuale risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU dovrebbe prendere in considerazione le «attività terroristiche» in Siria e non essere «unilaterale e avulsa dalla realtà», secondo le parole del Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. Mentre a Montreux si discute, però, in Siria è stata sospesa «per problemi logistici e tecnici» l’evacuazione della Città Vecchia di Homs.

Più distesa la situazione sociale in Iran, dove oggi si celebra il 35° anniversario della caduta del regime dello Scià Reza Pahlavi, evento chiave della Rivoluzione Islamica del 1979. Migliaia di manifestanti hanno presenziato alle cerimonie nelle maggiori piazze del Paese, tra cui la piazza Āzādi a Teheran, dove sono stati distribuiti anche volantini riferiti ai negoziati sul programma nucleare nazionale. Argomento che ha trattato lo stesso Presidente Hassan Rouhani, sostenendo che anche un eventuale intervento militare occidentale non distoglierebbe il Paese dalla ricerca atomica pacifica. In quello che è stato un discorso rivolto più ai manifestanti, Rouhani ha definito «brutali, illegali ed errate» le sanzioni economiche contro l’Iran ed ha detto «esplicitamente a quegli illusi per cui l’opzione militare è sul tavolo, che dovrebbero cambiare occhiali», con chiaro riferimento alle recenti dichiarazioni dell’amministrazione statunitense.

Washington è stata peraltro al centro di un altro ‘riavvicinamento’ di oggi: dopo le critiche espresse nelle ultime settimane da diversi rappresentanti del Governo israeliano, è stato oggi il Presidente palestinese Mahmūd ʿAbbās a criticare la formula per i negoziati architettata dal Segretario di Stato statunitense John Kerry. Attraverso un proprio portavoce, ʿAbbās ha infatti sostenuto che l’accordo proposto da Kerry sarebbe destinato al «fallimento» a causa della possibilità di esprimere riserve nonostante l’accettazione formale dei suoi principi. Proprio la settimana scorsa, il Segretario aveva sostenuto in un’intervista al ‘Washington Post’ che la possibilità di obiezione da parte dei leader palestinesi ed israeliani costituiva «l’unico modo per loro di essere politicamente in grado di mantenere in moto i negoziati». Così, in attesa di un accordo soddisfacente per entrambe le parti, si rimane alla quotidianità della regione, con due raid notturni sulla Striscia di Gaza da parte dell’aviazione militare israeliana in risposta al lancio di un missile dall’enclave palestinese.

Anche il Governo Ucraino parteciperebbe al clima di disgelo di questo martedì. Secondo il quotidiano ‘Kommersant’, la settimana scorsa si sarebbe tenuto un incontro fra il Capo dello Staff del Presidente Viktor Janukovyč, Andrej Klujev, e l’ex Primo Ministro e leader del partito Patria Julija Timošenko. Obiettivo di Kluev sarebbe stato il supporto alla formazione di un nuovo Governo attraverso la creazione di una nuova maggioranza parlamentare. Dopo le dimissioni del Primo Ministro Mykola Azarov, Janukovyč sta infatti cercando di trovare la quadra ad una complessa situazione, che possa essere soddisfacente non solo per i manifestanti, ma anche per la comunità internazionale. La notizia dell’incontro non è stata ancora confermata dal partito Patria, ma oggi Timošenko ha richiesto condizioni meno severe per la propria attuale detenzione all’ospedale di Kharkiv.

I diritti civili, d’altronde, non sembrano partecipare della distensione della giornata. In Egitto suscitano perplessità le denunce da parte di attivisti politici laici, arrestati dalla Polizia e torturati, anche per mezzo di elettroshock. Il Ministero degli Interni respinge le accuse, ma la situazione a tre anni dalla destituzione di Hosni Mubarak e a sei mesi da quella di Mohamed Morsi sembra in fase di involuzione, coi partiti progressisti sempre meno restii ad esternare le proprie critiche verso l’attuale amministrazione. Denunce anche contro il Primo Ministro Recep Tayyip Erdoğan, in Turchia: un’intervista al caporedattore dell’influente quotidiano ‘Haberturk’, Fatih Altaylı ha confermato precedenti accuse al Governo di intimidire la stampa nazionale attraverso interferenze e richieste di licenziamento per i giornalisti non allineati.

Ma è soprattutto la Spagna a segnare una svolta nell’ambito, con un progetto di legge discusso oggi dalle Cortes che limiterebbe il potere d’azione giudiziario su casi internazionali relativi ai diritti umani. La normativa viene proposta ad un giorno dall’ordine di arresto per cinque ex alti funzionari cinesi emesso dal giudice Ismael Moreno, che ha creato non pochi problemi sull’asse Madrid-Pechino: tra gli accusati di genocidio, tortura e crimini di lesa umanità contro la popolazione del Tibet figuravano infatti l’ex Presidente Jiang Zemin e l’ex Primo Ministro Li Peng. Dopo le proteste del Governo cinese, il Partido Popular del Primo Ministro Mariano Rajoy ha deciso di presentare un testo legislativo che, se approvato, imprimerebbe un forte cambiamento per un Paese come la Spagna, che ha storicamente riconosciuto la giurisdizione universale in casi divenuti celebri, come quello relativo al dittatore cileno Augusto Pinochet.

In tema di diritto internazionale, si mantiene alta la tensione anche tra Italia e India per la vicenda che vede i due marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone in attesa del giudizio per l’omicidio di due pescatori indiani al largo delle coste del Kerala. Il Ministro degli Esteri Emma Bonino rifiuta infatti la possibilità che siano giudicati per terrorismo, come prevede il SUA Act, in quanto il duplice assassinio avvenne mentre lavoravano per il Governo. Mentre viene invocato l’intervento dell’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani a causa dell’assenza di capi di imputazione a due anni dall’arresto, il Procuratore Generale indiano G. E. Vahanvati avrebbe chiesto sarcasticamente in udienza all’avvocato dei due soldati se questi non dovessero piuttosto essere «condecorati».

Mentre Roma e New Delhi rimangono distanti, a quest’ultima si riavvicina Washington. In un più ampio tentativo di migliorare le relazioni tra India e Stati Uniti, l’ambasciatrice Nancy Powell farà visita a Narendra Modi, leader del partito di opposizione Bharatiya Janata. L’incontro, che potrebbe già aver luogo giovedì, pone fine ad un rapporto conflittuale che ha visto il Governo statunitense negare l’ingresso nel proprio territorio al politico nazionalista per il suo ruolo nelle rivolte religiose del 2002 nel Gujarat. Modi è il candidato del partito alle prossime elezioni e potrebbe diventare il prossimo Primo Ministro indiano.

 

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