sabato, Settembre 25

Cina: studiare è la chiave del progresso field_506ffbaa4a8d4

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TechCrunch è una fiera che si svolge in Cina. Quest’anno a Shanghai dal 25 al 29 giugno sono stati ospitati ingegneri e designer per parlare di nuove soluzioni hi-tech. Una fiera organizzata all’insegna dell’innovazione e delle start up. La Cina guarda al futuro e lo fa considerando applicazioni tecnologiche in diversi campi, dalla logistica all’e-commerce e sperimentando attività robotica, droni e soluzioni per la casa.

Tecnologia, cultura ed educazione sono alla base dello sviluppo e della ricchezza del Paese, che investe in modo specifico soprattutto sulle scuole. Quest’anno a TechCrunch, ad esempio, erano presenti 150 start up di giovanissimi imprenditori pieni di idee e inventiva. Studiare in Cina ha caratteristiche proprie sebbene molto simili a quelle del sistema occidentale. L’educazione scolastica rimane una delle priorità del governo, insieme con la determinazione dell’avanzamento scolastico nei confronti dei più giovani. Il sistema scolastico è diviso su tre livelli: scuole primarie, medie e università. La scuola dell’obbligo dura 9 anni. Il livello universitario, gratuito fino al 1985, oggi si basa su un sistema di borse di studio altamente competitivo e negli ultimi anni ha vissuto una crescita esponenziale arrivando a circa 20 milioni di studenti iscritti. L’alfabetizzazione nel Paese, oggi, riguarda il 90,9% della popolazione. La principale caratteristica delle università cinesi è quella di servirsi delle “multi università”, campus multi-facoltà con diversi indirizzi specialistici come quelli di Energia atomica, Risorse energetiche, Scienze informatiche, Biofisica o Ingegneria gestionale.

Luca Settineri, insegna Sistemi di produzione nel Dipartimento di Ingegneria gestionale del Politecnico di Torino e per lungo tempo ha insegnato la materia anche in Cina, dove ha collaborato con la scuola statale di Shanghai e l’università cinese.

Le mie collaborazioni si fermano al 2012” ci spiega. “Ma, ho insegnato per diversi anni nell’ambito di un accordo di collaborazione tra Politecnico di Torino, quello di Milano e l’Università di Shanghai molto conosciuta. In che modo ha iniziato? Prima era solo una collaborazione. Poi, in una seconda fase, sono stato gestore di questo programma di studio. Un programma che prevedeva la collaborazione di docenti italiani e cinesi. Il mio lavoro consisteva nel coordinare aspetti didattici dei corsi di laurea, aspetti logistici e umani soprattutto tra studenti e docenti, ma anche tra docenti. La classe era mista e composta da studenti cinesi e italiani. Un’esperienza davvero interessante“.

 

Qual era la sua giornata tipo?

L’impegno didattico era piuttosto intenso e la giornata tipo aveva tempi molto cinesi. I corsi erano brevi e concentrati, e non c’era molto spazio per altro. Cosa intende per tempi molto cinesi? I ritmi erano cinesi come orari, intensità e come efficienza. Per me è stata un’esperienza davvero importante e performante. Si respirava una grandissima tensione pressoché volta a migliorarsi e imparare. Vi era una chiara percezione che la formazione fosse tutto e rappresentasse un meccanismo di miglioramento sociale di formazione ed educazione imprescindibile, e molto percepito da tutti. L’impegno era grande anche da parte dello stato dalla scuola del villaggio fino alla università.

Qual è l’aspetto che più l’ha colpita nella sua esperienza come insegnante e coordinatore universitario in Cina?

La grandissima attenzione data al merito e all’impegno. La meritocrazia è esasperata e questo è di per sé già un grande insegnamento. Immagino che i reali meccanismi siano tanti e diversi, ma per quello che ho potuto percepire io era questo alla Tong Ji Univerity.

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