venerdì, Ottobre 22

Cina: sanità e sostenibilità di stampo italiano

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Formazione medica continua post laurea

La formazione post laurea della nuova classe di medici cinesi in Cina e in Italia può essere compito prestigioso per la sanità e le università italiane. Sistema apprezzato e riconosciuto dalla Cina attraverso la State Agency for Foreign Experts Affairs (SAFEA), il Ministry of Science and Technology (MOST) e il Ministry of Education (MOE). La formazione pregraduate in Medical Science in Cina è oggi conforme in molte università . L’Italia può offrire in più la formazione specialistica post laurea, per periodi che vanno da quattro mesi a un anno, in Italia o in Cina. Particolare attenzione viene data alle politiche di educazione sanitaria, prevenzione, screening precoci, formazione alla ricerca medica di base translazionale, clinica controllata in oncologia pediatrica e malattie cardiovascolari. I medici potrebbero essere così  molto più aperti alla ricerca e all’innovazione tecnologica, temi molto apprezzati nelle politiche sociali ed economiche di sviluppo della Cina, del MOST e della SAFEA.

La società civile globale richiede a gran voce uno sviluppo equo, ecologicamente sostenibile, pacifico, dal basso, che rispetti le diversità e i diritti, faccia crescere le opportunità e permetta ai talenti di fiorire. Medico primario cardiologo e dal 1999 in Cina con una associazione no profit che si chiama QualeMedicina2000, Francesco Franco Naccarella, si occupa di scienza medica cardiologica occidentale o Evidence Based Medicine. Il professor Naccarella ha lavorato negli Stati Uniti, a Milano e a Bologna.

 

Perché la sua attenzione si è spostata sulla Cina?

Una parte avanzata del mondo cinese, pur rispettando la medicina tradizionale nazionale, crede che sia più efficace e più utile la medicina occidentale. Si pensi solo a bypass, pacemaker (device impiantabili) e a tutti gli sviluppi nella genetica e nella biologia molecolare che la medicina occidentale ha fatto negli ultimi anni. Come presidente dell’associazione QualeMedicina2000 ONG NGO del nostro Miur, che si occupa di ricerca scientifica e farmacologica, ho voluto portare all’attenzione della Cina tutti questi contenuti molto accettati e molto accettabili dalla loro cultura. L’onlus riceve finanziamenti e donazioni liberali da enti bancari, da fondazioni e ditte farmaceutiche per fare formazione internazionale e scambio scientifico.

Qual è lo scopo della sua attività?

La mia attività prevede la formazione post laurea. Come associazione ho ricevuto e formato medici dell’ex blocco dell’Est europeo, molti medici della Bielorussia, dell’Ucraina, del mondo arabo, soprattutto dell’Egitto. Poi sono arrivate le richieste dal mondo cinese. Le prime le rifiutammo e seguimmo soprattutto quelle che ci arrivavano dalle istituzioni, dagli ospedali e dalle università con l’avallo del loro primario e responsabile, perché altrimenti avremmo nuociuto a questi ragazzi. Farli uscire dal Paese senza l’autorizzazione del governo o del loro direttore non sarebbe stato né possibile né utile. Tra le mie collaboratrici vi è la dottoressa Lei Lei Sun, laureata in Scienze della Formazione all’Università di Perugia, dove molti cinesi vanno per imparare la lingua italiana. Fa riferimento al metodo montessoriano, molto apprezzato in Cina. La dottoressa Sun ha poi fatto a Bologna il corso di laurea in Scienze Infermieristiche nel contingente italiano. Una persona molto utile per le sue conoscenze nel settore medico e soprattutto per la sua capacità di dialogare a livello linguistico e culturale con l’universo cinese. Sun e io abbiamo creato una società insieme che si chiama Euro China Society For Health And Research, che ci occupa di scambi scientifici e commerciali con il mondo cinese essendo accreditata presso alcune istituzioni governative e non del mondo cinese.

Uno sforzo non indifferente per fare che cosa?

Per conoscere la Cina un po’ meglio. La Cina politica ed economica dell’ultimo trentennio, quello che loro chiamano il secondo trentennio (1949-1979, 1979-1999) e che inizia nel 1978 con Deng Xiaoping, è una Cina che ha fatto un sacco di progressi in campo sociale, scientifico e sanitario. Noi abbiamo lavorato in questo settore ascoltando le richieste della parte cinese e apprezzando il valore dei loro grandi esperti, seguendo la riforma sanitaria, che in un paese di 1 miliardo e 400 milioni di persone non è uno scherzo, e il grosso impegno politico ed economico dei governi nazionali e locali, che non è ancora stato realizzato del tutto.

Il 2016 è l’anno delle eccellenze sanitarie in Cina, cosa farete?

In Cina si celebrano i 45 anni di relazioni diplomatiche con l’Italia. E’ l’anno per presentare e proporre modelli organizzativi di ricerca e di formazione, di assistenza sanitaria e sociale. In fondo, in Italia abbiamo un SSN con il 7-7,5% del PIL e che realizza una buona copertura sanitaria con un modello fondamentalmente sostenibile. Non è un modello come quello americano molto più costoso e che non copre gran parte dei cittadini. Questo ulteriore sviluppo è stato possibile grazie allo sforzo organizzativo politico e diplomatico del precedente Ambasciatore, che ha portato alla costituzione del Italy-China Business Forum and Council tra i due Premier Matteo Renzi e Li Keqiang a Pechino il 16 giugno del 2014 e a Milano il 16 ottobre 2014.

Quali sono le vostre aspettative?

Crediamo che questo 2016 possa essere un anno in cui proporre quanto di meglio l’Italia ha da offrire alla Cina, ma anche quanto la Cina può recepire del nostro modello sanitario con grosso beneficio scientifico ed economico per entrambi i Paesi e i popoli. Le nostre strutture sanitarie, i nostri centri di ricerca, le nostre università e il nostro mondo sanitario potrebbero offrire modelli sanitari da sviluppare e si potrebbe farlo insieme ai cinesi come un joint business di tipo scientifico ed economico. Credo che sia una prospettiva molto realistica e molto possibile. La nostra proposta in via di realizzazione per settori quali oncologia, cardiologia e ortopedia, è di realizzare “Laboratori Congiunti di Ricerca e Innovazione Italo Cinesi nel Socio Sanitario con partecipazioni ed investimenti pubblico-privati dei due Paesi all’interno del modello Cinese di Public Private Partenrship (PPP)”. Questo include università, enti e istituzioni pubbliche, ma soprattutto aziende pubbliche e private italiane, europee e cinesi, produttrici di prodotti e tecnologie biomedicali.

In cosa si distinguono i cinesi in ambito socio sanitario?

Alcuni ospedali di Pechino e di Shanghai non hanno nulla da invidiare, anzi forse hanno qualcosa in più, rispetto ai nostri più grandi ospedali italiani di Roma e Milano, o europei di Parigi e Londra. Il problema della Cina è che non ha sviluppato una rete di servizi sanitari, come noi. In Cina manca il medico di famiglia, manca il pediatra di libera scelta e, soprattutto, non sono sufficienti quei servizi intermedi, che sono i piccoli ospedali che loro chiamano country level hospital, importanti per un primo approccio al paziente. Ci sono delle grandissime “cattedrali nel deserto”, come le chiamo io, ma senza un collegamento reale con le esigenze più semplici e più comuni della popolazione. Tanto è vero che nei pronto soccorso dei grandi ospedali di Pechino ci finiscono anche malati che non dovrebbero essere lì.

Cosa proponete?

Gli ospedali italiani in collaborazione con quelli cinesi dovrebbero approntare a questo livello quello che noi chiamiamo il terzo livello sanitario, le cure super specialistiche. Al tempo stesso, collaborare per un lavoro di educazione sanitaria alla prevenzione e alla gestione delle patologie minori, soprattutto le patologie croniche e socio sanitarie degli anziani. I pazienti portatori di queste, dovrebbero essere davvero curati al di fuori di questi ospedali, in maniera molto più utile, apprezzata dai pazienti e molto meno costosa per il sistema sanitario. L’Italia ha presentato con il Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin varie proposte alla Cina: istituire una rete di servizi di cure primarie, di cure specialistiche, un modello di hub and spoke di ospedali in rete, che è una collaborazione fattiva ed operativa tra ospedali di vario livello. Piccoli e decentrati ospedali di zona o di quartiere, che curano i malati semplici e mandano il malato complesso al terzo livello ospedaliero. Il ministro Lorenzin durante la sua presentazione alla fine di gennaio ha spiegato molto bene alle autorità il modello di ricerca dei nostri IRCCS (Istituti a carattere scientifico con scopi assistenziali), che sviluppano ricerche scientifica, medica, di base, traslazionale e clinica sui pazienti. L’Italia ha presentato uno dei modelli di sviluppo e di ricerca sui farmaci tra i più avanzati.

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