venerdì, Settembre 17

Cina: premessa di una grande vittoria

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Innanzitutto, per comprendere il cambiamento intrapreso dalla Cina, si devono trovare quegli esempi nella storia che siano serviti da caso di studio, da modelli illustrativi per risolvere il problema principale, ossia: come colmare il vuoto tra una economia resistente e un potere politico assente.

La storia del Giappone in questo caso offre un esempio particolarmente utile.
Dopo l’isolazionismo del periodo Tokugawa (1641-1853), l’Imperatore Mutsuhito decise d’intraprendere un percorso di riforme profonde, per evitare che anche l’Impero del Sol Levante, militarmente e tecnicamente debole, diventasse una colonia dei Paesi occidentali.
Per conservare la propria indipendenza, si avviarono perciò le misure necessarie per lo sviluppo industriale e navale tali da garantire la modernizzazione dell’Esercito e della Marina; società e lavoro vennero riconfigurati e si cercò di creare una sfera d’influenza nipponica nel continente asiatico.
Rispetto all’Occidente, il Giappone doveva recuperare il ritardo accumulato in due secoli di isolamento riprendendo i contatti con il resto del mondo.
Si adottò una strategia di economia difensiva che rafforzasse il commercio con l’estero e creasse una solida base per l’economia di mercato, investendo in infrastrutture e trasporti, cantieristica civile e navale, industria bellica e non solo.
Per rimettersi al pari in poco tempo e, per di più, in diversi settori dell’industria, era necessario trovare una scorciatoia che permettesse all’Impero di ottenere rapidamente la conoscenza tecnica più avanzata.
In sostanza, fu adottato un espediente già utilizzato nella Francia napoleonica per stare al passo con l’industria manifatturiera inglese: da una parte, si fomentava lo spionaggio industriale delle macchine importate clandestinamente e dei prodotti rubati; dall’altra si rincararono i dazi doganali sulle importazioni in modo da bloccare il flusso di prodotti molto competitivi nel mercato interno.
Similmente, all’inizio dell’era industriale l’Impero Britannico proibì l’esportazione della macchina per filare il cotone, mantenendo così la sua posizione di leader nella produzione. Per gli altri Paesi era dunque fondamentale impadronirsi di quella tecnologia. Il monopolio tecnologico britannico si ruppe all’inizio dell’Ottocento, in conseguenza al movimento migratorio verso gli Stati Uniti, quando si verificò un fenomeno equiparabile all’attuale fuga di cervelli, un altro tipo di scorciatoia per il conseguimento dell’obiettivo.

Tornando all’esempio del Giappone, si riscontra che l’adozione di questo tipo di strategie si basò sulla raccolta di varie informazioni e buone pratiche, attraverso l’appropriazione di conoscenza tecnica dai Paesi occidentali industrializzati e dai centri di eccellenza nella produzione. Questa dinamica emerge esclusivamente se si osserva il processo storico secondo una logica di rapporti di forza tra grandi potenze. In Occidente l’analisi storica è spesso viziata da una percezione egocentrica, che vede l’Ovest come il protagonista: la colonizzazione, ad esempio, non è una mossa di guerra economica, ma la naturale estensione degli scambi globali. In Giappone questo processo è interpretato in modo completamente diverso e questa differenza di percezione è la fonte di molti equivoci che inevitabilmente influenzano la comprensione delle strategie degli Stati rispetto all’andamento dei mercati.
Si rivela perciò una tendenza tra i circoli accademici a negare o minimizzare la rilevanza delle politiche di aumento di potenza nell’evoluzione delle relazioni internazionali.

L’odierna crescita della Cina si basa sul ricorso a scorciatoie come forma di resistenza al sistema imposto dall’Occidente, cioè un’economia di tipo capitalistico.
Al momento della fondazione della Repubblica Popolare, nel 1949, lo sviluppo economico era concepito secondo i criteri socialisti, quindi non emerse tanto un problema di concorrenza tra economie di mercato, bensì un fenomeno di complementarietà tra le economie di tipo socialista. Il crollo dell’URSS ha messo in discussione questa differenziazione dei sistemi di crescita ma non ha di fatto eliminato la rivalità geopolitica tra i cinesi e gli americani, anzi: la Cina rimane un pericolo potenziale per gli Stati Uniti e viceversa.
La Cina dovette agire come fece il Giappone dell’Era Meiji, cioè adottare delle misure rapide per implementare un’economia di mercato e mettersi al passo con i Paesi industrializzati: è infatti attraverso l’economia che si accresce il potere politico.

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