sabato, Dicembre 4

Cina, dove osano i draghi volanti dell'architettura

0
1 2 3


L’equazione Cina e infrastrutture porta in seno molte incognite. Le dimensioni del Paese, meta ideale della sperimentazione artistica e della creatività straniere, spingono gli architetti governativi a osare e a costruire opere mastodontiche, che spesso una volta terminate rimangono pressoché vuote. Nella disperata ricerca del ripristino di tradizioni perdute, l’attenzione dei cinesi si posa su bellezza e grandezza degli edifici, piuttosto che sulla loro reale utilità e stabilità. Meglio se garantite dall’esperienza e dalla consulenza di un pool di architetti internazionali.

Un caso esemplare di questa collaborazione è rappresentato dal desolante paesaggio urbano di Ordos, una mega città futuristica e anche città fantasma, situata nella Mongolia centrale. Una città quasi disabitata, costruita per un milione di persone. La grandiosa architettura di cui è composta riempie oltre 220 chilometri quadrati di deserto e copre un’area più grande di Las Vegas, a 500 chilometri da Pechino. Laboratorio di stili architettonici all’avanguardia, ha raccolto le originali idee di progettazione di architetti di tutto il mondo. Prezzi troppo elevati e l’isolamento delle costruzioni dai maggiori centri del paese hanno tenuto a distanza acquirenti e abitanti. Tanto che oggi, in un disperato tentativo di riempire le migliaia di case disabitate, il governo ha offerto agli agricoltori locali opportunità per acquistare con sconti e agevolazioni gli appartamenti. Eppure, il tentativo è stato accolto con scarso successo e solo circa il 2 per cento degli edifici della città è abitato per un totale di quasi 100mila persone. Il resto è lasciato al degrado.

Questo è solo uno dei tanti casi di costruzioni innovative dimenticate sul territorio cinese. Un peccato di strategia o manie di grandezza portate all’esasperazione? Insospettabili interazioni accademiche e culturali anche in questo settore sono in corso tra Italia e Cina. Il principale Politecnico cinese nella regione di Guangdong che si occupa di pianificazione del territorio lungo il delta del Fiume delle Perle, una delle zone più urbanizzate del mondo, sin dalla fine degli anni 2000, si avvale della consulenza del Politecnico di Ferrara, uno dei migliori in Italia.

Nel Guangdong lavora l’architetto italiano Tobia Repossi, che ha studiato al Politecnico di Milano e che vive in Cina da diversi anni. Con lui, professionista del design, abbiamo cercato di comprendere meglio la mentalità, che sta dietro a scelte e progetti che occupano il campo dell’architettura cinese. Subito, abbiamo imparato che il primo suggerimento per riuscire a ritagliarsi un posto nel settore edile cinese è quello di saper individuare il giusto committente.

 

Quali sono state le sue difficoltà primarie?

Mi sono trovato in Cina per caso. In effetti, è tipico degli espatriati trovarsi a vivere qui per gradi. La prima volta che ho messo piede nel paese è stato nel 2010 con un cliente cinese presentatomi da un amico. Il contatto è diventato poi sempre più frequente e sono passato dal vivere in un hotel a un appartamento in centro, e a vivere una vita estremamente differente. Tra l’altro, quando mi chiedono da quanti anni sono qui, mi trovo in difficoltà perché non ho una risposta pronta. Forse una data è quando ho preso la residenza.

Come si è organizzato in seguito?

Lo studio di design che ho fondato qui si occupa di prodotto industriale e design d’interni. Il Guangdong è un po’ la Brianza del mondo, un terzo del prodotto del pianeta viene da qua e noi facciamo tanta elettronica di consumo: accessori per smartphone, power bank, telefonini ed elettrodomestici. Nel caso degli interni arriviamo quando l’edificio è ancora al grezzo e facciamo diventare uffici e hotel, superfici enormi che sembrano grandi parcheggi dell’Ikea. Ci occupiamo tanto di spazi di lavoro per grandi compagnie europee con interessi in Cina o per compagnie cinesi che strizzano l’occhio ad aziende occidentali come Google, Facebook o altri big.

Settore poco sviluppato in Italia?

Entrambi i settori sono difficilmente percorribili ad un certo livello in Europa. Pensi al settore prodotto: a parte pochissime aziende e qualche start-up, in pochi fanno stampi di plastica ci mettono dentro metallo e silicio come riusciamo a fare qui. Per quanto riguarda gli interni, le metrature di cui ci prendiamo carico sarebbero per me irraggiungibili in Europa. Lo scorso anno abbiamo consegnato quasi mezzo milione di metri quadri, ma io ho amici e colleghi qui che viaggiano su cifre anche superiori. Un’utopia in Italia.

Quanti siete nello studio Tobia Repossi & Partners (托比亚 雷波西 设计工作室)?

Siamo in diciotto, per la Cina una struttura media, ma diciamo che siamo lo studio gestito da un non cinese più in vista a Shenzhen. L’unico senza gli occhi a mandorla sono io e in generale, se volessi confondermi tra la folla, le mie misure non aiuterebbero, visto che sono piuttosto alto.

Oltre che per le dimensioni, lei è stato messo in difficoltà da questo diverso rapporto nei numeri?

In realtà no, perché la metodologia è la stessa. La dura realtà dei fatti è che non mi volevo ridurre, dopo anni di lavoro in Europa volevo continuare comunque a essere nel posto dove le cose si fanno e oggi, per il mio caso, essere in Guangdong è mandatorio. In Italia ci torno ogni tre, quattro mesi, spesso per sistemare beghe di lavoro e di vita personale, ma se devo partire da qui, preferisco andare in vacanza!

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->