martedì, Settembre 28

Cina, omertà e i 'falsi' dell'informazione field_506ffbaa4a8d4

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La rivoluzione culturale cinese compie 50 anni. Uno dei periodi più controversi della storia recente cinese. Un anniversario, che non verrà celebrato a Pechino. Un tema complesso e controverso, su cui la politica cinese ha già dato il suo giudizio ufficiale, definendo il periodo come parte di quel 30 per cento di errori di cui Mao Zedong fu responsabile, quando era leader della Cina. Il 16 maggio del 1966 fu stabilita la direttiva con cui Mao intendeva sbarazzarsi dei borghesi all’interno del partito.

Cos’è la rivoluzione culturale? Innanzitutto, esistono due versioni diverse sulla durata della rivoluzione. Due periodi. Una rivoluzione culturale che ha avuto luogo dal ’66 al ’69, sfociata nel IX Congresso del partito e conclusasi con lo smembramento e fine dell’esistenza delle Guardie Rosse. E, quello ufficiale, dal ’66 al ’76 fino alla morte di Mao. Jean-Philippe Béja, direttore di ricerca emerito presso la facoltà di Sciences Po al Centre national de la recherche scientifique (CNRS) durante una puntata di Agi-China su Radio radicale spiega: «La rivoluzione fu voluta da Mao Zedong per due motivi: per riprendere il potere dopo l’enorme fallimento e i 40 milioni di morti dovuti alla carestia, provocato dal suo piano di ripresa, e per impedire alla Cina di diventare ‘bianca’ o revisionista come l’Unione sovietica. L’intento era fermare il progresso borghese. Si fece appello alla gioventù e Mao utilizzò il malcontento della gioventù e della sua ingenuità per sbarazzarsi dei nemici all’interno della coalizione. Il risultato fu un potere molto più totalitario, che controlla sogni e pensieri dei cittadini. Uno può essere mandato in galera solo per un sogno espresso. Non solo non si può scrivere, ma anche pensare, non solo non si può parlare, ma anche sognare. Gli strumentalizzati, ovvero le Guardie Rosse, furono mandati tutti in campagna per essere gestiti sotto il controllo dei quadri dei villaggi, e essere resi inefficienti».

Fra il ’69 e il ’71 ci sono stati diversi movimenti tra cui quello per rimettere in moto la direzione del partito con tantissime persone arrestate e giustiziate come agenti controrivoluzionari.
Tutto è messo a tacere, oggi. In Cina non si può parlare della rivoluzione culturale. Il paradosso è che senza un confronto e un dibattito sul tema, molti cittadini, che non sono contenti della situazione, usano ancora il linguaggio della rivoluzione culturale e il pensiero maoista per denunciare la posizione sociale. Ma, tutto questo sembra essere solo una diretta conseguenza dell’assenza di dibattito. «Non c’è mai abbastanza discussione sulla rivoluzione culturale. Bisognerebbe parlarne di più e far sí che le critiche aiutino la Cina a progredire – ha detto lo scrittore cinese Yan Lianke».

Per capire un Paese come la Cina forse servono più critiche e molti più argomenti. Anche, in Europa. Per parlare dell’argomento ed avere più chiara la situazione abbiamo incontrato Daniele Brigadoi Cologna, ricercatore e docente di Lingua e Cultura Cinese all’Università dell’Insubria a Como e research fellow del Torino World Affairs Institute.

 

Cosa rappresenta la cultura a livello di rapporti internazionale tra Cina e Italia?

La cultura, in realtà, più che aprire scenari problematici offre grosse opportunità di raccordo tra Cina e Italia. La Cina è uno dei paesi che attribuisce alla cultura italiana un ruolo particolare all’interno della storia stessa della sua tradizione culturale. Due figure storiche che hanno favorito i rapporti e le relazioni culturali tra i due paesi, come Marco Paolo e padre Matteo Ricci sono annoverati costantemente dai cinesi come i soli rappresentanti della cultura occidentale, che si sono rapportati in modo positivo con quella cinese. La particolare simpatia cinese nei confronti della cultura italiana viene sempre fatta derivare da queste origini. In particolare, padre Matteo Ricci è stato quello che ha reso meglio nota la Cina vera, quindi non tanto il Catai di Marco Polo, ma quella dell’impero dei letterati-funzionari, la Cina delle dinastie Ming e Qing, e questo crea un sfondo per certi aspetti ottimale. Permette di ribadire che l’Italia nei confronti della Cina si è posta primariamente come interprete e non come soggetto aggressore, come invece è più facile raffigurare altre nazioni occidentali in prospettiva storica nei loro rapporti con la Cina. Noi perciò “partiamo bene”, abbiamo un buon background nello stabilire e alimentare nel tempo buone relazioni interculturali.

Dopo di ché bisogna metterci dentro qualcosa in questo flusso.

A questo provvedono in parte le strutture culturali che si occupano della promozione della cultura italiana in Cina e poi quelli di flusso opposto che sono quelli della influenza cultuale cinese e dei programmi governativi che tendono a sostenerla e ampliarla nel tempo. In particolare attraverso la azione del Ministero dell’Educazione cinese attraverso gli Istituti Confucio, che sono in sostanza agenzie culturali addette a promuovere e sostenere la cultura cinese in tutto il mondo, compresa l’Italia. Sono sempre più diffusi nel mondo e nel nostro paese, soprattutto perché collaborano con le università. Quindi, un modello un po’ diverso da quello che magari all’estero è più noto, come ad esempio quello del Goethe Instituto del British Council, che sono quasi delle rappresentanze culturali autonome e semmai più integrate col contesto della diplomazia che non con quello dell’università, o che hanno dei raccordi con l’università, ma non sono necessariamente suggellati da convenzioni come quelli che permettono agli Istituti Confucio di inserirsi all’interno delle università italiane. In Italia ce ne sono tanti, diffusi e molto attivi, e tendenzialmente servono da trampolino per discreti contatti che si hanno tra studenti italiani di lingua e cultura cinese e la Cina stessa. Offrono anche possibilità di andare a studiare in Cina.

In queste relazioni interculturali cosa giova?

Il fatto, ad esempio, anche se è poco noto a livello nazionale, che l’Italia stia diventando il paese in cui si studia maggiormente il cinese in Europa. Tuttora c’è una sorta di febbre dell’apprendimento del cinese, che porta sempre più persone ad iscriversi a corsi di lingua cinese. E abbiamo avviato con grande successo, seppure con molto ritardo rispetto ad altri paesi europei, come la Francia, l’apprendimento della lingua cinese all’interno delle scuole superiori. Ho saputo che solo a Torino 120 borse di studio sono state elargite dagli Istituti Confucio a studenti delle scuole superiori per dei soggiorni studio in Cina. Quindi, abbiamo una situazione in cui le premesse sono buone.

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