sabato, Aprile 10

Cina: obiettivo Taiwan Le azioni sempre più assertive della Cina nei confronti di Taiwan e nell'intera regione, sono al centro delle attenzioni dell'Amministrazione Biden

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La Cina potrebbe invadere Taiwan entro i prossimi sei anni, mentre sta accelerando le sue mosse per soppiantare il potere militare americano in Asia. A sostenerlo è l’ammiraglio Philip Davidson, il vertice militare di Washington nell’area Asia-Pacifico. «Temo che stiano accelerando le loro ambizioni di soppiantare gli Stati Uniti e il nostro ruolo di leadership nell’ordine internazionale basato su regole … entro il 2050», e «Taiwan è chiaramente una delle loro ambizioni prima di allora. E penso che la minaccia si manifesti durante questo decennio, anzi, nei prossimi sei anni», ha detto ieri l’ammiraglio in audizione presso il comitato delle forze armate del Senato USA.

La Cina ha avanzato rivendicazioni territoriali espansive nel Mar Cinese Meridionale e minaccia l’isola americana di Guam, ha detto Davidson. «Guam è un obiettivo oggi», ha avvertito, ricordando che l’Esercito cinese ha rilasciato un video che simula un attacco a una base dell’isola molto simile alle strutture statunitensi a Diego Garcia e Guam. L’ammiraglio ha invitato i legislatori ad approvare l’installazione su Guam di una batteria antimissile Aegis Ashore, in grado di intercettare i più potenti missili cinesi in volo. Guam «ha bisogno di essere difeso e deve essere preparato per le minacce che arriveranno in futuro», ha detto Davidson.

Oltre ad altri sistemi di difesa missilistica Aegis destinati ad Australia e Giappone, Davidson ha invitato i legislatori a predisporre un budget per armi più a lungo raggio «per far sapere alla Cina che i costi di ciò che cercano di fare sono troppo alti». «Una base più ampia di fuochi di precisione a lungo raggio, che sono abilitati da tutte le nostre forze terrestri – non solo mare e aria ma anche forze terrestri – è di fondamentale importanza perstabilizzare quello che sta diventando un ambiente più instabile nel Pacifico occidentale», ha detto Davidson, aggiungendo che la «difesa missilistica è la cosa più difficile da fare». Missili, per altro, che gli alleati USA in Asia non vogliono.

Il clima nell’area, in effetti, è pesantissimo. Chi sperava che l’uscita di scena di Donald Trump raffreddasse il clima, si sbagliava di grosso. L’Amministrazione di Joe Biden pare intenzionata confermare la linea per la quale la collaborazione con Taiwan è fulcro della competizione USA-Cina.
La Marina degli Stati Uniti, il 4 febbraio, ha inviato il cacciatorpediniere missilistico John S. McCain nello stretto di Taiwan, spingendo l‘Esercito cinese, il 5 febbraio, ad accusare gli Stati Uniti dicreare tensionideliberatamente.
Il Presidente Biden, il 10 febbraio, ha espresso preoccupazione per le pressioni di Pechino su Taiwan nella prima conversazione telefonica con la controparte cinese Xi Jinping.
Il Ministero della Difesa taiwanese ha affermato che serie di aerei militari cinesi sono entrati nelle zone di identificazione della difesa aerea per tutto il mese di febbraio, in risposta, Taiwan ha decentrato i jet, trasmesso allarmi radio e tracciato aerei con sistema di difesa aerea in ogni occasione.
Insomma, le tensioni nello Stretto di Taiwan sono rimaste elevate causa la persistente attività militare cinese e statunitense e le dichiarazioni sempre infuocate di Pechino. E’ di pochi giorni fa la dichiarazione del Ministro degli Esteri, Wang Yi, secondo il quale Taiwan e Cina, «devono essere unificate, è un trend della Storia».

Le preoccupazioni di Davidson sembrerebbero trovare conferma nell’analisi dei bilanci della Difesa cinese. Quella condotta in questi giorni dal Center for Strategic and International Studies (CSIS) è esauriente dell’allarme dell’ammiraglio. Nel corso della riunione annuale del Congresso nazionale del popolo iniziata venerdì 5 marzo, è stato ufficializzato il budget della Difesa cinese per il 2021: 1,36 trilioni di yuan (pari a circa 209,16 miliardi di dollari), con un aumento del 6,8% rispetto al budget di 1,27 trilioni di yuan fissato l’anno scorso.

Il bilancio ufficiale della difesa non tiene conto di tutte le attività militari della Cina, spiega il CSIS. «Ad esempio, molte spese relative alla difesa ricadono direttamente sotto la Commissione militare centrale (CMC), la più alta autorità militare cinese, presieduta da Xi Jinping. Ad esempio, la People’s Armed Police (PAP), una forza paramilitare incaricata di mantenere la sicurezza interna e di supportare i militari in tempo di guerra, è sotto il comando della CMC ma non è inclusa nel bilancio. Anche la Guardia costiera cinese, che svolge un ruolo chiave nell’affermazione delle rivendicazioni marittime della Cina ed è stata posta sotto il controllo del PAP nel 2018, è anch’essa esclusa dal bilancio ufficiale». Nè il bilancio ufficiale tiene conto del programma spaziale, delle entrate extra-budget delle imprese commerciali di proprietà militare, e altro. Per avere numeri attendibili bisogna ricorre alle stime rilasciate da organizzazioni esterne. «Lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) ha stimato che la spesa cinese per la Difesa ha effettivamente raggiunto i 240 miliardi di dollari nel 2019, quasi il 40% in più rispetto al budget ufficiale (183,5 miliardi di dollari). Allo stesso modo, l’International Institute for Strategic Studies ha valutato per il 2019 234 miliardi di dollari». Insomma, la spesa militare della Cina è la seconda più alta al mondo dopo gli Stati Uniti.

Spese consistenti che consentono alla Cina «il rafforzamento delle sue capacità militari che rappresentano una minaccia per gli interessi degli Stati Uniti e dei suoi alleati. I sostenuti investimenti cinesi nella Difesa hanno spostato a suo favore l’equilibrio militare nella regione. Inoltre, l’erosione della deterrenza convenzionale nei confronti della Cina ha aumentato il rischio di conflitto », conclude il CSIS.

Le azioni sempre più assertive della Cina nei confronti di Taiwan e nell’intera regione, sono al centro delle attenzioni dell’Amministrazione Biden. La quale tra l’altro ha deciso un ‘coordinatore indo-pacifico’ presso il Consiglio per la sicurezza nazionale, nominando il diplomatico senior Kurt Campbell a un incarico che fa capo direttamente al consigliere per la Sicurezza nazionale, Jake Sullivan; il Dipartimento della Difesa ha recentemente annunciato una task force cinese per affrontare «la proliferazione di politiche, attività e iniziative legate alla Cina. . . per garantire che tali attività siano sincronizzate, classificate in ordine di priorità e coordinate nella misura più ampia possibile»

Altresì si guarda a come migliorare le relazioni economiche USA-Taiwan, meglio se attraverso un accordo commerciale bilaterale, obiettivo molto ambito di Taipei nelle sue relazioni con Washington, e certamente una partnership economica allargata con Taiwan potrebbe essere un elemento aggiuntivo del potere e degli obiettivi americani nel Pacifico, ma un accordo del genere richiede tempo. Sull’immediato gli analisti sottolineano la strategicità dell’esistente che dovrebbe essere valorizzata e implementata sia da Washington che da Taipei.

Che Biden intenda proseguire la politica di maggiore riconoscimento diplomatico avviata sotto il Presidente Trump è stato evidente fin dall’inaugurazione di gennaio. L’ambasciatore de facto di Taiwan negli Stati Uniti, Hsiao Bi-khim è stato il primo funzionario taiwanese ad essere ufficialmente invitato alla cerimonia di giuramento di un Presidente USA dal comitato organizzatore dell’inaugurazione da quando gli Stati Uniti hanno stabilito rapporti diplomatici con Pechino nel 1979.
Bi-khim, nei giorni scorsi, nel corso di
una lunga intervista ha tra il resto detto: «La Cina ha investito moltissimo nella modernizzazione delle sue forze armate. E negli ultimi anni hanno aumentato alcune azioni aggressive nella regione, comprese quasi quotidiane intrusioni nella zona di identificazione della difesa aerea di Taiwan». «Stiamo rispondendo cercando di migliorare le capacità di guerra asimmetrica di Taiwan erafforzando la nostra partnership per la sicurezza con gli Stati Uniti». Alla domanda se in una vera ‘guerra calda’, Taiwan pensi di poter contare sugli Stati Uniti e sull’invio di truppe,

Bi-khim ha risposto: «Beh, dipenderà da diverse contingenze. E penso che quello che stiamo facendo sia migliorare l’autodifesa di Taiwan«», aggiungendo «gli Stati Uniti sono il più importante partner per la sicurezza di Taiwan. Èl’unico Paese al mondo in questa fase disposto e in grado di sostenere Taiwan in modo diretto a Taiwan, per autodifesa. E quindi dipendiamo fortemente da un forte partenariato per la sicurezza con gli Stati Uniti per difendere la nostra democrazia».

A fine gennaio, l’ambasciata de facto di Taiwan a Washington ha assunto un ex consigliere senior del nuovo Presidente della Commissione per gli affari esteri della Camera, Mike McKay con la sua società di lobbying Empire Consulting Group,per rappresentare l’Ufficio di rappresentanzaeconomica e culturale di Taipei negli Stati Uniti (TECRO). Secondo il contratto, Empire farà pressioni «sul Congresso degli Stati Uniti e sui dipartimenti e le agenzie federali, analizzerà gli sviluppi politici, comprese le azioni e le decisioni dei rami legislativi ed esecutivi e consiglierà TECRO su tali sviluppi, inclusi suggerimenti per migliorare le relazioni tra Taiwan e gli Stati Uniti», secondo quanto recita il contratto.

Il rischio che Pechino decida di usare la forza contro Taiwan potrebbe essere evitato se l’Amministrazione Biden riesce trovare una linea che scoraggi i vertici cinesi dall’azzardare di portare fino alle estreme conseguenze la sua assertività nei confronti di quei territori che non desiderano più ritornare sotto l’ombrello di Pechino, Taiwan e Hong Kong. E questa è la grande sfida che attende Biden.

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