sabato, Novembre 27

Cina: Lianghui 2021, ‘Due Sessioni’ per il Dragone che verrà Le riunioni annuali del Comitato nazionale della Conferenza politica consultiva del popolo cinese e della plenaria Assemblea nazionale del popolo giungono a pochi mesi dal centenario del Partito Comunista Cinese, accingendosi ad approvare il 14° Piano quinquennale

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A soli dieci mesi dall’ultimo vertice ritardato a causa della pandemia di Covid-19, quest’anno, più in linea con i tempi tradizionali, inizieranno tra poche ore, come deciso dalla 24esima riunione del Comitato permanente della 13esima Assemblea Popolare Nazionale Cinese tenutasi il 26 dicembre, le ‘Lianghui’, le ‘Due Sessioni’: la (quarta) annuale del (tredicesimo) Comitato nazionale della Conferenza politica consultiva del popolo cinese (Cppcc) che si terrà il 4 Marzo, e la (quarta) plenaria della (tredicesima) Assemblea nazionale del popolo (Npc), che avrà luogo il 5. Nella liturgia istituzionale, trattasi di due assemblee deputate a recepire le direttive del Partito Comunista Cinese, indicando la direzione che la Repubblica Popolare seguirà a livello politico ed economico.

Come è noto, la prima è l’organizzazione incaricata di rappresentare i vari partiti politici della Repubblica popolare sotto la direzione del Partito Comunista Cinese (Pcc). Costituita da 2100 delegati membri di partiti politici, associazioni di categoria provenienti da Cina, Hong Kong, Macao e Taiwan, il suo massimo organo è il Comitato nazionale, che funge da assemblea plenaria e costituisce, pur non avendo potere legislativo, l’unico canale istituzionale in cui il ‘basso’ può dire la sua sulle prospettive del Paese.

La seconda, l’Assemblea nazionale del popolo cinese, costituita da 2.957 deputati, rappresenta invece la più alta istituzione statale e l’unica camera legislativa della Repubblica popolare che quest’anno avrà due riunioni plenarie, una delle quali verrà convocata tramite videoconferenza, e poi sei riunioni di gruppo. L’agenda dell’Assemblea è prefissata e sono veramente rari, nella storia di questa istituzione, i momenti in cui non è stata approvata come nel caso della costruzione della ‘Diga delle tre gole’, un progetto a gravità idroelettrica proposto dall’ex-Premier Li Peng, rispetto al quale si astenne o votò contro quasi un terzo dei delegati dell’Assemblea del 1992.

Saranno comunque mantenute delle restrizioni nei confronti dei diplomatici e dei giornalisti che si preparano a partecipare ai due eventi: i rappresentanti diplomatici dovranno presentare test molecolari negativi al Covid-19 effettuati entro le 48 ore precedenti il summit e passare la notte del 3 marzo in quarantena per poter partecipare di persona, ma solamente ai giornalisti di stanza a Pechino è stato dato l’ok all’accreditamento.

Il 2021, del resto, segna una congiuntura delicata per la Repubblica Popolare: in coincidenza con la ripresa conseguente alla pandemia di Covid-19 – i cui focolai continuano a scoppiare qua e là nel Paese, per esempio a gennaio nella provincia dell’Hebei – Pechino e, in particolare, il Partito Comunista Cinese taglia il traguardo del primo secolo dalla sua fondazione, una ricorrenza che festeggerà ufficialmente con tutti gli onori il prossimo 23 luglio. È il Pcc, attraverso il Comitato centrale dello Standing Committee in mano a sette uomini capeggiati da Xi Jinping il cui incarico non ha più il vincolo dei due mandati quinquennali, ad ideare l’agenda della Plenaria. Tuttavia, pur avendo contenuto la pandemia, il Partito, che guida la polizia e il sistema giudiziario, non ha potuto evitare casi di ‘dissesti’ nei ranghi – come nel caso del miliardario Ren Zhiqiang, condannato a 18 anni di reclusione – contro i quali si è scagliata la reazione dell’apparato giudiziario e una nuova ondata di ‘rettificazione’ voluta dal Segretario Generale Xi Jinping e attuata da Chen Yixin, a capo della Commissione Centrale per gli Affari Politici e Legali. Quasi contemporaneamente, il Politburo ha riaffermato il primato del Segretario Generale all’interno della sua struttura e del suo Comitato permanente, stabilendo, inoltre, che tutte le organizzazioni statali e della società civile hanno l’obbligo di seguire la guida del ‘Centro del Partito’ (dǎng zhōng yāng).

Anche quest’anno, centrale sarà il report annuale sul lavoro di tutte le massime istituzioni del Paese, dal massimo organo legislativo alla più alta corte, dalla procura suprema al governo. Le comunicazioni del Premier Li Keqiang sono particolarmente attese e si preparano ad essere centrali dato che dovrebbero rendere note le intenzioni riguardo all’attuazione degli obiettivi del 14° Piano quinquennale cinese (2021-2025) annunciato lo scorso anno e di cui il governo ha fornito una bozza su cui i legislatori discuteranno unitamente alle proposte sugli obiettivi a lungo termine fino all’anno 2035, che costituiscono insieme un progetto per lo sviluppo della Cina nei prossimi 5-15 anni. Pechino mira a portare il PIL pro capite al livello dei Paesi moderatamente sviluppati entro il 2035, ma già entro il 2022 dovrà lasciarsi alle spalle l’etichetta di Paese in via di sviluppo, in base alla definizione della Banca Mondiale.

Stando alle aspettative, questo delineerà per la Cina “prospettive economiche più eco-sostenibili e innovative” verso una “modernizzazione socialista” e l’approvazione del Piano, che coniuga ‘sicurezza’ ( guójiā ānquán) con lo ‘sviluppo nazionale’ (guójiā fāzhǎn), sarà un segnale di stabilità e di coesione interna che Pechino manderà all’interno del Paese, dopo gli episodi di Hong Kong e Guangdong, e al mondo.

Bisogna tener presente che, nel 2020, anno dello scoppio della pandemia di Covid-19, la Cina è stata l’unica grande economia al mondo a registrare una crescita positiva, con un PIL in crescita del 2,3% annuo fino a raggiungere i 101.600 miliardi di yuan (circa 15.700 miliardi di dollari). Non era un obiettivo di facile raggiungimento visto che la stessa relazione presentata lo scorso anno non fissava alcuna cifra specifica tra gli obiettivi di crescita del PIL proprio per l’incertezza che metteva in forse tutte le previsioni. Non è detto se anche quest’anno verrà evitata l’indicazione di un target di crescita nazionale, sebbene siano stati fissati a livello locale. In sede di sessione annuale, del resto, verranno esaminati i bilanci nazionali e locali del 2020 a consuntivo e verranno discusse delle proposte di budget per il 2021, con particolare attenzione ai rischi legati al debito accumulato, soprattutto, dagli enti locali.

Sicuramente, il 5 marzo, quando l’annuale Work Report del governo sarà presentato in sede deliberante all’Assemblea nazionale del Popolo, gli obiettivi di sviluppo fissati per quest’anno saranno valutati con attenzione, fermo restando che i dati parlano chiaro e presentano un’economia che, nonostante la crisi mondiale, sembra essere riuscita ad assorbire il colpo e a rimettersi in carreggiata, pronta ad un bilancio positivo anche nel 2021, anno durante il quale, secondo FMI e Banca Mondiale, l’economia cinese potrebbe rimbalzare anche dell’8%. È previsto, invece, per il 2028 il sorpasso sull’economia americana.

Rimodulato nella cornice dei ‘Quattro Onnicomprensivi’, l’ambizioso obiettivo per il 2021 che il Presidente Xi Jinping aveva prefisso è stato decretato conseguito e non è altro che l’instaurazione di una ‘Società moderatamente prospera’ (Xiǎokāng shèhuì), un paradigma che, desunto dalla filosofia confuciana, l’autorità centrale ha concretizzato nel raddoppiamento del reddito pro-capite del 2010, ma che, in termini teorici, dovrebbe costituire la fase intermedia nel percorso volto alla società ideale, quella armoniosa (Dàtóng shèhuì). Lo strumento principe per l’avverarsi di una società Xiaokang è la ridistribuzione, nella lotta alle disuguaglianze tra aree urbane e aree rurali o tra Est e Ovest. Non a caso nel dicembre scorso, Xi aveva dichiarato che la vittoria della Cina sulla povertà nei tempi prestabiliti, strappando oltre 100 milioni di persone (832 contee) a condizioni di indigenza estrema in soli otto anni. Una ‘vittoria’ di cui può vantarsi l’attuale leadership.

Nell’ottica governativa, da questo punto di vista, non basta conseguire cifre soddisfacenti in termini di percentuali di PIL, ma, ancor di più, ‘mettere a terra’ tali risultati, guardando alla qualità di questa crescita. «Sulla base dell’orientamento generale e della strategia determinati nella proposta, presenteremo obiettivi numerici corrispondenti e indicatori specifici dopo un’attenta stima, in modo da promuovere la crescita economica ragionevole e il miglioramento costante della sua qualità», ha sottolineato un paio di mesi fa Ning Jizhe, vice presidente della NDRC, la National Development and Reform Commission alla quale spetta il compito di realizzare in ogni ambito quanto stabilito nel Piano.

Per questo, almeno dall’estate scorsa, si parla della cosiddetta ‘dual circulation strategy’ (DCS), cioè il rinnovamento dei parametri fondamentali della politica economica cinese mediante una strategia, annunciata per la prima volta nel maggio 2020, nel corso di un vertice del Politburo, e poi ribadita nel luglio successivo, che si candida ad essere l’asse portante del Quattordicesimo piano quinquennale, i cui contenuti principali sono stati velatamente anticipati da Xi Jinping durante il discorso tenuto lo scorso 14 ottobre a Shenzhen, in occasione del 40° anniversario della Zona Economica Speciale della città, e, poi, successivamente al centro del 5° Plenum del XIX Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese (CCPCC).

Stando all’interpretazione data dal Presidente Xi, per DCS si intende, similarmente alla circolazione sanguigna (si usa lo stesso termine), un rapporto dialettico fra la circolazione economica interna – che quest’anno ha contribuito per il 90% alla crescita – e quella esterna, internazionale, dipendente dalle esportazioni. Trovare il punto di equilibrio non è facile e – questa è l’idea di fondo – nel contesto di crisi globale causato dalla pandemia e non solo, rilanciare la domanda domestica che diviene cruciale pilastro della crescita consentendo ai mercati, interno ed esterno, di rafforzarsi vicendevolmente.

«Evidenziare il mercato interno non è affatto una diminuzione dell’apertura verso l’esterno», ha dichiarato Han Wenxiu, vicedirettore dell’Ufficio della Commissione centrale del Partito comunista per gli affari finanziari ed economici. Come dargli torto, se si considera ai grossi accordi commerciali firmati negli ultimi quattro mesi con i Paesi asiatici (RCEP) e con l’Unione Europea (CAI). «Il modello mira a promuovere un livello più elevato di apertura utilizzando due risorse e due mercati» ha evidenziato Wenxiu, precisando che «il Paese metterà in gioco la sua enorme opportunità di mercato per guidare la crescita dell’economia».

Una vera ‘rivoluzione’ se si considera che il ‘miracolo economico cinese’ affonda le sue radici nel boom di esportazioni garantito dalla globalizzazione che aveva delocalizzato o, comunque, delegato alla Repubblica Popolare la produzione di molti prodotti sulla scorta del vantaggio competitivo di un costo del lavoro ridotto. Una stagione d’oro messa in crisi già con la crisi finanziaria del 2008-2009, che, riducendo drasticamente la domanda globale, aveva costretto Pechino a impostare uno stimolo economico da 4.000 miliardi di Rmb pari a 586 miliardi di dollari che fu considerato un successo contribuendo in un anno a un aumento dell’1,2% del Pil, grazie soprattutto all’ingente investimento in infrastrutture (+51%), trasporti, energia e tecnologia. Un pacchetto da molti, in seguito, criticato perché alcuni piani infrastrutturali si sono rivelati improduttivi, causando, al contempo, un’impennata del debito cinese, soprattutto a livello di istituzioni locali.

Tale stimolo ha, di fatto, consentito al Dragone di non avere crolli dal punto di vista della crescita, ma lo ha portato a prendere atto, a fronte di debiti e dell’eccessiva produzione, della necessità di mettere al centro la qualità, non più la quantità, come dimostrato dal piano di riqualificazione industriale Made in China 2025 o dalla China International Import Expo, prima fiera delle importazioni a Shanghai giunta ormai alla terza edizione per rilanciare i consumi.

Cosa non facile se si considera che il settore dell’export conta ancora per oltre il 19% del PIL e riguarda una grande quantità di posti di lavoro, il cui destino agita i vertici del partito: per avere un’idea basta considerare che, su scala nazionale, a marzo 2020, il tasso di disoccupazione era del 5,9%, pari a circa 29 milioni di persone, dopo aver toccato il record del 6,2% registrato a febbraio, percentuali fors’anche ottimistiche dato che non terrebbero conto dei molti lavoratori migranti e rurali che non sono registrati.

Rinvigorire la domanda interna è dunque fondamentale per promuovere la crescita bilanciando la crisi internazionale, ma – è quanto sottolineano molti studiosi – non causerà alcun cambiamento nell’apertura del Paese al resto del mondo. Anzi. La doppia circolazione, a detta di Justin Yifu Lin, ex capo economista della Banca mondiale e decano onorario della Scuola nazionale di sviluppo presso la Peking University, è vista una scelta strategica e vantaggiosa per la Cina, finalizzata a rimodellarne la cooperazione internazionale e i nuovi vantaggi competitivi.

La risposta cinese alla crisi economica conseguente alla pandemia di Covid-19 si è concentrata soprattutto sul lato della produzione, grazie a misure quali riduzioni fiscali e investimenti infrastrutturali, mentre gli effetti negativi della pandemia hanno impattato soprattutto sui consumi. A questo riguardo, il governo aveva annunciato il potenziamento del margine di garanzia delle condizioni di vita minime della popolazione, espandendo la copertura della previdenza nei confronti dei cittadini a basso reddito e aveva indicato il rilascio nei tempi e nel numero previsti delle pensioni di anzianità a circa 300 milioni di persone.

Proprio dalle Due Sessioni 2020 era, tuttavia, emersa l’intenzione di provvedere a un ingente stimolo fiscale attraverso una serie di misure dal valore di quasi 3,6 trilioni di RMB (506 miliardi di dollari) con un focus particolare sugli investimenti in infrastrutture. Un piano di spesa finanziato dalle autorità centrali di Pechino, ma anche dalla vendita di obbligazioni destinate direttamente alle autorità locali, che avranno la responsabilità di investirli nei progetti che hanno un impatto immediato, sia sull’economia che sull’occupazione, come già accaduto dopo la crisi finanziaria globale del 2008. Come parte di questo pacchetto, il governo emetterà infatti 1.000 miliardi di RMB (140 miliardi di dollari) di titoli del Tesoro e aumenterà la quota di obbligazioni destinate ai governi locali a 3,75 trilioni di RMB (527 miliardi di dollari).

Parlando di infrastrutture, il riferimento è diretto alle aree rurali più periferiche e meno collegate con le aree urbane, ma anche alle regioni occidentali, riportando in auge la ‘Go West policy’ lanciata nel 2008 dall’allora Presidente Hu Jintao. Grande attenzione poi, con oltre 1.000 miliardi di RMB (141 miliardi di dollari), per le ‘infrastrutture tecnologiche’ comprendenti il 5G, il 6G, l’internet delle cose, il data center, il cloud computing, blockchain. La nuova tecnologia è infatti centrale per attrarre investimenti da parte di investitori privati e internazionali oltre che grandi profitti nel breve termine, non dimenticando il vantaggio nel lungo periodo per una maggiore competitività.

Tra le righe, si può intravedere l’idea dell’indipendenza tecnologia e, finanche, di ‘autarchia tecnologica’, ben spiegata, poco tempo fa, da Wang Zhigang, il Ministro competente, convinto della necessità che la Cina costruisca la propria tecnologia per non fare affidamento su mercati esterni, ma senza escludere la cooperazione con essi: «Per ottenere il progresso tecnologico, la Cina ha sempre più bisogno del mondo, e il mondo ha sempre più bisogno della Cina. Il Paese ha pianificato di migliorare la capacità di fare innovazione in modo indipendente e di fare bene le nostre cose perché non possiamo chiedere o acquistare le tecnologie di base da altri mercati. Allo stesso tempo, speriamo di imparare dall’esperienza internazionale avanzata e condivideremo più risultati tecnologici cinesi con il mondo intero».

Ciò nonostante, due mesi fa, in Cina è entrato in vigore il nuovo sistema doganale unificato destinato a limitare le esportazioni di prodotti e tecnologie, militari e/o con dual use, per motivi di sicurezza nazionale e di ordine pubblico. La legge sul controllo delle esportazioni include una categoria precisa di prodotti: beni a dual-use (civile e militare), armi, beni nucleari e altri beni, tecnologie e servizi relativi alla salvaguardia della sicurezza e degli interessi nazionali e all’adempimento di obblighi internazionali. Sono previsti controlli, ma in caso di sospetti, indagini, e in caso di violazioni, multe e sanzioni penali.

Anche nel corso delle Due Sessioni 2021, proprio nell’ottica della qualità, l’innovazione così come l’attività di ricerca in campo scientifico e tecnologico saranno quindi prioritarie nella spinta alla modernizzazione nazionale e che implementerà una strategia basata sull’innovazione per i prossimi anni. Idem dicasi per la transizione ecologica verso più pulite fonti di energia e minori emissioni inquinanti: peraltro, nel 2020, la Cina si è impegnata a raggiungere il picco delle emissioni di anidride carbonica prima del 2030 e a conseguire la cosiddetta ‘carbon neutrality’ entro il 2060. A questo fine, due mesi fa, il Ministro cinese dell’Ecologia e dell’Ambiente, Huang Runqiu, ha rivelato che il governo di Pechino aveva iniziato a elaborare un piano operativo mentre Wu Gang, membro del Comitato nazionale della Conferenza politica consultiva del Popolo e Presidente della Xinjiang Goldwind Sci & Tech Co. Ltd., ha annunciato la presentazione di una serie di proposte per arrivare alla ‘carbon neutrality’.

A questo proposito, poche settimane fa, anche Yi Gang, il Governatore della Banca centrale cinese, era sceso in campo direttamente con la proposta di un nuovo kit di misure “per supportare meglio la ripresa e la transizione verde”, annunciando quattro aree di intervento: miglioramento degli standard di finanza verde per sostenere l’obiettivo della neutralità del carbonio; potenziamento delle valutazioni di rischio ambientale; introduzione di requisiti obbligatori per gli istituti finanziari per divulgare informazioni relative all’ambiente; accesso facilitato al mercato cinese della finanza verde per gli investitori internazionali. Interventi che si accompagnano all’individuazione di cinque zone di finanza verde con progetti dedicati nelle province del Guangdong, Guizhou, Jiangxi e dello Zhejiang, e dello Xinjiang.

Un dossier critico è quello della proposta di riforma della legge elettorale per Hong Kong, il cui Parlamento, a causa della pandemìa, è stato fatto slittare di un anno. Un tema delicato per le proteste, ma anche per il rapporto con gli Stati Uniti: infatti se, nel primo colloquio telefonico con l’omologo Joe Biden, il Presidente Xi ha ribadito che le questioni relative a Taiwan, Hong Kong e Xinjiang sono “affari interni che riguardano la sovranità e l’integrità territoriale della Cina” e che gli “Stati Uniti dovrebbero rispettare gli interessi fondamentali della Cina e affrontare tali questioni con prudenza”, il nuovo inquilino della Casa Bianca ha alzato la voce sui comportamenti contrari ai diritti umani nello Xinjiang, ma anche riguardo alle restrizioni delle libertà politiche a Hong Kong e alle azioni ‘di forza’ contro Taiwan e nel Mar Cinese Meridionale, dove non sono mancati gli incontri ravvicinati tra le flotte e le aviazioni sono-americane.

Il peggioramento delle relazioni con gli Stati Uniti, resta un nodo spinoso che neanche l’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca è riuscito a sciogliere. E questo non può non avere una ricaduta anche a livello economico. C’è chi parla addirittura di ‘decoupling’, ossia disaccoppiamento dell’economia USA e cinese, che sarebbe un’intenzione di Washington, ma non meno di Pechino, desiderosa, come detto sopra, di ridurre la sua dipendenza dall’esterno. «Il completo disallineamento tra le economie di Cina e Usa – ha precisato il vicedirettore dell’Ufficio della Commissione centrale del Partito comunista per gli affari finanziari ed economici, Han Wenxiou – non è realistico e non porta alcun vantaggio: i due Paesi sono le prime due economie del pianeta e la loro separazione non va bene per loro e per il mondo intero».

Intanto, però, nonostante gli accordi di fase uno, il surplus commerciale tra Cina e Stati Uniti rimane e i dati delle dogane cinesi relativi all’intero 2020 segnano +7% nel 2020 con gli Usa, corrispondente a quasi 317 miliardi di dollari americani: dietro ci sarebbe la vendita di prodotti elettronici e di dispositivi medicali contro la pandemia. Eppure, soltanto a dicembre, l’export sarebbe cresciuto del 34,5% annuo, mentre l’import di beni americani sarebbe aumentato del 47,7%, lo stacco più ampio dal gennaio 2013.

Oggetto di discussione, quest’anno, alle Due Sessioni, sarà anche la riforma che il Parlamento dovrà fare di se stesso rivedendo le sue regole in base alle stesse leggi aggiornate nel corso degli anni. La legge che disciplina l’organo legislativo e quella delle sue procedure sono entrate in vigore il 10 dicembre del 1982 e ad aprile del 1989. Da quel momento in poi non sarebbe cambiato nulla mentre, invece, venivano approvate, tra le altre, la ‘Budget Law’ nel 1994 (e poi rivista nel 2014 e nel 2018), la legge sulla legislazione del 2000 e oggetto di revisione nel 2015.

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