lunedì, Giugno 27

Cina, le sue rinnovabili trainano il mondo Intervista a Gaetano Borrelli, responsabile Ufficio Studi e Strategie di ENEA

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Grandi numeri e grande rivoluzione da parte della Cina in ambito ambientale?

Troppo enfatico, direi. Rimane una contraddizione. Il fatto che investano per il futuro è un dato di fatto, ma nel frattempo non ci sono grandi sforzi per abbassare l’emissione di CO2. Non c’è alcun nesso fra le due cose.

Intende che ci sono due pesi e due misure?

Le statistiche dimostrano che gli investimenti ci sono e sono in aumento. Da quello che risulta dall’UNEP, i maggiori investitori sono la Cina, il Brasile e l’India, che hanno investito molti miliardi di dollari sulle fonti rinnovabili. Però l’85% dell’investimento nel 2014 è stato fatto dalla Cina: 102 miliardi di dollari. Quindi, a livello mondiale la Cina ha investito il 17 %, una cifra altissima rispetto al totale.

In cosa hanno investito i cinesi?

La Cina investe principalmente su energia solare ed eolico, il resto è residuale. Biomasse, idro, biologico, idrotermale e marino sono a un livello davvero basso. Resta il fatto che mentre questi investimenti specialmente in Europa stanno viaggiando su numeri estremamente negativi, in Cina invece diventano numeri estremamente positivi.

Come giustifica questo calo nell’interesse delle rinnovabili?

Il motivo è che abbiamo un mercato piuttosto saturo. La crisi e il calo generalizzato della domanda di energia hanno fatto il resto. In Italia per esempio si ha circa il 30% di possibilità di produrre energia elettrica eccedente il fabbisogno, ma è difficile entrare in una produzione destinata all’energia elettrica come il solare e l’eolico, quando questa non mi viene chiesta dal mercato. Invece, trovo molto interessante l’aumento degli investimenti della Cina sulle fonti rinnovabili, perché fa capire che anche i cinesi si sono resi conto che così non si può andare avanti. Vorrei ricordare che sono state chiuse città intere per giorni per situazioni irrespirabili in Cina. Ora, se il motivo è l’aumento del CO2 o delle polveri sottili non è dato sapere, ma io sarei propenso a pensare all’ipotesi che abbiano un doppio problema: sia quello delle polveri sottili che della CO2, quindi sia di produzione manifatturiera che di trasporto.

Se il problema è l’inquinamento, quanto possono essere utili le fonti rinnovabili?

È interessante vedere come l’investimento sulle fonti rinnovabili avviene nonostante il calo del PIL della Cina. Nel 2010 il PIL cinese era al 10,6%, nel 2011 al 9,5%, nel 2012 al 7,8% e 7,7% nel 2013 e poi è calato ancora al 7,3% nel 2014. Presumibilmente, saremmo portati a credere a un abbassamento degli investimenti, mentre secondo l’UNEP gli investimenti sono aumentati nonostante la situazione. Non solo. In Cina sono aumentati i diritti di tipo sindacale e quelli sulla salute. Per entrare in uno status di commercio internazionale si sono dovuti adeguare di certo, ma non credo che questo stia influendo sui risultati del PIL. Credo piuttosto che sia dovuto al fatto che noi compriamo di meno dalla Cina. Con questo investimento sulle fonti rinnovabili, i cinesi dimostrano di voler guardare al futuro non solo per entrare in un mercato globale con merci di maggiore qualità e minore intensità energetica ma, oggettivamente, di avere dei seri motivi interni. Non possono pretendere di mantenere un sistema che non presta assolutamente attenzione alla salute dei lavoratori.

Un futuro positivo e un trend cinese alle rinnovabili che proseguirà fino al 2040?

Nella situazione politica della Cina, per il numero di abitanti che si ritrova e per il fatto che è il più grande produttore di merci del mondo, superando abbondantemente gli Stati Uniti, ci sono così tante incertezze che riuscire a dire cosa sarà nel 2040 è una cosa molto difficile. Noi non possiamo fare altro che formulare auspici. Mi auspico che questo sia il trend. Inoltre, credo che la globalizzazione abbia dei lati positivi e che se il trend mondiale sarà verso l’uso di fonti rinnovabili e se l’Europa effettuerà una completa decarbonizzazione entro il 2050 come dice l’Unione, la Cina seguirà l’esempio. Voglio dire che da una parte dipenderà da ciò che succede al suo interno, ma dall’altra parte anche da quello che succederà rispetto al suo principale mercato di riferimento. Sono sicuro che se l’Occidente industrializzato andrà verso la decarbonizzazione la Cina seguirà. Non dipende solo da loro.

La Cina velocizza qualsiasi cosa, chissà mai che non ci superino anche nell’uso delle rinnovabili.

È vero che loro vanno molto più velocemente di noi. Ma sul discorso delle fonti rinnovabili, sono dietro all’Europa. Nel bene e nel male, da noi la politica si è mossa ed è andata avanti da qualche anno, mentre da loro questa politica non vi è stata. Per la Cina velocizzarsi significherebbe sentirsi al passo con i tempi e per fare questo deve recuperare un gap.

E se un giorno ci superasse?

Visto la produzione industriale e alcune produzioni che fanno solo loro, penso alla siderurgia pesante, alla chimica pesante e all’acciaio, per esempio, io non vedo la possibilità che ci possano superare velocemente. Nemmeno in Europa o negli Usa esistono acciaierie così pesanti o fonderie, che vanno con solare o eolico.  Se la Cina continuerà a fare produzioni così pesanti a livello energetico non ci supererà. Noi saremmo sempre più green, trasferendo le nostre attività nei paesi in via di sviluppo. Togliendo le acciaierie dall’Europa avremo meno bisogno di energia termica prodotta da gas, carbone e petrolio. Il fatto che la UE consideri la deadline per la decarbonizzazione dell’Europa nel 2050, presuppone che questo genere di attività sul suo territorio non vengano più effettuate. Se in Europa si prevedesse di ricominciare a produrre l’acciaio certamente i calcoli sulla sua completa decarbonizzazione andrebbero rivisti.

Quali settori in Cina sono interessati dalle fonti rinnovabili?

Questo non lo posso sapere per certo, ma immagino il settore civile, ovvero i servizi come l’illuminazione o il turismo. Non credo che i cinesi stiano su fonti quale solare e vento per le acciaierie. Potrebbero essere interessati a focalizzarsi sul manifatturiero, ma relativo ai tessuti.

Noi tutti incrociamo le dita per poter dire un giorno grazie alla Cina abbiamo ripulito il mondo, lei ci crede? Forse ripulire il mondo nell’immediato, proprio no. Devo dire però che il mondo occidentale negli ultimi anni è stato molto responsabile, addirittura prima che arrivassero Cina, India, Brasile e le altre nazioni emergenti. Quindi, bisognerà dare tempo ai cinesi. Noi abbiamo iniziato la rivoluzione industriale agli inizi del 1700 ed è chiaro che loro, in un momento di espansione economica così grande, abbiano trascurato il settore dell’ambiente. Oggi, bisogna sperare che abbiano assunto una consapevolezza dovuta al fatto che fa male a loro stessi, perché io posso esportare l’acciaio, ma non posso esportare l’inquinamento, quello me lo devo tenere in casa.  Quindi sono convinto che vi sia un aumento della consapevolezza, che parte dall’interno. L’interesse verso le rinnovabili potrebbe essere dovuto, da una parte a un motivo commerciale ovvero entrare nel mondo globalizzato e quindi produrre meglio, dall’altra a un motivo interno, come l’interesse per la salute dei cittadini, come ho già detto.

Non potendo esportare l’inquinamento se ne andranno i cinesi. I flussi migratori dei cittadini cinesi rispetto alla popolazione mi sembrano abbastanza insignificanti. Se uno va a vedere i numeri degli italiani che espatriano sono maggiori rispetto a quelli cinesi. Uno dei libri più belli che è stato scritto è di Darell Huff, “Come mentire con la statistica”. Applicato al nostro discorso possiamo dire che se espatria il 2% dei cinesi, mentre in Italia espatria il 5% della popolazione la percentuale relativa al nostro paese è maggiore. In realtà andando a vedere i numeri reali rispetto alla popolazione, il miliardo e mezzo dei cinesi fa la differenza: c’è qualcosa che non funziona. Credo che la Cina abbia ampie possibilità di sviluppare il mercato interno. Anche perché di fronte alla crisi mondiale deve produrre per il consumo interno. Lo sviluppo di un mercato interno per i cinesi vale il 40% dello sviluppo del mercato totale che hanno a disposizione. Nemmeno i cinesi sono interessati che vi siano grossi esodi. Le loro condizioni miglioreranno sicuramente.

 

 

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