mercoledì, Aprile 14

Cina, la scuola dell'impensabile

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Scolari o scalatori? O scalatori scolari? Una faccia della Cina poco conosciuta è quella dell’istruzione, che qualche giorno fa ci ha dato conferma della sua stranezza. Nonostante si possa immaginare cosa succeda in un paese così vasto, gli studenti qui rappresentano davvero il futuro e vengono rispettati, ma anche forgiati. Quest’ultimo sembra essere proprio il più azzeccato degli aggettivi per approcciare il primo racconto che vi sottopongo. Agli studenti in Cina viene chiesto l’impensabile.

Un’altra faccia della Cina lontana anni luce da quella beneficia dell’impetuosa crescita economica, anche se più debole, o dei grattacieli di Shanghai. La storia di 15 bambini che si arrampicano su una parete verticale alta 800 metri, grazie a una rete di 17 scale di pioli precari fissate nella roccia, ogni volta che devono tornare a case dalle scuole. Due volte al mese.  Siamo nel villaggio di Atuleer, abitato da 72 famiglie di etnia Yi nella provincia dello Sichuan dove il reddito è meno di un dollaro al giorno e la maggior parte delle persone vive in case fatte di fango, paglia e legno. Le foto diffuse da Beijing News , China Daily e Global Times hanno fatto il giro del mondo con un boom di commenti, a partire da Weibo (il Twitter cinese), sulla ‘incredulità’ di una condizione ‘incompatibile’ con lo status di un Paese che è la seconda economia del pianeta. Tanto che il governo locale s’è mosso inviando un pool di esperti, tra trasporto, istruzione e ambiente, che ha cominciato a valutare una soluzione in tempi brevi, mentre la China Central Television ha sottolineato l’esistenza di altri 33 villaggi nella stessa condizione sempre nella medesima contea.

L’episodio ha generato un dibattito incredibile, su quanto la Cina debba ancora fare per rendere la sua terra almeno indicativamete piú omogenea a livello socioeconomico, realizzando anche una fitta rete di strade regionali per unire i vari villaggi entro il 2020, come stabilito. Il China Daily, invece, fa notare che forse c’è la necessità «di raddoppiare il supporto per la riduzione della povertà». Il presidente della Cina Xi Jinping, durante i lavori della Conferenza sulla Scienza e sulla Tecnologia di Pechino, ha indicato la strada dei progressi da fare nel corso degli anni con tanto di tappe intermedie: entro il 2020 il Paese deve essere ‘tra i più innovativi’, entro il 2030 ‘il più innovativo’ per diventare, infine, il leader mondiale di scienza e tecnologia entro il 2049.

Insomma, andare a scuola in Cina è un dovere, è un potere e un lavoro. Non si impara solo a leggere e scrivere, ma anche a vivere e sopravvivere, trovando dentro di noi le risposte in quelle proprie armi, che la natura ci ha regalato. Occhi grandi e capelli neri, sono quelli di una ragazza italiana, che l’esperienza in Cina come studente l’ha fatta. Oggi sa fare molte cose come i cinesi, anche i ‘baozi’, famigerati e buonissimi panini al vapore.

Parte per la Cina per studiare e per non sentirsi troppo sola apre un blog: Sara in Cina. Ma, cosa l’aspetta così lontano da casa? Cosa si aspetta lei, Sara Taccone?

Ho vent’anni e quattro anni fa ho fatto l’esperienza più bella della mia vita. Avevo quindici anni quando sentii parlare per la prima volta della possibilità che davano alcuni istituti (Associazione MondoInsieme, oppure WEP, EF, Intercultura, ecc) di frequentare il quarto anno di scuola superiore in una nazione diversa dall’Italia. Studiavo in un liceo linguistico e oltre al classico inglese, tra le lingue curricolari presenti nel mio piano di studio, c’erano il cinese e lo spagnolo. Decisi di partire per la Cina. Una decisione ben poco razionale, presa con l’entusiasmo tipico di chi a quindici anni vuole scoprire il mondo.

Quel 28 agosto del 2013 arrivò in fretta e così mi trovai a Linate, con una valigia enorme, uno zaino da trekking sulle spalle e un sorriso stampato in faccia. Non piansi. Probabilmente perché non mi resi davvero conto che avrei rivisto mamma, papà e Silvia, mia sorella, dieci mesi più tardi. I primi due giorni a Renshou, città della regione del Sichuan, furono un susseguirsi di pranzi e cene durante i quali mi venne presentato qualunque parente possibile ed immaginabile. La scuola a cui mi ero iscritta è la “Renshou YiZhong“, iniziò il primo settembre e anche in questa occasione, non mi resi conto realmente di ciò che mi aspettava.

Andavamo a scuola tutti i giorni, sabato e domenica inclusi, dalle 7.30 alle 21.55. La domenica c’era una pausa dalle 12 alle 18 durante la quale potevamo fare quello che volevamo ma alle 18 bisognava tornare tra i banchi. La mattina mi svegliavo alle 5, andavo a lavorare in un chioschetto sotto casa che preparava i baozi (pane al vapore ripieno di carne) perché avevo deciso che volevo tornare in Italia e farli assaggiare ai miei genitori e alla mia sorellina. Finivo di lavorare alle 7, il mio maestro baozaro mi dava il mio baozi per colazione e mi incamminavo verso la scuola. La campanella suonava alle 7.30 e non si poteva ritardare, il ritardo lo si pagava con i piegamenti sulle gambe e dopo la prima volta che ho fatto 100 piegamenti alle 7.30, ho cercato di non ritardare più.

La prima mezz’ora era dedicata al tiantiandu (lettura giornaliera), durante il quale si ripassava, con l’insegnate in classe, o letteratura cinese o inglese. Il tiantiandu terminava alle 8 e qui iniziavano le lezioni. Le lezioni della mattina erano quattro e dopo le prima due, tutta la scuola doveva scendere nel grande campo da calcio per fare dieci minuti di ginnastica. Eravamo tutti divisi per file sotto un grande palco posto sul lato lungo del campo da calcio e dovevamo seguire le istruzioni dei ragazzi che erano sul palco. Una sola volta ho avuto l’opportunità di non partecipare alla ginnastica giornaliera ed osservare la scena dall’alto e devo dire che era spettacolare, sembravamo dei piccoli soldatini, più o meno coordinati nei movimenti.

Terminate le lezioni della mattinata, c’era la pausa pranzo, durante la quale si andava a mangiare in una delle tre mense della scuola oppure ci si faceva portare qualcosa dai chioschetti della città. La seconda opzione però era illegale secondo il regolamento scolastico quindi le mie compagne di classe mandavano me e la mia compagna italiana a ritirare il pasto attraverso le sbarre della cancellata che delimitava i confini della scuola.

La pausa pranzo era seguita dall’ora del sonno; bisognava stare in classe con la testa sul banco e dormire… Lascio solo immaginare i mal di schiena. C’erano professori in giro per la scuola che controllavano che tutti fossero in classe e appena vedevano qualcuno aggirarsi per i corridoi, iniziavano a soffiare dentro a un assillante fischietto, svegliando chi, in qualche modo, era riuscito ad addormentarsi. Nel pomeriggio c’erano altre quattro lezioni e poi di nuovo pausa per la cena. Dopo cena si accendeva la tv e ci si sintonizzava sul telegiornale nazionale.

Poco dopo entrava in classe il coordinatore di classe e iniziava a fare un discorso alle nostre compagne su quanto fosse importante e doveroso impegnarsi a scuola, tutti i santi giorni. Con il telegiornale e la voce del professore di sotto fondo, le nostre compagne studiavano, o almeno facevano finta. Alle 20 iniziavano le ultime due ore di lezione e alle 21.55 suonava l’ultima campanella della giornata. Per raggiungere il cancello d’uscita, ci volevano almeno dieci minuti, la scuola era enorme.

Una volta arrivate all’uscita c’era il mio papà cinese che aspettava me e la mia sorella cinese. Eravamo in classe insieme. Quando non c’era il papà, c’era il suo autista. Arrivavamo a casa, chiacchieravamo un po’, poi doccia e, tendenzialmente, a mezzanotte eravamo a letto. Ho fatto questa vita per i primi due mesi, poi essendo una liuxuesheng (exchange student) mi è stato concesso di andare a scuola solo dal lunedì al venerdì così ho potuto lavorare il sabato e la domenica.

É stata un’esperienza meravigliosa e, come ho scritto nell’ultima pagina del mio blog, ‘[..] partite, quando potete, dove potete e con chi volete, anche da soli. Non c’è modo più bello di spendere i soldi, non c’è modo più bello di crescere e di cambiare’. Sono Sara Taccone, frequento il secondo anno di università presso l’Università Commerciale Luigi Bocconi, studio economics and management.  

Ecco, prendiamo esempio da lei.

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