mercoledì, Settembre 29

Cina, la nuova professione della moda è italiana

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Lei come organizzatrice di eventi e sfilate, come è arrivata in Cina?

Tanti anni fa avevo un sogno, si chiamava Dreaming of Italy, un progetto che parlava di lifestyle e che oggi ormai è superato. Mi occupo di moda da 20 anni e nel 2008 sognavo di portare in Cina la creatività e la sensibilità in un’esposizione che seguiva più settori: alimentare, tecnologico, artistico, fashion, ecc. Una manifestazione in cui i cinque sensi interpretavano giornalmente le caratteristiche tipiche delle nostre eccellenze: il gusto per la gastronomia, la vista per la moda e così via. Al prodotto esposto, veniva data un’anima. Questa era la novità. Ma, allora nessuno parlava di lifestyle e inoltre ho trovato molte difficoltà di attuazione, molti muri. Oggi, si parla solo di lifestyle (pausa) senza però sapere cosa sia. Così ho deciso di diventare io, il Dream of Italy per i cinesi (risata).

Quali strategie bisogna usare per entrare in empatia con consumatore e brand cinesi?

Organizzo eventi di moda cinese. Il brand cinese non parte da un concept o una collezione, come si dovrebbe, ma dai numeri. Il prodotto non ha una storia. A livello creativo il cinese scopiazza dal grande brand internazionale e per questo il prodotto non è forte. Niente accessori, ecco perché entro in gioco io. All’inizio chi mi cercava voleva solo esibire la regista italiana, che rendeva tutto più internazionale, ma io facevo ben altro. Non ero solo la regista che si occupava di coreografie, movimentavo il mercato, stravolgendo le collezioni, dando loro uno stile, un total look, abbinando gli accessori, scegliendo le acconciature, il trucco e le musiche. Davo un ritmo a quello che facevo e un’anima alla sfilata. Li ho conquistati così, poco alla volta. Trasferire il lifesyle italiano e trasferire il nostro DNA nella moda per me è stato far sentire qualcosa, trasferire un sentire.

Si è resa conto di aver dato vita anche a una nuova professionalità?

Sì, non è stato facile, ma è così. Far capire la mia visione e dove volevo arrivare è stata un’impresa, perché il cinese non rischia mai. Inoltre, il cinese è chiuso a livello immaginativo e creativo.

Altri professionisti come lei, esistono in Cina: come l’hanno accolta?

In Cina di registi ce ne sono tantissimi, è una fascia di mercato emergente e in evoluzione. Ce ne sono due o tre che sono molto famosi, mentre gli altri (pausa) 754mila – perché sono tantissimi – sono comunque tutte persone che un po’ improvvisano. Anche quelli bravi cercano di copiare quello che viene fatto in Europa.

Quello che cerca di fare lei invece è unire la sua cultura con quella cinese?

Nelle mie scenografie introduco non solo elementi di gusto italiano, ma anche una visione di gusto, di look con un gusto armonioso di visione del prodotto, che deriva dal mio DNA italiano, dal saper armonizzare diverse cose mettendole insieme in nome della moda.

Il prossimo passo sarà dare forma a un lifestyle cinese?

Direi, più internazionale che cinese, anche perché quando cerco di usare musiche tipiche della loro tradizione culturale non me lo permettono. Le musiche devono essere internazionali. La cinesità affiora nelle collezioni, dall’uso di un tipo di seta o di stoffa particolare. Una sola volta mi è capitato di ricevere l’incarico di trasferire la cultura cinese e la sua moda in uno show per un’associazione tessile internazionale. Ho portato in scena la mia interpretazione rap e moderna della ‘noiosa’ opera cinese, con movenze, artisti, vestiti cinesi, ma in un quadro moda del tutto nuovo, per loro.

Come l’hanno presa?

È piaciuto tantissimo e il pubblico internazionale è rimasto sorpreso, perché si aspettava la solita serata con le classiche perfomance culturali, che sono belle, ma a volte un po’ stucchevoli. È rimasto molto colpito e da lì, poi, sono arrivate altre commesse per nuove interpretazioni e fusioni di culture tra Oriente e Occidente.

La considerano un po’ strana?

All’inizio forse è stato così, ma adesso no. La prova ne è l’incarico ricevuto a fine anno. Una grande soddisfazione. Ho fatto un musical della moda in un teatro nel sud della Cina.

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