mercoledì, Ottobre 20

Cina, la fame di risorse del Gigante asiatico

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Per qualsiasi Stato è imprescindibile curare costantemente gli aspetti geo-economici delle proprie politiche e delle sue relazioni: i rapporti internazionali sono ormai un’intricata struttura dove le superpotenze si scontrano e lottano per la loro sopravvivenza non solo militare, ma anche economica. Alcuni esempi della Storia, come l’Inghilterra del Cinquecento o il Giappone di fine Ottocento, mostrano come delle astute mosse di geo-politica possano rafforzare uno Stato abbastanza da renderlo potente anche in altri settori. Se apparentemente questo spostamento da un campo di battaglia a un campo economico può sembrare meno cruento, si deve comunque tenere in conto la necessità di creare una stabile e sicura base di fornitori e clienti che possano supportare il potere economico del Paese in questione, ovvero, in pratica, cercarsi degli alleati.

La Cina per più di trentacinque anni ha intrecciato rapporti economici con molti Paesi al fine di sostenere il suo sviluppo socio-economico. Dopo aver scalato la classifica dei Paesi con il PIL più forte, aggiudicandosi il secondo posto dopo il primato americano, la Cina deve continuare a pensare alla sua crescita ma anche a come sfamare una popolazione di ben 1 miliardo e mezzo di persone, che oltre al cibo necessita di energia e di beni di prima necessità. Obbligata a rafforzare e diversificare i legami economici con gli altri Paesi, probabilmente dovrà lottare con i Paesi occidentali per conquistarsi dei fedeli fornitori.

Nicolas Mazzucchi, specialista in geo-economia, docente universitario e consulente privato, evidenzia come dagli anni Ottanta le scelte operate dal governo cinese abbiano raggiunto l’obiettivo prefissato: diventare la ‘industria del mondo’. Per quanto questa crescita sia stata straordinaria, c’è però da aggiungere che le risorse necessarie per ottenerla erano relativamente facili da trovare. A partire dagli anni Duemila, invece, alimentare lo sviluppo del gigante asiatico si è fatto più difficile: l’economia è mutata sia in termini quantitativi che qualitativi e questa diversificazione costringe Pechino a pianificare con attenzione una strategia globale per assicurarsi l’accesso alla risorse e ai rifornimenti.

La Cina è passata da un’economia comunista pianificata ad aderire all’economia di mercato intorno agli anni Novanta. I passi necessari per effettuare questo passaggio hanno comportato anche l’ingresso in diverse organizzazioni economiche internazionali. L’adesione più importante è stata fatta nel 2001, quando il Paese asiatico è entrato a far parte dell’OMC con la sua personalissima formula economica: il socialismo di mercato, ossia una combinazione di principi socialisti e tradizione politico-economica cinese adattata al moderno mercato globale. Questa evoluzione non è una mera conseguenza della caduta dell’URSS, bensì una transizione generata dalla visione di Deng Xiaoping, che ha trasformato il Paese in uno Stato più aperto, pronto anche ad accettare l’economia capitalista. Le riforme degli anni Ottanta e Novanta volute dal presidente Deng Xiaoping hanno creato imprese statali e diverse strutture economiche che hanno riconfigurato la Cina facendola divenire un grande Paese esportatore. Durante il comando di Deng Xiaoping, tuttavia, la Cina è rimasta strettamente legata soprattutto al settore primario e secondario: sembrava infatti difficile per il Paese togliersi di dosso quell’eredità maoista che l’aveva resa simile alla sua sorella sovietica, ossia una gigantesca industria di prodotti di base da esportare a basso costo nei Paesi più sviluppati.

È proprio questo aspetto che la Cina sta curando da qualche anno: diventare un Paese tecnologicamente avanzato che si posizioni al primo posto al mondo per produzione di PIL. Questa nuova strategia di sviluppo trova sostegno nei notevoli ricavi delle imprese cinesi, nonché nella crescita economica nazionale che ogni anno vanta un tasso a due cifre (+ 11% nel 2012). Aeronautica, difesa, telecomunicazioni, biotecnologie ed energie rinnovabili: questi sono i nuovi settori di espansione del colosso asiatico, ambiti che, in realtà, fino al 2000 costituivano una prerogativa di specializzazione delle economie europee, americana e giapponese. Ora invece, il fatto che i Paesi emergenti (si pensi al gruppo del BRIC) stiano puntando a un miglioramento tecnologico, implica che il numero di Paesi interessati a questo tipo di risorse sta aumentando notevolmente. Nel caso cinese, quindi, il problema dell’approvvigionamento è doppio: l’incremento della domanda non è solo quantitativo ma anche qualitativo. Le imprese di punta della difesa (Norinco), dei trasporti (CASC, CSR Corp., Geely), delle comunicazioni (Huawei, ZTE), dell’ informatica (Lenovo), dell’ingegneria spaziale (CASC), dell’energia (CNNC) stanno diventando consumatrici di numerose materie prime, tra cui il petrolio e i metalli rari come rodio, titanio, indio e palladio, che prima erano ambiti solo dai Paesi occidentali. Queste risorse, distribuite in modo disomogeneo, obbligano la Cina a scendere in campo per assicurarsene il rifornimento.

Al di là della nuova trasformazione economica, quello che oggigiorno preoccupa il governo cinese è l’incremento demografico. Il Paese è il più popolato al mondo (quasi 1 miliardo e mezzo di persone, il 15% degli abitanti del pianeta) e questa caratteristica rischia di essere una condanna per il futuro, nonostante il buon esito di alcuni provvedimenti attuati ancora negli anni Settanta, come la ‘politica del figlio unico’. Anche se la popolazione cresce meno rispetto agli anni Sessanta e Settanta, i dati sono allarmanti, soprattutto se si considera che non sono state fatte delle acquisizioni territoriali, a eccezione di Hong-Kong. Da qui si ritorna al problema delle risorse, che non solo dovrebbero soddisfare un’economia in crescita e in espansione tecnologica, ma anche sostentare una popolazione più numerosa e più esigente: si sono infatti costituite una classe benestante e una borghese che, per quanto siano ancora esigue per dimensioni, propendono a consumare molto di più, come rivelano la crescita del mercato delle auto e del settore immobiliare. La somma di questi fattori di sviluppo economico e crescita della popolazione genera il senso di “fame insaziabile”, un costante bisogno di corrispondere alle esigenze attuali e future.

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