domenica, Ottobre 17

Cina: investimenti globali sì, ma …

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La strategia di investimenti globale cinese è altamente rappresentativa del nuovo modello economico avviato al volgere del millennio: l’economia socialista di mercato. Nella gestione di programmi diversificati di investimento e acquisizione all’estero, la Cina ha, infatti, conservato il ruolo centrale dello Stato, che si riserva la decisione finale da prendere in base alla corrispondenza con gli interessi della strategia nazionale, la quale è incentrata su due obiettivi. Mentre il primo consiste nel garantire le materie prime necessarie al funzionamento dell’economia cinese, il secondo è individuabile nell’acquisizione di tecnologie che possano garantire il progresso qualitativo dell’industria.

Lo sviluppo di questa strategia può essere fatto risalire al 2005, quando il gigante cinese Lenovo ha acquisito una divisione del colosso americano IBM. Non si tratta, però, di uno scenario esclusivamente popolato di successi, come ricorda il caso della mancata acquisizione dell’azienda petrolifera californiana Unocal.

Per quanto riguarda il primo punto, con il progredire della crescita economica, la Cina si è resa ben presto conto dell’insufficienza di determinate materie prime, iniziando proprio dal petrolio per arrivare ai metalli.
Per quanto riguarda il petrolio, già nel 1994 la Cina era passata da esportatore a importatore di questa risorsa, per giungere nel 2012 a importare ben il 58% del proprio fabbisogno. La strategia di investimenti globali resta in mano ai tre principali gruppi cinesi del settore, riuniti sotto la sigla CNPC (China National Petroleum Corporation), che hanno scelto approcci diversi sotto il comune denominatore del pragmatismo.
Oltre che del tradizionale acquisto di concessioni in Paesi ricchi di petrolio, come l’Iraq, la Cina si è servita dell’acquisizione di concessionarie come Addax Petroleum e Nexen per incrementare le riserve sotto il proprio controllo.
Il settore petrolifero, nonostante alcuni grandi successi, ha registrato anche i maggiori insuccessi, come il sopraccitato caso Unocal, o ancora il fallimento dell’accordo YPF a causa dell’opposizione argentina.
Per aggirare questo problema politico, i giganti cinesi hanno spesso fatto ricorso a modelli di azione Stato-a-Stato, oltre che a meccanismi di mercato in altre aree del pianeta. Si sono, pertanto, verificati casi di associazione con colossi mondiali del settore finanziario: per esempio, tra il 2009 e il 2010, la Banca per lo Sviluppo cinese si è impegnata con Rosneft, PDVSA e Petrobras, ottenendo consegne annuali di oltre 35 milioni di tonnellate di petrolio greggio in cambio di linee di credito per oltre 45 miliardi di dollari.

Se nell’ambito del petrolio solo un numero limitato di aziende domina la scena, la situazione è ben diversa nel campo dei metalli, fermo restando il ruolo centrale che lo Stato ricopre nel controllo. Il processo ha implicato investimenti all’estero, sia in aziende specializzate nel commercio di metalli, con il coinvolgimento dei colossi China Minmetals e SinoSteel, sia in miniere di ferro e rame situate in diversi continenti.
In questo scenario, l’attore più importante è il produttore di alluminio Chinalco. Impegnato nello sviluppo di miniere in Africa e Sudamerica, Chinalco si è fatto portavoce degli interessi cinesi, che difende dai tre giganti mondiali del settore: la Vale (Brasile), la BHP Billiton e la Rio Tinto (Australia). Nel tentativo di limitarne l’influenza, nel 2008 la Chinalco ha cercato di acquistare la Rio Tinto, fallendo a causa di una presupposta contrarietà della BHP Billiton. Questo fallimento, pur avendo sottolineato i limiti della strategia globale cinese, ha permesso al Paese di porsi in una relazione di potere con gli altri giganti mondiali del settore.

Queste operazioni intraprese da colossi appoggiati dallo Stato sono state accompagnate da azioni di aziende private o di minori dimensioni. È tuttavia innegabile che Pechino intende porre sotto il suo controllo qualsiasi progetto di una certa portata: le materie prime rappresentano un tema troppo delicato per permettere che attori esterni prendano il sopravvento.

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