lunedì, Settembre 27

Cina in Medio Oriente: un nuovo protagonista?

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Oltre agli Stati Uniti e alla Cina, altri Paesi hanno tentato di intervenire politicamente per risolvere la questione israelo-palestinese (principalmente Unione Europea e Russia): quali sono i rapporti con questi Paesi?

In qualità di potenza fortemente responsabile nel mantenimento degli equilibri internazionali e del suo nuovo ruolo globale, la Cina mantiene ottimi rapporti sia con l’Unione Europea che con la Russia, due attori storicamente molto influenti nella questione israelo-palestinese. Il legame Pechino-Mosca (rinforzato dalla piattaforma strategica dei BRICS) assume però oggi un’importanza maggiore vista la comune visione geopolitica: multipolarismo, non ingerenza negli affari interni degli Stati sovrani, difesa dei propri alleati dalle aggressioni militari esterne. Pur invitando l’Europa ad aumentare il proprio ruolo diplomatico, con la UE permangono questioni irrisolte come quelle dei dazi; l’asse tra Cina e Russia si è invece notevolmente rafforzato dopo la politica sanzionatoria voluta dall’Occidente nei confronti del Cremlino, per cui esiste oggi una forte unità d’intenti su tutte le principali questioni che coinvolgono il Medio Oriente, a cominciare dal supporto a Damasco fino all’inclusione di Teheran nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai.

La strategia cinese nell’area mediorientale è un ulteriore tassello della politica di espansione di influenza che Pechino porta avanti in Africa?

La cosiddetta politica di espansione cinese in Africa è in realtà una fruttuosa cooperazione reciproca che nasce già ai tempi del non allineamento. Come dimostrato anche dal rapporto (giugno 2017) della Mckinsey Company, ‘Dance of the lions and dragons‘, in soli due decenni la Repubblica Popolare Cinese è divenuta il più grande partner economico del continente africano e ne ha accelerato il progresso sotto differenti versanti: ha creato occupazione e sviluppato diverse abilità, ha trasferito nuove tecnologie e conoscenze scientifiche, ha finanziato e implementato numerose infrastrutture. Lo stesso potrebbe avvenire in Medio Oriente grazie al progetto cinese ‘One Belt One Road‘, che mira a collegare via terra e via mare Asia ed Europa, coinvolgendo più o meno tutti i Paesi che gravitano nell’area. Se ad esempio l’Iran riveste un ruolo chiave nella regione (garantito da un accordo commerciale pari a seicento miliardi di dollari), tuttavia Pechino intende includere nella ‘New Silk Road‘ anche i porti israeliani di Ashdod ed Eilat; inoltre è fortemente interessata alla scoperta dei nuovi giacimenti di gas nel Mediterraneo. Ai quarantacinque miliardi di dollari cinesi investiti in Egitto, bisogna aggiungere il supporto al raddoppio del Canale di Suez (con finanziamenti nell’area industriale adiacente). Nonostante alcune divergenze politiche (sostegno turco-saudita agli Uiguri, ospitalità israeliana al Dalai Lama, ricevimento da parte di Pechino dei leader di Hamas), perciò, la Cina è capace di progettare aree di libero scambio sia con Israele che il Consiglio di Cooperazione dei Paesi del Golfo, in virtù di una strategia mondiale lungimirante e potenzialmente benefica per tutti.

Con la nuova politica isolazionista degli Stati Uniti ed il loro crescente disimpegno nell’area, è possibile che, in un futuro, la Cina divenga il motore diplomatico del processo di pacificazione e che riesca a traghettare, un giorno, i Paesi della regione nella propria sfera di influenza?

Può essere che personalmente Donald Trump volesse intraprendere una politica isolazionista, dubito tuttavia – come fatti recenti hanno dimostrato – che l’establishment statunitense gli permetta di realizzarla. La contesa tra Washington e Pechino, anche per le sfere di influenza in Medio Oriente, è perciò destinata a continuare perché gli Stati Uniti vedono nel progetto ‘One Belt One Road‘ (e nei suoi correlati economici) una sfida strategica lanciata al proprio modello basato sul capitalismo finanziario-speculativo. Più che attendere il disimpegno statunitense, sarà interessante capire quanto l’intervento militare diretto della Russia in Siria, seguito dal tacito assenso-supporto della Cina, riuscirà a garantire i fragili equilibri del Medio Oriente. Tuttavia è proprio la logica commerciale e culturale cinese, simboleggiata dalla cooperazione sud-sud e win-win (quindi conveniente per tutti), a fornire una base reale per un futuro di pace.

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