lunedì, Settembre 20

Cina in divisa in Africa per difendere il suo business L' intervista a Maddalena Procopio, esperta di relazioni sinoafricane presso l’ISPI

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I Rapporti di istituti internazionali, come il SIPRI, segnalano una diminuzione delle spese militari russe nel continente africano a fronte di un incremento da parte cinese. Quali sono i risvolti a livello geopolitico?

Io credo che i risvolti ci siano già, al di la degli aspetti militari e geopolitici, e siano di natura economica. Negli ultimi anni quello che ha fatto la Cina a livello di investimenti, di infrastrutture è abbastanza considerevole. Questa parte di sicurezza, come dicevo prima, viene sicuramente ritardata e l’impegno militare avrà sicuramente un impatto politico con attori grossi presenti sul campo.

Il fatto che la Cina dia l’equipaggiamento ai vari militari africani, questo può spaventare le grandi potenze mondiali. In realtà consegnare il materiale non significa automaticamente controllare a vari livelli le forze militari ed influenzare nel continente la posizione della sicurezza.

Il rischio è di allarmarsi e di dire, siccome il materiale cinese (come con i vestiti) la Cina sta comprando l’ Africa. La Cina può influenzare ai livelli di gestione delle politiche e di presenza a livello militare multilaterale, come con le Nazioni Unite e l’Unione Africana e i consigli regionali per la sicurezza africana. La fornitura dei prodotti è sì un aspetto da tenere in considerazione, ma direi che quello che  faccia più scena, ma non ritengo che sia fondamentale nel controllo effettivo delle forze armate.

Si può immaginare che questo impegno militare delle potenze regionali africane sia funzionale anche a guerre per procura, magari anche a bassa intensità, vedesi Congo, già latenti o prossimi a venire, considerando che l’Africa sarà un terreno di scontro economico tra Russia, Cina, India e Turchia con un Europa (ad esclusione della Francia che nel continente ha i suoi problemi) alla finestra?

In questo momento, mi sentirei di dire che è pura fantascienza.

I paesi che ha menzionato  hanno livelli di coinvolgimento abbastanza differenti tra di loro in diversi stati africani. Quindi ci possono essere delle competizioni importanti a livello economico questo, sì ma che ci possano essere delle guerre, anche per procura, tra gli stati la vedo come opzione molto lontana come ipotesi.

La Cina compete essenzialmente per la parte economica rispetto ad altre nazioni. Quindi anche qui bisogna essere un po’ attenti a non generalizzare, nel senso che ogni paese non è lo stesso in Africa per tutte le nazioni extrafricane impegnate nel territorio. Quindi ci sono dei settori, come in Kenya, Sud Africa, Ghana dove si negozia di più con il regno unito o con gli stati uniti mentre in altri settori si sono inseriti Cina, India e anche Turchia.

Non credo neanche che ci sia un interesse fondamentale a fare guerre di procura da parte della Cina. Infatti,  la Cina, rispetto agli altri paesi menzionati, sicuramente è più in alto a livello globale, mentre a livello regionale dipende, perché ci sono delle zone dove l’India è più forte della Cina.

Si è da poco concluso in Sud Africa il decimo incontro tra i paesi BRICS. Quali sono le linee guida emerse nei rapporti tra Cina e Sud Africa?

Non avuto tempo di seguirlo benissimo, ma il Sud Africa rappresenta un paese fondamentale per la Cina per varie ragioni: la riserva più grande del mondo di investimenti cinesi esteri in primo luogo, oltre che è una porta di accesso all’Africa fondamentale senza dimenticare che  fa parte dei BRICS, questo sistema alternativo permette una maggiore connessione tra i due paesi rispetto agli altri paesi.

In più la storia, anche la storia del partito comunista sudafricano ha visto un maggiore scambio con quello cinese. C’è stata una storia lunga ed importante con il paese che ha le migrazioni cinesi più vecchie del continente. Infatti le relazioni sudafricane e cinesi si sono sviluppate oltre più di un secolo fa.

Il Sud Africa rappresenta un banco di prova per sondare quello che effettivamente è possibile fare  a livello continentale e poi è il partner, da un paio di FOCAC, per la gestione e l’organizzazione insieme alla Cina del forum sulla cooperazione tra Pechino e il continente nero.

La Cina sta ridisegnando il continente africano, ma l’Africa sta cambiando la Cina?

Sì moltissimo. La Cina ha ottenuto una maggiore consapevolezza delle questioni differenti che ci sono da stato a stato, sia dal punto di vista sociale che economico, rispetto agli inizi difficoltosi dei primi anni 2000. Nel campo della sicurezza, il gigante asiatico ha compreso che la politica di non intervento non fosse possibile nel caso in cui gli interessi da gestire iniziassero ad essere numerosi. Ha avuto un vero e proprio scontro interno tra i principi che volevano imporre e quelli che invece risultavano efficaci sul campo.

In aggiunta, gli africani sono stati visti da Pechino come persone passive nei confronti delle politiche proposte, ma in alcuni contesti sono proprio gli africani che richiedono il supporto cinese in alcuni campi, dove la considerano un partner importante. Spesso capita che questi ambiti non siano stati presi in considerazione da parte della Cina come ad esempio i sindacati e l’ambito sanitario, nel caso del Kenya.

Nel primo caso, i sindacati keniani hanno iniziato ad effettuare il loro iter giudiziario per limitare le regole di impiego degli operai locali nelle aziende cinesi, le quali hanno dovuto adeguarsi alle richieste dei sindacati, imparando a maneggiare argomenti estranei alle politiche cinesi.

Nel secondo caso, invece, c’è stata una proattività africana nel richiedere aiuto ed uno sviluppo della medicina tradizionale keniana agli investitori cinesi, che non avevano preso in considerazione questo settore, al fine di poter creare e sviluppare prodotti adatti alla popolazione locale e di sviluppare il reparto sanitario keniano.

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