sabato, novembre 17

Cina in Africa: tutto quello che l’Occidente non vuole capire La campagna mediatica anticinese detiene al suo interno il grande rischio di non far comprendere ai governi occidentali e all’oppinione pubblica le vere intenzioni di Pechino sull’Africa

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Dal 2015 si sta assistendo ad una campagna mediatica assidua e costante che dipinge l’influenza della Cina in Africa come una nuova forma di imperialismo predatorio che tende a colonizzare il continente. La Cina incoraggerebbe la dipendenza economica, proporrebbe contratti opachi,  incoraggerebbe prestiti che contribuiranno all’esplosione del debito estero dei Paesi africani e la corruzione, minando le basi di un sviluppo solido, duraturo e sostenibile. La Cina sarebbe interessata solo alle risorse naturali africane, non starebbe creando nuovi posti di lavoro, starebbe attuando una enorme evasione fiscale che indebolisce le risorse dei governi africani per l’assistenza sociale e favorirebbe le peggiori dittature tramite la sua politica di non interferenza negli affari interni dei Paesi che si tradurrebbe in una completa noncuranza delle violazioni dei diritti umani e crimini di guerra o contro l’umanità.

Questa campagna mediatica è stata accettata e replicata dai media europei in modo acritico senza osservare i dati di fatto che la smentiscono categoricamente. Una campagna tesa a demonizzare il Dragone Rosso facendo credere che l’unica cooperazione ‘giusta’ e ‘umana’ sia quella proposta dall’Occidente. Questa campagna mediatica detiene al suo interno il grande rischio di non far comprendere ai governi occidentali e all’oppinione pubblica le vere intenzioni di Pechino sull’Africa. La Cina sta dirigendo i suoi sforzi politici e finanziari verso l’obiettivo di creare un Quarto blocco economico mondiale attraverso la rivoluzione industriale avviata in Africa da Pechino e i collegati ingenti investimenti nelle infrastrutture per sviluppare i mercati inter continentali, accelerando gli scambi commerciali tra i Paesi africani e per collegare l’Africa alle Nuove Vie della Seta, il colossale progetto di infrastrutture intrapreso dalla Cina a livello mondiale per assicurarsi il predominio economico nel Ventunesimo secolo. Questa strategia è salutata positivamente dai governi africani in quanto la rivoluzione industriale e la creazione di infrastrutture adeguate per aumentare gli scambi commerciali nel continente sono sempre state richieste all’Occidente e da esso rifiutate.

Europa e Stati Uniti non sono mai usciti dalla logica della economia coloniale, relegando il continente africano al ruolo di magazzino mondiale dove si può importare minerali, petrolio e prodotti agricoli necessari per rafforzare l’industria e il fabbisogno alimentare dei Paesi occidentali. Mantenendo inalterata questa logica economica, ideata ai tempi del colonialismo, è ovvia conseguenza che le potenze occidentali non abbiano nessun interesse nella rivoluzione industriale africana o a contribuire al rafforzamento degli scambi commerciali inter continentali. Le risorse africane devono andare in Europa e Stati Uniti e i Paesi africani sottostare ad una eterna dipendenza economica e politica, privandoli di sviluppo autoctono ed evitando che, tramite il ‘Made in Africa’, possano diventare temibili concorrenti mondiali come è successo con le Tigri Asiatiche negli Anni Novanta.

Al contrario la Cina vuole un’ Africa forte, industrializzata e potente a livello economico e politico. Un progetto inserito nella strategia a più ampio respiro tesa a isolare Europa e Stati Uniti, privandoli gradualmente delle necessarie risorse naturali africane, indebolendo il loro potenziale industriale e aggravando le crisi economiche che stanno accelerando i processi di disintegrazione dell’Unione Europea e le idee di isolazionismo americano ‘America First’ che si traducono in un progressivo ritiro degli Stati Uniti dai vari teatri mondiali che accelera la fine dell’egemonia Americana sul pianeta.   

Questa campagna mediatica non ha scaturito gli effetti desiderati. Nessun governo o popolazione africana ha iniziato a considerare negativo il partenariato con la Cina mentre l’idea di un Occidente violento, aggressivo e ancorato sui privilegi coloniali si sta rafforzando sempre di più. Entrambi gli accordi economici con Unione Europea e Stati Uniti sono bloccati da oltre anni. L’Africa sta guardando a Cina e BRICS, intenzionata a voltare la pagina storica di collaborazione forzata con l’Occidente. Della inefficacia di questa campagna mediatica e della sua nocività per l’Occidente di comprendere la realtà di cambiamento e adottare misure di aggiustamento delle strategie economiche e politiche per evitare l’isolamento che la Cina e i BRICS stanno costruendo ai danni di Unione Europea e Stati Uniti, si sono accorti i migliori analisti politici ed economici americani di calibro internazionale.

Convinti nazionalisti come Kevin J. Kelley, Youyi Zhang, Deborah Barutigam e Kevin Gallagher, hanno compreso che la campagna mediatica ideata alla fine dell’ Amministrazione Obama e ripresa con ossessivo rigore dall’Amministrazione Trump è in realtà l’espressione del panico occidentale incapace di fermare l’avanzata economica di Cina e Russia, potenze divenute troppo forti per sconfiggerle militarmente senza il pericolo di estinzione della razza umana che stanno progressivamente costruendo il Secolo Sino Russo decretando la fine dell’Impero Occidentale. Questi esperti americani hanno compreso che i falsi miti su Cina e Russia stanno spingendo i governi occidentali a scelte fuorvianti e contro produttive che stanno accelerando l’isolamento occidentale sul tutto il pianeta.

«Quando l’informazione viene trasformata in propaganda, il governo americano offre alla sua opinione pubblica e a quella mondiale della pura retorica a tutto vantaggio di Cina e Russia. Una retorica tesa a distogliere l’attenzione dalla incapacità in politica estera del Presidente Donald Trump e dalla sua attitudine remissiva verso il continente futura potenza economica mondiale che lui descrive come un agglomerato di Paesi di merda. Tutte le critiche alla Cina e Russia non reggono dinnanzi alla realtà e diventano un boomerang contro le democrazie occidentali. Prendiamo per esempio le questioni del mancato rispetto dei diritti umani e della corruzione che Pechino incoraggerebbe in Africa. Ovviamente il governo e le multinazionali cinesi non sono interessate ad un processo di democratizzazione in Africa ma esistono molti fattori interni al continente che contribuiscono alla mancanza di democrazia e a governi autoritari, fattori molto più incisivi del disinteresse cinese per la democrazia» afferma Youyi Zhang, ricercatore presso il Centro delle Politiche di Sviluppo Planetarie della Università di Boston.

«Parlare del disinteresse sui diritti umani di Cina e Russia e insistere su questo argomento è controproducente per gli Stati Uniti» –  spiegano Deborah Brautigam, direttore dell’Iniziativa di Ricerca sui rapporti Cina Africa e Johns Hopkins ricercatore presso l’Università degli Studi Avanzati Internazionali – «Non risulta che il governo americano o multinazionali come la Exxon, Coca Cola, Firestone siano particolarmente attente ai diritti umani in Africa. L’assurda e insostenibile alleanza con il regime feudale dell’Arabia Saudita, alleato scomodo di cui la Casa Bianca non riesce a farne a meno, sta favorendo il proliferare di gruppi terroristici salafisti in Africa, assurdamente utilizzati da Stati Uniti e Unione Europea per destabilizzare il continente.

La logica di questo supporto è la medesima che spinse gli Stati Uniti ad appoggiare Bin Laden in Afganistan contro l’occupazione sovietica. Una logica che ha portato alla creazione della minaccia mondiale di Al Qaeda. È la stessa logica che ha portato alla creazione del ISIS – DAESH, una organizzazione salafista internazionale più feroce e pericolosa di Al Qaeda nel tentativo di sconfiggere il regime del Re Assad in Siria e destabilizzare il Medio Oriente. Entrambe queste orribili organizzazioni che stanno creando un pericoloso network terroristico in Africa sono supportate dall’Arabia Saudita, nostro alleato privilegiato.

Non risulta nemmeno che i governi europei, storicamente difensori della libertà e diritti civili, si stiano operando per una democratizzazione del continente africano. La Francia ha destabilizzato interi Paesi come la Repubblica Centrafricana, il Mali e la Libia per mantenere il suo giogo coloniale sull’Africa francofona con il risultato di aumentare l’instabilità continentale anche a scapito degli interessi commerciali europei e francesi. La Gran Bretagna sostiene governi autoritari per esempio in Uganda e Ruanda. Bruxelles se ne frega altamente di quello che sta succedendo all’est della Repubblica Democratica del Congo dove si può parlare di genocidio di intere popolazioni per continuare a partecipare alla rapina delle risorse naturali e minerali preziosi».

«La conquista della Cina del continente africano è stata resa possibile dai grossolani errori di valutazione dell’Amministrazione Obama, peggiorati ora dalla assoluta incapacità di comprendere le complesse dinamiche del continente in rapida evoluzione socio economica dimostrate dall’Amministrazione Trump. La Casa Bianca ha sempre pensato che la Cina fosse interessata a depredare le risorse naturali africane senza intravvedere il disegno politico economico di largo respiro che si celava dietro i primi timidi approcci di Pechino in Africa all’inizio degli anni Duemila. Questa cieca convinzione è continuata ad essere la base di ogni approccio internazionale americano verso l’Africa anche quando nel 2009 la Cina ha superato gli Stati Uniti divenendo il primo partner commerciale dell’Africa. Un partner interessato a costruire le basi di una potenza economica mondiale su un intero continente tramite lo sviluppo delle infrastrutture e l’avvio della rivoluzione industriale.

Gli investimenti americani in Africa sono crollati arrivando nel 2016 ad un misero 5,2% mentre quelli cinesi sono aumentati del 100% nello stesso periodo, secondo le analisi della ditta di consulenza economica internazionale Ernst and Young Global Consulting. Nel rafforzamento delle infrastrutture in Africa la Cina è arrivata a investire 30 miliardi di dollari mentre il maggior investimento americano in infrastrutture nel continente si è verificato sotto l’Amministrazione Obama: 7 miliardi di dollari destinati nel rafforzamento della elettricità pubblica e privata.

Per oltre un decennio gli Stati Uniti hanno canalizzato i pochi fondi messi a disposizione per l’Africa verso gli aiuti umanitari che di certo non creano sviluppo economico e il rafforzamento della classe media e dei consumi. Al contrario, prigioniera di una miope logica di imperialismo bellico, la Casa Bianca ha vomitato milioni di dollari nella lotta contro il terrorismo in Africa e per il controllo militare del continente. I risultati sono stati catastrofici. Il terrorismo salafista in Africa non potrà essere annientato fin quando gli Stati Uniti considereranno l’Arabia Saudita come un loro alleato e non una pericolosa dittatura medioevale destabilizzatrice della pace e della democrazia mondiale.

Il Generale Thomas Waldhauser a capo del Comando dell’Esercito Americano in Africa è stato costretto ad ammettere che la US Army ha fallito l’obiettivo di fermare i cinesi in Africa, riferendosi al controllo militare ed economico che ora Pechino esercita sullo strategico porto di Gibuti. Tutti quei milioni spesi a favore del US Africa Command hanno fatto la fortuna dell’industria bellica americana ma non hanno equilibrato i rapporti di forza con la Cina in Africa a favore degli Stati Uniti. Come meravigliarsi ora che i governi africani considerino più vantaggiosa la collaborazione economica e politica con la Cina rispetto a quella storica con gli Stati Uniti?» afferma Deborah Brautigam.

«Analizziamo la questione del debito estero creato dalla Cina. Pechino sta concedendo dei prestiti ai Paesi africani con tassi di interesse molto ridotti e ora addirittura a tasso zero. Certo questi prestiti stanno aumentando il debito estero ma esiste una differenza di fondo con i prestiti ricevuti da FMI e Banca Mondiale. Quelli di Pechino sono rivolti a creare le infrastrutture necessarie per avviare il commercio e l’industrializzazione continentale. Esiste una bella differenza chiedere un prestito alla banca per comprarsi una auto sportiva e chiedere un prestito per compare una casa.

Se permettete la metafora i prestiti concessi dall’Occidente sono serviti per comprare le auto sportive per il piacere della classe dirigente africana. I prestiti concessi da Pechino servono per comprare le case. Il debito estero che i Paesi africani stanno creando è, in termini puramente economici, conveniente in quanto sta creando il futuro progetto socio economico dove il pagamento di questi debiti sarà non sarà solo possibile ma facile. È un dato di fatto che i prestiti concessi dagli istituti finanziari occidentali sono stati e sono tutt’ora fraudolenti e improduttivi» spiega Kevin Gallagher Direttore del Centro delle Politiche di Sviluppo presso l’Università di Boston.

«L’affermazione che la Cina stia creando pochi posti di lavoro in Africa è pura e grezza propaganda politica. Ernst and Young Global Consulting nel 2016 ha condotto un accurato studio che rivela che gli investimenti produttivi cinesi hanno creato posti di lavoro diretti e indiretti tre volte superiori agli investimenti combinati di Stati Uniti e Unione Europea nel continente. La Cina sta creando per la prima volta in Africa una robusta classe operaia che accede ai consumi. Esiste certamente il divario tra poveri e ricchi che sta aumentando ma questa è una dinamica intrinseca al capitalismo mondiale.

Ricordiamoci che la nascente classe operaia africana non solo contribuirà a creare nuovi mercati in quanto si apre il suo accesso ai beni di consumo di base e immobiliari. Tra meno di un decennio la classe operaia africana contribuirà alla trasformazione democratica del continente tramite l’inevitabile lotta di classe mirata ad acquisire maggiori diritti civili, maggior reddito e migliori condizioni di lavoro. Sotto il secolo occidentale in Africa non si è mai sviluppata una classe operaia se non in rare eccezioni come il Sud Africa. Di conseguenza i conflitti sociali sono rimasti sul piano tribale. Non hanno contribuito allo sviluppo sociale e alla democrazia. Al contrario hanno favorito dittature, guerre civili – etniche e genocidi» Spiegano Youyi Zhang e Deborah Barutigam.

Le coraggiose analisi di questi esperti americani profondamente nazionalisti e fedeli agli ideali della Rivoluzione Americana di libertà e progresso sono stati combattuti dall’Etablisment Americano che li ha accusati di essere pro cinesi e non patriottici. Per fortuna la battaglia pazientemente condotta da Kevin J. Kelley, Youyi Zhang, Deborah Barutigam e Kevin Gallagher sembra aver dato i suoi frutti. Democratici e Repubblicani ormai si sono arresi all’evidenza della necessità di un radicale cambiamento nella politica estera americana in Africa. Una politica estera basata su seri investimenti e partenariati egualitari tesi a creare un reale sviluppo economico e sociale. Investimenti che devono per forza rivoluzionare il concetto coloniale di un’Africa serbatoio di materie prime sostituendolo con il concetto di un’Africa partner mondiale per lo sviluppo e la pace.

Il Building Act votato lo scorso 3 ottobre dal Senato americano e la creazione della USIDFC (Corporazione degli Stati Uniti per lo Sviluppo Finanziario Internazionale) una nuova agenzia finanziaria rivolta allo sviluppo dell’Africa voluta dal Presidente Donald Trump per contrastare l’impero cinese nel Continente, sono le prime costruttive prese di coscienza degli Stati Uniti verso un approccio più maturo e costruttivo rivolto all’Africa. Una presa di coscienza che non può che portare vantaggi per i popoli africani e per la pace e lo sviluppo mondiale.

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