lunedì, Ottobre 25

Cina, il frutto marcio della politica del figlio unico field_506ffb1d3dbe2

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In un discorso ufficiale, Mao tse-Tung dichiarò una volta di non temere la guerra nucleare perché la Cina aveva una popolazione di 600 milioni di abitanti, e anche se la metà di essi fosse stata uccisa, ne sarebbero rimasti ancora 300 milioni: era il 1957, e quella frase rappresentava un po’ lo specchio dei tempi. L’atomica allora era peculiarità solo di Stati Uniti e Unione Sovietica (il programma nucleare di Pechino sarebbe stato completato solo nel 1964), ma il ‘Grande Timoniere’ volle comunque inviare un chiaro messaggio ad Eisenhower e a Khruščëv: se Washington e Mosca avessero voluto conquistare il mondo con le armi nucleari, avrebbero dovuto vedersela con la Cina e con la sua ‘arma demografica’, il popolo. Mao era infatti convinto che la forza della Repubblica Popolare Cinese, sia dal punto di vista militare che economico, stesse proprio lì, in una numerosa popolazione pronta a lavorare per lo sviluppo socialista e a combattere per difenderlo: per questo il leader cinese, dalla seconda metà degli anni Cinquanta, fece varare un pacchetto di misure a sostegno delle nuove nascite. Il risultato fu che negli anni Sessanta la popolazione aumentò con un tasso di crescita mediamente superiore al 25 per cento annuo, passando dai circa 630 milioni di individui del 1961 agli oltre 820 milioni del 1971.

Alla sua morte, avvenuta nel 1976, Mao lasciava in eredità ai suoi successori un Paese di oltre 900 milioni di abitanti, in cui cominciavano a essere palesi i limiti della politica demografica mantenuta fino ad allora: nonostante il tasso di crescita della popolazione si fosse drasticamente abbassato nei primi anni Settanta (complici anche gli effetti della tremenda carestia provocata dagli errori politici del ‘Grande balzo in avanti‘ maoista), rimaneva evidente che la Cina Popolare non aveva risorse naturali sufficienti per mantenere una popolazione che cresceva ancora ad un tasso del 15 per cento annuo.

Di qui la decisione del Partito Comunista di varare, per la prima volta, misure di contenimento della natalità, imponendo matrimoni in età più tarda ed intervalli più lunghi tra le nascite, per far sì che ogni famiglia mettesse al mondo meno figli. Ma i risultati furono inferiori alle aspettative: alla fine degli anni Settanta in Cina il tasso di natalità restava ancora superiore al 10 per cento, e la fatidica soglia di un miliardo di abitanti era ormai prossima.

Nel 1979, dinanzi ad un ostacolo che minacciava di influire negativamente sul nuovo corso economico lanciato da Deng Xiaoping l’anno prima, i governanti cinesi presero una decisione radicale: le nuove famiglie cinesi avrebbero dovuto avere solo un figlio. Era la cosiddetta politica del figlio unico che, mentre la Cina spiccava il volo tra le grandi potenze industriali del Pianeta, veniva implementata con sterilizzazioni imposte dallo Stato e aborti forzati, spesso eseguiti clandestinamente specie verso nascituri di sesso femminile.

Nel 2010, i risultati del censimento mostravano sì un assestamento della crescita demografica al 5 per cento annuo, ma anche un pericoloso squilibrio di genere, con il rapporto nelle nascite di 118 maschi per 100 femmine e con i cittadini maschi che rappresentavano il 51,27% della popolazione totale cinese. E oggi la Cina scopre anche di essere un Paese che invecchia: dal censimento 2015 è emerso che appena il 16,6 per cento della popolazione ha un’età inferiore ai 14 anni, mentre più del 70,1 per cento si colloca tra i 15 e i 59 anni, e il 13,3 per cento ne ha più di 60. Non serve essere maghi della statistica, né della demografia per rendersi conto di cosa succederà nei prossimi decenni: la Cina si troverà in un preoccupante deficit di forza-lavoro, che potrebbe impattare negativamente sulla sua crescita economica.

È forse questo il reale motivo che ha spinto, lo scorso 29 ottobre, il Partito Comunista Cinese ad abbandonare definitivamente la politica del figlio unico, decisione poi ratificata con voto unanime il 27 dicembre dall’Assemblea del Popolo (il Parlamento cinese): un emendamento alla ‘Legge sulla Popolazione e pianificazione familiare’ in vigore dal 1° gennaio 2016 consentirà alle coppie cinesi di tornare finalmente ad avere due o più figli. Ma se dal punto di vista sociale questo provvedimento metterà fine ad una sorta di eugenetica di gender durata troppo, dal punto di vista economico è forse giunto tardi, poiché oltre tre decenni di contenimento delle nascite hanno addensato nubi fosche sul Dragone.

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