domenica, Aprile 11

Cina: gli uiguri e quei campi di indottrinamento Il grido d’allarme del Chinese Human Rights Defendants

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Nella giornata di venerdì 10 agosto, si è tenuta a Ginevra la riunione della Commissione per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale delle Nazioni Unite (Commission Racial Discrimination, CERD). Al centro della discussione, la discriminazione perpetrata dal Governo cinese, espressione dell’etnia dominante Han, a danno degli Uiguri, una minoranza musulmana che abita nella regione dello Xinjiang meridionale e della prefettura del Kashgar. Pechino avrebbe creato dei veri e propri centri di rieducazione delle popolazioni uigure, ritenute, per la propria cultura e per la propria etnia pericolose per la pacifica convivenza nel grande Stato cinese. A riportare questa notizia, corredata da cifre e dati, sono state alcune associazioni di attivisti quali Chinese Human Rights Defendants (CHRD), autrice del report acquisito dall’ONU.

Ma che cosa dice, nello specifico, questo report? dei Si basa su una serie di interviste e dati raccolti sul campo, coinvolgendo persone di etnia uigura, che hanno testimoniato dell’esistenza di questi campi e della loro pervasività e influenza sull’attività dei villaggi (le rilevazioni sono state fatte in ambito rurale, dove si registra la concentrazione del 75% della popolazione uigura) e rappresentanti dell’autorità locale, che hanno rilasciato dichiarazioni in forma anonima. Secondo i dati raccolti dal CHRD, un numero compreso fra 1 e 2 milioni di persone di etnia uigura sarebbero costretti a partecipare a campi forzati di rieducazione, in due modalità: le persone ritenute più pericolose, sarebbero detenute in veri e propri campi di prigionia, le altre, invece, sarebbero costrette a partecipare a lezioni di indottrinamento forzoso, tenendo così forza-lavoro lontana dai campi, con lo scopo di neutralizzare ogni rischio di terrorismo. I campi di indottrinamento, poi, si accompagnano a progressivi tentativi di espungere dalla quotidianità elementi essenziali all’identità uigura, come la lingua, la cultura e l’etnia propria di questa popolazione, senza il tentativo di assimilazione degli uiguri alla cultura Han, attraverso politiche migratorie che favoriscono l’ingresso di sempre maggiori percentuali di cinesi Han in terra uigura (come già avveniva ai tempi di Mao).

Perché, in effetti, questa vasta campagna di rieducazione collettiva è vista nell’ottica di una grande politica di antiterrorismo. Il Governo centrale si prefigge di contrastare quelli che, con una scelta di termini piuttosto altisonante, ha definito ‘i tre Mali’: il terrorismo, il separatismo e l’estremismo religioso. Gli uiguri, musulmani, di etnia turca, sono stati collegati in passato con movimenti separatisti e terroristici e, specialmente dopo il 2009, le attenzioni del Governo cinese si sono concentrate su di loro. Nel 2009, infatti, una vasta ondata di proteste ha attraversato la regione dello Xinjiang, a seguito della morte di due ragazzi uiguri: le manifestazioni, violente, hanno causato la morte di 143 persone e una vasta repressione da parte di Pechino.

Gli Uiguri, pertanto, sono da tempo sotto stretta osservazione dello Stato centrale. Sono costretti ad andare ai campi di rieducazione (o, per usare un termine utilizzato in Cina ‘di deradicalizzazione’) una grandissima parte della popolazione attiva uigura. Stando alle cifre fornite dal report di CHRD, si stima che il 30% degli uiguri sia, in diversa misura, reclusa o costretta a frequentare questi campi (10% in quelli di prigionia, 20% negli altri). Si tratta di quel 30% ritenuto più pericolosa dalle autorità, perché più influenzabili, a loro dire, dalle suggestioni separatistiche, estremistiche e terroristiche: il restante 70%, invece, è ritenuto meno interessato a tali questioni e, per questo, non pericolosi. Combinando una forma di stretto controllo e di indottrinamento forzoso sul 30% della popolazione più pericolosa e andando a eliminare quelle poche persone che si danno effettivamente al crimine si dovrebbe, secondo le autorità cinesi, ‘pulire’ la popolazione uigura da pericolose tendenze antistatali e antiregime.

Volendo fornire le cifre, i calcoli sono presto fatti. Nel Xinjiang meridionale, si registra una popolazione di 11 milioni di persone, di cui il 75% abitante nelle campagne. Di questi, un 80% è di etnia uigura. Di 6,6 milioni di uiguri, un 10% (660 mila) sono reclusi nei campi di detenzione e rieducazione e un altro 20% (1,3 milioni) frequentano i centri di indottrinamento: sommati, si arriva a quasi 2 milioni di persone. Nella prefettura di Kashgar, invece, abitano 4 milioni di persone il 75% vive nelle campagne. Considerando sempre una stima percentuale di popolazione uigura dell’80%, si arriva a 2,4 milioni di persone coinvolte: il 10% nei campi di reclusione (240 mila), il 20% nei centri di indottrinamento (480 mila): totale, 720 mila persone. Sommando il numero di persone coinvolte nelle due regioni, si arriva alla strabiliante cifra di 2,7 milioni di reclusi o condannati a frequentare i campi. Cifre altissime anche per lo Stato più abitato del mondo.

Nell’incontro di venerdì 10, avvenuto alla presenza di cinquanta delegati cinesi, si è espressamente richiesto di porre fine all’esistenza di questi campi e delle sue attività di indottrinamento, che avvengono al di fuori del quadro legislativo, rendendoli, di fatto, dei luoghi senza legge, in cui vale tutto. Frequenti sono i casi di tortura, che talvolta finiscono in maniera tragica. Si è dunque richiesto l’invio di osservatori indipendenti, per poter controllare da vicino le condizioni di vita di questi detenuti o di quanti hanno frequentato i centri di indottrinamento, spesso anche vittime di torture psicologiche, essendo costrette a delazioni e a far imprigionare persone a loro care (per essere sospettati, basta poco: a volte solo un viaggio all’estero). Queste forme di tortura, fisica o psicologica, devono essere, nelle richieste del CHRD e dell’ONU, messe sotto investigazione e le leggi antiterroristiche (quelle per combattere i ‘tre Mali’) devono essere riviste, per non andare contro le più basilari nozioni dei diritti umani. I cinquanta delegati, al momento, non hanno risposto.

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