sabato, Aprile 17

Cina, esplosioni e svalutazioni Lo Stato Islamico avrebbe impiegato armi chimiche contro i peshmerga curdi nel Nord dell'Iraq, afferma la Bild

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Nella giornata di oggi gli occhi del mondo sono stati puntati sulla Cina. Questa notte, un inferno di fuoco ha sconvolto la località di Tianjin, metropoli industriale e portuale a cento chilometri da Pechino, dove vivono circa 15 milioni di persone. Una serie di deflagrazioni verificatesi in un deposito di materiale chimico ha provocato almeno 50 morti e 520 feriti, di cui oltre 70 gravissimi. Vetri e detriti sono arrivati a chilometri di distanza, mentre una nube di fumo nero ha ricoperto il centro abitato. Tra le vittime anche 12 vigili del fuoco.
Secondo l’agenzia sismica cinese le due esplosioni hanno avuto una forza pari rispettivamente a quella di 3 e 21 tonnellate di Tnt. Per diverse ore il lavoro di spegnimento delle fiamme è rimasto sospeso poiché non era chiaro quante e quali ‘merci pericolose’ fossero presenti nell’area. Sul posto sono ora presenti truppe armate e unità militari addestrate per gestire i disastri nucleari, biologici e chimici.
L’agenzia Nuova Cina afferma che la compagnia proprietaria del magazzino nel quale si è verficato l’incidente è la Tianjin Dongjiang Port Rui Hai International Logistic. La compagnia, fondata nel 2011, trasporta materiale chimico da e per il porto di Tianjin, considerato di fatto lo scalo marittimo della capitale Pechino. I suoi introiti annuali sono di oltre 30 milioni di yuan (4,2 milioni di euro) all’anno.
In una dichiarazione diffusa da tutti i media cinesi, il presidente Xi Jinping ha dichiarato che le indagini sulle cause del disastro saranno «trasparenti» e che «nessuna informazione» sarà nascosta al pubblico, ma alcuni utenti di Internet cinesi lamentano che i loro messaggi sui social network con informazioni e commenti sull’esplosione sono stati cancellati dalla censura. Inoltre, l’accesso di giornalisti e pubblico al luogo dell’incidente è tuttora bloccato da un ingente schieramento di polizia.
Timori per un possibile inquinamento da sostanze tossiche e nocive. Greenpeace Asia, in un comunicato, afferma che «secondo i dati della stazione di monitoraggio di Tianjin-Tanggu (il quartiere dove si è verificato l’incidente) indicano che tra i materiali pericolosi immagazzinati dalla compagnia c’erano cianuro di sodio (NaCN), toluene disocianato (TDI) e carburo di calcio (CaC2), tutti elementi che rappresentano una diretta minaccia per la salute in caso di contatto. In particolare l’NaCN è altamente tossico, il CaC2 e il TDI reagiscono violentemente al contatto con l’acqua e con altre sostanze chimiche, e sono a rischio di esplosione». «Questo – prosegue il comunicato – presenta una sfida per i vigili del fuoco e un grave rischio, dato che per domani è prevista pioggia». Il Governo locale ha risposto indirettamente affermando di aver creato 34 stazioni di monitoraggio temporanee dell’aria e delle acque. Le analisi eseguite nella tarda mattinata di oggi, hanno sottolineato funzionari locali, non hanno rilevato tracce di inquinamento causato dall’esplosione.
Negli ultimi mesi altri gravi incidenti si sono verificati nell’apparato industriale cinese, dovuti alla carenza di misure di sicurezza e alla corruzione che spinge le autorità locali a chiudere un occhio e omettere i controlli. A luglio 15 persone erano rimaste uccise nell’esplosione di una fabbrica di fuochi d’artificio nella provincia di Hebei e altre 71 avevano perso la vita ad agosto a Kunshan, vicino Shanghai, in una deflagrazione avvenuta in una fabbrica di pezzi di ricambio per automobili. Infine, stamane un sito di costruzioni per la realizzazione di una linea ferroviaria urbana è collassato a Dongguan, nel sud-est del Paese, formando un enorme cratere e provocando la morte di uno degli operai al lavoro.

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