giovedì, Maggio 6

Cina e Usa, tra 'schiaffi' e concessioni Xi Jinping promuove l'idea di un''Asia per asiatici' ed è braccio di ferro tra TPP e FTAAP

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Quella tra il 10 e il 17 novembre è stata una settimane densa di eventi, scandita da ben tre vertici asiatici dal forum Apec (Asia-Pacific Economic Cooperation) ospitato dalla Cina, al G20 di Brisbane, Australia, passando per l’East Asia summit, accolto dalla capitale birmana Naypyidaw. Di solito si dice che questo genere di meeting abbia una funzione simbolica e manchi di sostanza. Sostanzioso, però, lo è stato quantomeno lo ‘schiaffo’ sferrato da Pechino a Washington, seppur edulcorato da una serie di concessioni sulla cui reale entità si sa ancora molto poco.

Lo ‘schiaffo’ è la FTAAP (Free Trade Area of the Asia Pacific), l’area di libero commercio regionale sponsorizzata da Pechino per frenare i lavori della TPP (Trans-Pacific Partnership), contraltare americano da cui il gigante asiatico è stato estromesso. Nonostante le (presunte) resistenze di Washington, i Paesi membri dell’Apec – un blocco che produce il 50% del pil mondiale- hanno accolto con favore l’inizio di una fase di studio del progetto della durata di due anni. Per la prima volta la Cina assume un ruolo centrale nella promozione di un accordo commerciale tra più nazioni, polverizzando le speranza di Obama che con il summit della scorsa settimana sperava di riuscire a rilanciare la propria partnership nell’Asia-Pacifico.

Le concessioni sono arrivate con la promessa di una cooperazione contro il riscaldamento globale, accordi militari, sui visti e sullo scambio di tecnologia; intese di massima suggellate tra il Presidente americano e il suo omologo cinese, Xi Jinping, nella cornice dell’Asia-Pacific Economic Cooperation, al termine della quale i due leader si sono incontrati privatamente per la seconda volta dal turnover politico cinese del novembre 2012. Accordi che, va detto, se da una parte testimoniano la presa di responsabilità della Cina come stakeholder globale, dall’altra scolorano davanti alla grandiosità dei progetti con i quali Pechino mira a rinsaldare la propria leadership nella regione.

Obama ha cominciato la sua maratona asiatica ancora dolorante dopo la batosta alle elezioni di medio termine che, a due anni dalla fine del suo mandato, hanno messo il Congresso nelle mani dei repubblicani. Marginalizzato in casa, e indebolito all’estero dalle crisi irrisolte di Iraq, Siria e Ucraina, l’inquilino della Casa Bianca appare agli occhi del Dragone come un leader debole. ‘Un’anatra zoppa’ che fino a ora «ha fatto un lavoro insipido», come l’ha definito alla vigilia dell’Apec il ‘Global Times’, tabloid in lingua inglese del Quotidiano del popolo, vero e proprio megafono del Partito.

Al contrario, a due anni dalla sua nomina a Segretario generale del Pcc, Xi Jinping è riuscito ad accentrare nelle sue mani il potere necessario a lanciare riforme epocali, mentre una retorica spiccatamente nazionalista domina l’agenda estera. L’uomo forte di Pechino ha un sogno. Anzi due: il ‘Chinese Dream‘ di una rinascita nazionale -intesa come ritorno alla grandeur persa con la stipula dei trattati ineguali a cavallo tra il XIX e il XX secolo- e l”Asia-Pacific Dream‘, concetto inaugurato proprio in occasione dell’Apec e che rimarca la visione di una comunità asiatica unita sotto l’ombrello protettivo di Pechino e dalla quale gli Stati Uniti risultano evidentemente esclusi.

L’idea non è del tutto nuovo ma si riallaccia al principio di «un’Asia per asiatici» propagandato da Xi durante la CICA (Conference on Interaction and Confidence Building Measure in Asia), il forum sulla sicurezza ospitato a maggio dalla capitale cinese. Stavolta però, data la sede, il Presidente cinese si è concentrato sulla necessità di ampliare la connettività e la «vivacità economica» della regione attraverso nuovi accordi di libero scambio e possibilità d’investimento. Entrambe questioni sulle quali la Cina ha già mostrato una certa determinazione prima annunciando nei giorni scorsi la creazione di un fondo da 40 miliardi di dollari pensato appositamente per sopperire al fabbisogno d’infrastrutture lungo la nuova Via della Seta, la cintura economica che taglia trasversalmente l’Eurasia, poi raggiungendo un’intesa per due storici accordi di libero scambio con Corea del Sud (arrivato dopo 30 mesi di trattative, a margine del vertice Apec) e Australia (quest’ultimo in occasione della visita di Xi Jinping nel Paese più grande dell’Oceania per il G20). Mentre il summit di Naypyidaw ha fornito l’occasione per cementare la posizione cinese nel Sud-est asiatico e in Myanmar dopo che il passaggio del testimone dal Governo militare a quello ‘civile’ ha reso più problematica la penetrazione di investimenti cinesi nel Paese dei pavoni. Situazione dalla quale stanno traendo giovamento Stati Uniti e Giappone, i primi facendosi promotori della transizione democratica birmana, il secondo privilegiando le relazioni commerciali e puntando sul nascente settore dell’automotive.

Nella regione, la Cina è già il primo partner commerciale – oltre che dell’Asean (Association of South-East Asian Nations) – di Corea del Sud, Australia e Sol Levante; tre Paesi chiave per la rete di alleanze ordita da Washington nell’Asia-Pacifico che il Dragone sta cercando di sfaldare facendo leva sulle proprie risorse economiche, mentre il perdurare di contenziosi territoriali tra Pechino e gli Stati bagnati dal Mar Cinese rende la presenza americana nel quadrante e il suo potere deterrente un’alternativa gradita a molti. «Date le dimensioni e la sua notevole crescita economica, la Cina ricoprirà necessariamente un ruolo molto importante nella regione. Il punto è quale ruolo deciderà di svolgere», ha scandito Obama durante un discorso tenuto lo scorso sabato presso la University of Queensland di Brisbane.

Da quando Obama si è insediato alla Casa Bianca, la politica estera degli Stati Uniti è stata dominata dal noto ‘Pivot to Asia‘, la strategia di ribilanciamento verso il Far East che prevede un progressivo ritiro americano dai teatri di guerra mediorientali a favore di una maggiore presenza nel Pacifico. Secondo molti, tuttavia, l’avanzata dell’ISIS e i fatti di Crimea parrebbero aver sviato l’attenzione di Washington dal quadrante estremorientale. Un’eventualità respinta dallo stesso Obama sotto i riflettori del summit australiano con un tono ben più duro rispetto a quello adottato durante il vertice Apec. Letteralmente: «Sono qui per dire che la leadership americana in Asia sarà sempre un punto fondamentale della mia politica estera».

Come lamentato ai microfoni della TASS dal Presidente russo Vladimir Putin alla vigilia del G20, i due accordi commerciali di matrice americana – la TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) e la TPP – non faranno altro che creare maggiori squilibri a livello globale. In entrambi pesa l’assenza di Cina e Russia, i due giganti vicini più che mai nella promozione di nuove ‘alleanze’ in grado di rappresentare una geometria mondiale sempre più sbilanciata verso i Paesi in via di sviluppo: dai BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) al cosiddetto ‘G7’ (oltre a Cina, India, Brasile e Russia anche Turchia, Indonesia e Messico), blocchi con un Pil combinato rispettivamente di 37.4 trilioni e 34.7 trilioni di dollari.

Da tempo la TPP, cavallo di battaglia dell’amministrazione Obama che dovrebbe comprendere 12 Paesi del Pacific Rim, verte in una fase di stallo sopratutto per via delle resistenze mostrate dai democratici «profondamente preoccupati per la mancanza di consultazioni adeguate riguardo molte aree del patto che implicano l’autorità politica del Congresso». La partnership prevede la rimozione delle tariffe commerciali e degli ostacoli normativi tra i Paesi membri, ma la nebulosità di alcuni punti continua ad irrigidire i democratici preoccupati per il possibile trasferimento di buona parte del manifatturiero a stelle e strisce verso mercati in cui il costo del lavoro è più basso. Una delocalizzazione che rischia di acuire il problema disoccupazione scesa al 5,9%, il livello più basso dal luglio 2008.

Molto più favorevoli al progetto i repubblicani, che forti della maggioranza alla Camera e -con le elezioni di midterm– anche al Senato, potrebbero riuscire ad accelerare le negoziazioni sull’accordo. Le ripercussioni per la Cina sarebbero non indifferenti considerando che il blocco vanta al suo interno tra i Paesi con il manifatturiero più low cost del mondo come Vietnam e Messico, mentre nella Repubblica popolare scioperi, innalzamento degli stipendi e un’erosione della manodopera stanno mettendo in fuga le multinazionali in cerca di mercati più economici. Non solo. Una controversa proposta sulle norme in materia di origine rischia di estromettere il Dragone dall’esportazione di materiali in cui eccelle, come i filati di cotone, imponendo alle nazioni comprese nella TPP di acquistare esclusivamente i prodotti dagli altri paesi membri.

Le sorti della TPP sono ora più che mai determinanti tanto per la Cina quanto per il ‘Pivot’ di Obama. Come fa notare Shannon Tiezzi su ‘The Diplomat’, da quando John Kerry ha sostituito Hillary Clinton in qualità di Segretario di Stato, la strategia statunitense del ribilanciamento verso l’Asia ha perso il marcato accento militaresco per spostare il focus sullo ‘sviluppo economico’. Il ‘Pivot’ americano parrebbe ormai poggiare su nuovi quattro pilastri: «crescita economica sostenibile» attraverso la TPP; una «rivoluzione dell’energia pulita» per arrestare il cambiamento climatico; sgonfiare le tensioni «rafforzando le istituzioni e le norme che contribuiscono a creare una regione stabile e basata sui regolamenti»; assicurare ai popoli dell’Asia-Pacifico una vita «con dignità, sicurezza e opportunità».

La metamorfosi sembra venire incontro alle richieste cinesi dopo le critiche dell’ambasciatore negli Usa, Cui Tiankai, che in una recente intervista a ‘Foreign Policy’ ha denunciato l’eccessiva enfasi posta dall’amministrazione Obama sulla sicurezza e gli aspetti militari, ignorando «le vere necessità e preoccupazioni dei Paesi della regione». Ricordiamo il tempismo con il quale, nel novembre del 2011, Washington preannunciò il suo attivismo nel Pacifico in concomitanza con il dispiegamento di aggiuntivi 2500 soldati americani nella base di Darwin, in Australia. Tutt’oggi il Dragone percepisce con sospetto la crescente intesa tra Stati Uniti, Giappone e Australia confermata dalla trilaterale dello scorso weekend, primo meeting tra i leader dei tre Paesi dal 2007.

Sia che si tratti di una svolta ‘sincera’, sia che si tratti di una tattica per rabbonire Pechino, un approccio più ‘commerciale’ e meno militare potrebbe servire a ridurre la tensione tra le due superpotenze in un momento in cui la regione sembra essere troppo stretta per entrambe. Sopratutto considerato l’elevato rischio di ‘errori di valutazione’ in casi analoghi a quello del 19 agosto, quando un caccia cinese intercettò «in maniera pericolosa e poco professionale» un Boeing P-8 Poseidon nello spazio aereo internazionale, 217 chilometri a est dell’isola di Hainan, sul Mar Cinese Meridionale. A margine dell’Apec, Usa e Cina hanno annunciato di aver raggiunto due accordi che miglioreranno la comunicazione tra le rispettive forze armate.

Se l’intesa rappresenta di per sé già un passo avanti nella cooperazione tra i due giganti, Robert Williams, senior fellow del China Center presso la Yale Law School, rileva buone possibilità che il processo di consolidamento dello Stato di diritto, annunciato dall’establishment durante il Quarto Plenum del Partito, venga esteso alla politica estera cinese a tutto vantaggio delle relazioni con Washington che da tempo preme affinché la Cina si attenga a «regole comuni» per quanto concerne le questioni economiche e la sicurezza regionale. Nel comunicato rilasciato al termine del consesso ‘rosso’, spiccano chiari riferimenti ad una «vigorosa partecipazione nella formulazione delle norme internazionali» così come nella «promozione della gestione delle questioni economiche e sociali con l’estero in accordo con le leggi». Vedremo se alle parole seguiranno i fatti.

 

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