mercoledì, Agosto 4

Cina e terrorismo, l’altra faccia della medaglia Intervista con Andrea Ghiselli, Junior Research Fellow di T.wai

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La Cina condanna ‘con forza’ gli attacchi terroristici che hanno sconvolto Bruxelles il 22 marzo scorso ed esprime «profondo cordoglio e sincera compassione» alle vittime, ai loro familiari e ai feriti. Il presidente cinese Xi Jinping invia un messaggio di cordoglio a re Filippo del Belgio al quale esprime il dispiacere per le numerose vittime e la vicinanza alle loro famiglie, rimarcando che il terrorismo è nemico comune dell’umanità e minaccia per la comunità internazionale, ma assicura che Pechino è pronta a collaborare con il Belgio e a livello globale nella sicurezza, e nel contrasto al terrore. La Cina si dichiara «decisamente contraria a ogni forma di terrorismo» e il popolo cinese si dice vicino a quelli di Belgio ed Europa. La portavoce Hua Chunying fa sapere, il giorno stesso, che il ministero degli Esteri e l’ambasciata in Belgio, avrebbero seguito da vicino gli sviluppi per verificare il coinvolgimento negli eventi di cittadini cinesi.

Nessuna corrispondenza e un fenomeno, quello del terrorismo, conosciuto bene anche dalla Cina. L’ETIM, il Movimento Islamico del Turkestan Orientale, è considerato da Pechino come il principale gruppo terroristico dello Xinjiang e la più grande minaccia alla sicurezza della Cina. Lo Xinjiang, o Turkestan Orientale, nella versione turco-islamica, è la regione più occidentale della Cina. Un’area desertica, che comprende il 17% del territorio del paese, ma solo il 2% dei suoi abitanti, pattugliata da blindati, soldati e polizia. La regione confina con Russia, Mongolia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Afghanistan, Pakistan e India.

Ora, il termine terrorismo, dal latino terrere, far tremare, compare per la prima volta, nel 1795, nell’Oxford English Dictionary, con riferimento agli abusi del potere rivoluzionario in Francia; tre anni dopo, fa il suo ingresso nel supplemento al Dictionarie de la Accadémie Francaise del 1798, riferito a una forma eccessiva di applicazione della legge. L’espressione terrorismo ha, tuttavia, contraddistinto, nel corso del XIX e del XX secolo, fenomeni differenti: il cosiddetto ‘terrorismo di stato’ identificato come l’uso del terrore da parte di un Governo allo scopo di rafforzare il potere acquisito nei confronti di un popolo e poi una seconda, e più diffusa accezione. Il termine terrorismo, infatti, secondo uno studio del 2007 condotto dal CeSDiS, Centro Studi per la Difesa e la Sicurezza, individua l’uso indiscriminato della violenza da parte di gruppi, più o meno organizzati, a matrice politico-rivoluzionaria, razziale, religiosa, indipendentista, separatista o secessionista. Il Terrorism Research Center statunitense nel recepire la definizione offerta dal FBI, Federal Bureau of Investigation, definisce il terrorismo come «l’uso o la minaccia dell’uso della forza allo scopo di portare cambiamenti politici».

Dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 si è tentato di dare una visione comune al significato di terrorismo internazionale e le divergenze in ordine alla definizione si sono avute in occasione dell’adozione, all’unanimità, da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, della risoluzione 1566/2004, dell’8 ottobre 2004 e relativa al rafforzamento delle misure che gli Stati devono predisporre nella lotta al terrorismo internazionale, che offre, per la prima volta, una definizione in materia. Occorre precisare che la risoluzione 1566/2004 è il frutto di consultazioni avvenute nell’ambito del Consiglio di Sicurezza sulla base di un progetto predisposto da Francia, Germania, Romania, Federazione Russa, Cina, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti.

Andrea Ghiselli vive in Cina. Come Junior Research Fellow di T.wai, Torino World Affairs Institute, e dottorando della Fudan University di Shanghai, si rivela grande osservatore dei meccanismi sociali e politici, che si intrecciano nella quotidianità cinese.

 

Perché la Cina si interessa del terrorismo fuori dai suoi confini?

Quello che emerge sui giornali in Cina è che vi sia nel Paese una concezione abbastanza particolare di terrorismo, che non è necessariamente un terrorismo religioso. Il terrorismo è sempre stato classificato come uno dei tre mali insieme con estremismo e separatismo. Questo perché, tradizionalmente, il terrorismo è sempre stato associato con le regioni occidentali della Cina dove vivono le minoranze etniche musulmane. Ma, il terrorismo in Cina è sempre stato visto soprattutto come una minaccia all’integrità territoriale e non tanto come un fenomeno religioso.

Hanno un ordine di importanza questi tre mali?

No, non è che uno è più importante dell’altro. Il terrorismo è il risultato dell’estremismo, che quindi porta al separatismo. Sono strettamente collegati tra loro, anche in ordine diverso. In ogni caso, sono tutti mali da combattere con la stessa intensità.

La Cina è da anni che dice di essere vittima del terrorismo.

Sì, è vero. Ma, assistiamo a un doppio standard di valutazione internazionale. Quando l’attacco è perpetrato in Occidente l’attenzione è massima, ma quando questo succede in Cina, nessuno a livello internazionale prende la cosa sul serio. Da decenni si assiste a episodi di violenza molto forte nelle regioni occidentali della Cina: caserme della polizia date alle fiamme e rivolte. Eventi che sono difficilmente imputabili al terrorismo religioso, come quello che ha caratterizzato gli attacchi dell’11 settembre a New York. L’origine è più di carattere etnico.

Oggi le cose sono cambiate?

Dopo l’11 settembre, la Cina ha deciso di dare una mano agli americani nella lotta contro il terrorismo a patto che gli Stati Uniti inserissero nella lista nera del terrorismo alcune delle organizzazioni che i cinesi, fino ad allora, consideravano terroriste. In ogni caso, il terrorismo dentro la Cina è sempre stato circoscritto in determinate zone del Paese, in quelle dove c’era una grossa presenza di musulmani.

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